Francesco De Gregori

Francesco De Gregori


20/12/2002 - di Andrea Salvi
FRANCESCO DE GREGORI

20.12.2002
Live Club di Trezzo sull'Adda (MI)
Un concerto di Francesco De Gregori parrebbe già di per sé un buon motivo per prendere la macchina e dalla propria città muoversi con largo anticipo in direzione del suo luogo di svolgimento. Se poi, occasione più unica che rara negli ultimi anni, il cantautore romano si concede il gusto di un mini tour invernale in locali di dimensioni medio-piccole, allora la tentazione si trasforma in dovere, e l'interesse in certezza.
In verità la pubblicazione dell'album "Il fischio del vapore" con la ricercatrice di musica popolare Giovanna Marini e la necessità di ritrovare una dimensione più intima e meno anonima per la trasposizione live di tale repertorio prettamente tradizionale, controbilancia perfettamente l'annunciato grande successo ottenuto dal connubio estivo con i compagni di viaggio Mannoia, Ron e Daniele, esempio (una volta tanto), di un lavoro comune per un esito artistico davvero felice.
Anche se di questo evento non si sono ancora affievoliti gli echi, la personalità schiva e acuta di De Gregori, da sempre poco avvezza ad un appiattimento massmediatico fine a sé stesso, ha scelto di riaccostarsi alla materia cantautorale con lo spirito di sempre, affrontando con indomita passione l'ennesima tournee.
E ad una certa ora, quando l'intero locale è gremito in ogni angolo di un pubblico trepidante, il palco si riempie e con il gruppo si affaccia anche lui, De Gregori, con la polo verde sbiadita che ti aspetteresti, i pantaloni a quadri e le scarpe di tela bianche di sempre. Poche formalità, e si inizia con una grande "Niente da capire", tra i capisaldi della sua intera produzione, monito e benvenuto allo stesso tempo, e tutti capiscono al volo dove anche questa sera si andrà a parare.
L'impatto sonoro è ottimo, l'impianto audio stasera gode di una perfetta equalizzazione come raramente nel passato si è potuto ascoltare al Live Club, che sostanzialmente rimane un capannone industriale convertito alla musica. Subito impressiona la nitidezza del suono, tanto più quando in gioco ci sono ben due chitarre più quella acustica del cantautore, un mandolino, basso e batteria.
Mettere meglio a fuoco le immagini davanti a noi è di poco rilievo, perché mai come in questo momento le parole sono state tanto importanti.
Le parole, e il tono di voce fermo e spavaldo di quell'uomo di mezza età, vanno oltre la provvisorietà del suo aspetto, oltre perfino lo stesso sguardo che dagli occhialetti indaga attraverso i volti delle persone che lo circondano. È poesia, e vorresti trovare una parola migliore per definirla ma non la trovi, e sentirla cantare con tanta energia non può che lasciare un'impressione ancora più forte nei tanti giovani che magari per la prima volta trovano la possibilità di avere così vicino una delle figure più importanti della canzone italiana di tutti i tempi. Soffermarsi sui particolari di una scaletta che per forza di cose vede sintetizzata in un'ora e mezza di durata l'intera eccezionale carriera di Francesco De Gregori con una attenta selezione di brani anche inattesi (Il signor Hood, Bambini venite parvulos), inclusi alcuni episodi tratti dai lavori più recenti (Baci da Pompei, L'aggettivo "mitico", Condannato a morte), potrebbe anche risultare pedante e poco attinente allo spirito della sua arte. Una segnalazione di tutto riguardo meritano però i due illuminanti episodi che sono "Festival", sofferto, profondo e per nulla retorico omaggio a Luigi Tenco e "Cercando un altro Egitto", sintesi totale della poetica-politica amara e acuta del maestro romano, dove ogni metafora non sa essere altro che un frammento indispensabile dell'architettura perfetta del brano.
La prima parte del concerto, dai toni rock piuttosto accentuati termina troppo presto con l'arcinota "Generale", per lasciare spazio al successivo rientro in scena giocato questa volta su sfumature e contenuti maggiormente intimi. Tra gli altri pezzi "Dr. Dobermann" viene proposta in un eclettico arrangiamento in levare, anche se il vero e proprio colpo al cuore sarà ascoltare ancora "La donna cannone": immensa, solo voce e chitarra acustica con il pubblico attentissimo e senza parole a seguirne il volo, alto oltre l'immaginabile. Un picco assoluto che mai più la nostra canzone d'autore ha saputo ripetere.
Nei i bis c'è spazio per due ottimi estratti dall'ultimo album, cantati ad una sola voce per la mancanza della Marini che parteciperà solamente ad alcune date del tour. Gli umori folk della titletrack e il commovente riepilogo umano di quello che fu "L'attentato a Togliatti", non fanno altro che preparare la strada a quel conclusivo, epico e corale inno che è "Bufalo Bill". Il canto all'unisono di tutti i presenti (compreso un partecipe Enrico Ruggeri, una volta tanto dall'altra parte del palco), si fa dirompente nella liberatoria dichiarazione finale, e mi volto trovandomi intorno 10, 100, 1000 Bufalo Bill entusiasti, e a parlarmi adesso sono i loro occhi, sinceri e spalancati dall'emozione che a volte una canzone sa imprimere nella memoria collettiva.


Scaletta:
1. Niente da capire
2. Bambini venite parvulos
3. L'aggettivo "mitico"
4. Condannato a morte
5. Festival
6. Il signor Hood
7. Cercando un altro Egitto
8. Rimmel
9. Generale
10. Il bandito e il campione
11. Vecchi amici
12. Baci da Pompei
13. Viva l'Italia
14. Dr. dobermann
15. La donna cannone
16. Alice
17. Buonanotte fiorellino
18. L'attentato a Togliatti
19. Sento il fischio del vapore
20. Bufalo Bill

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