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Un
concerto dei Diaframma è una sorta di rito. Un
ritrovarsi tra amici, sempre le solite facce,
che appena le ritrovi ti rimpallano il medesimo
interrogativo: "come sarà questa volta?", che
è il tuo e che è la stessa forza che ti spinge
ogni volta ad uscire fuori e fare chilometri.
Un concerto dei Diaframma è rincorrere l'incognita,
quel mito fuggevole a metà strada tra rock e punk,
tra poesia e vita che è poi il sale che li rende
ogni volta un'avventura imprevista, eccitante.
Tanti volti, vecchi e nuovi, trovano posto sulle
confortevoli poltroncine di una sala quasi al
completo, e queste fanno già due notizie in una,
data la location piuttosto insolita per una band
abituata a ben altri contesti quanto ad altri
numeri. L'attacco di "Dammi tempo", in un arrangiamento
rinnovato che tende a far implodere l'energia
del brano, ci presenta un Federico Fiumani motivato
e sornione. La scaletta apparentemente non segue
fili logici, attingendo al repertorio ventennale
del gruppo senza troppe formalità, presentandolo
in un'unica soluzione e sottolineando la sua coerenza
stilistica e sostanziale. Il gruppo dimostra una
coesione migliore del solito e lascia ampio spazio
al centro al microfono di Fiumani: frontman e
nucleo primo della banda, punto di congiunzione
di carisma ed impeto.
L'urlo stonato e liberatorio de "Il sogno degli
anni '70", la nuova "Io ho te", e soprattutto
"L'odore delle rose" palesano un crescendo che
fa breccia nella platea, dove pur costretto seduto
il pubblico si scuote con un effetto curioso.
È una serata fortunata, per i Diaframma e per
tutti noi. È palpabile la soddisfazione che reciprocamente
viene rimpallata dal palco alla platea, con ovazioni
a scena aperta "Labbra blu" o come quando Fiumani
dedica qualche vecchio brano ai propri ex compagni
di avventura. Il classico "Siberia" torna in versione
breve e fedele all'originale, e "Verde" è un brano
da riascoltare volentieri. "Blu petrolio" chiude
il concerto con Fiumani che sul finale getta con
un calcio l'asta del microfono a terra e fugge
senza salutare. Una promessa implicita che scatena
i presenti a richiamare tutti a gran voce sul
palco per l'immancabile "Gennaio" e per la sorpresa
gradita di un inatteso recupero di "Oceano". Pare
finita, ma il secondo bis vede solo sul palco
Federico Fiumani e la sua chitarra per un'intensa
"Caldo" e l'inedito "Mi sento un mostro" che in
due minuti due racconta tutta la poetica, la genialità
e la follia di un autore unico, con un testo dall'incipit
scabroso che descrive l'inadeguata sfrontatezza
di un residuato della generazione punk.
Un concerto non troppo lungo ma tiratissimo, come
da tempo non capitava di assistere. Per molti
una scoperta, per gli altri la conferma di quanto
l'epopea dei Diaframma, tra alti e bassi, continui
a rappresentare un esempio di eccellenza rock
di prim'ordine, se non altro per la genialità
e imprevedibilità di un autore di culto assoluto
come Federico Fiumani.
Scaletta:
1. Dammi tempo
2. Sua maestà
3. Il sogno degli anni '70
4. Francesca, 1986
5. Elena
6. Io ho te
7. Diamante grezzo
8. Un temporale in campagna
9. L'odore delle rose
10. Ai piedi di Silvia
11. Labbra blu
12. Siberia
13. Verde
14. Blu petrolio
15. Gennaio
16. Luisa dice
17. Oceano
18. Caldo
19. Mi sento un mostro
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