Alejandro Escovedo & Don Antonio

Alejandro Escovedo & Don Antonio

Firenze / San Salvi


20/07/2017 - di Giovanni Sottosanti
Firenze fa rima con verdi colline baciate dal sole, case con i tetti bassi, una splendida serata estiva, il lungarno e una cena con mio fratello a base di tortelli alla lastra del casentino e birra artigianale. Entrare poi a San Salvi è un viaggio in uno dimensione spazio temporale parallela, sospesa tra fantasia e realtà, pare quasi di essere in un set cinematografico. La cosa sicura invece è che il texano con la faccia da indio e la banda di amici romagnoli che lo accompagna sono appena scappati da un film di Clint Eastwood e stasera hanno deciso che San Salvi è il posto giusto, vogliono girarlo qui l`ennesimo grande capitolo della loro epopea western.

Non ti stancherai mai di ascoltarlo quell`uomo magro e con il volto scavato, le rughe sul volto a tracciare la rotta di un viaggio che dal Messico porta fino in Texas, la voce profonda a raccontare storie di frontiera e immigrazione, il senso delle radici e della famiglia, il tutto racchiuso in splendide ballate dai toni soul, blues scuri e bollenti, furiose cavalcate di punk rock urbano, taglienti come la lama di un coltello. Ci sarà sempre un motivo valido per andare a vedere un live act di Alejandro Escovedo + Don Antonio, ogni volta un tassello in più, emozioni nuove e sfumature diverse, anche se la scaletta ricalca grosso modo quella degli show di marzo scorso.

Can`t Make Me Run e Shave The Cats sono il biglietto da visita, Castanets è la prima carica d`artiglieria punk rock, difficile restare seduti, un riff assassino chiama verso il palco, ci sono Lou Reed e i Clash in quel tiro micidiale "She plays castanets, she works without a net". Don Antonio lancia l`assalto al fortino di San Salvi con Chelsea Hotel `78, la sua chitarra squarcia il cielo con assoli puntuali e precisi, ricami deliziosi e giocate da fuoriclasse, la band attorno a lui si muove con una sincronia assolutamente perfetta, quasi fosse la Roma di Liedholm, Di Bartolomei, Conti e Falcao (mi sia consentita questa digressione calcistica per nulla di parte...). Racconti di vita vissuta si inframezzano con le canzoni, Alejandro racconta Austin, la sua Austin, Texas, quello di Townes Van Zandt, Guy Clark, Ray Wayle Hubbard, Butch Hancock, Blaze Foley e altri grandi nomi. Adesso la città è cambiata, non la riconosce più e la canta in Bottom Of The World, un grido appassionato e struggente "No I don`t think you`re ready, for the bottom of the world". Sister Lost Soul è un altro episodio di grande intensità, splendida ballata evocativa scritta con Chuck Prophet.

Motori di nuovo accesi al ritmo di Sally Was A Cop, prima del finale in cui Always A Friend viene riletta in una splendida versione unplugged con chitarra acustica e percussioni, mantenendo comunque inalterate la carica e la forza espressiva. Tutto finito? Neanche per sogno, perché Alejandro e Don Antonio decidono di sferrare l`attacco finale con una scarica di artiglieria devastante, clamorosa per potenza e precisione, perché una Like A Hurricane così non la suonano più neanche il loner canadese e il suo cavallo pazzo. Scorrono i titoli di coda di un film in bianco e nero che ha disegnato una nuova frontiera per Firenze e San Salvi, il texano con la faccia da indio e i suoi amici romagnoli hanno indicato la strada. Ci fermiamo a respirare, una birra, un gin tonic e una buona dose di risate riscaldano il cammino verso casa.

Foto di: Vittorio La Pietra

Alejandro Escovedo & Don Antonio Altri articoli