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Nell'intervista
seguita alla pubblicazione del suo ultimo disco,
"Taoist priests", Hugo Race ci ha detto di non
sentirsi né un cantautore né un bluesman, ma piuttosto
un medium. La prova di quanto questa definizione
fosse autentica la si è avuta nel vederlo esibirsi
dal vivo all'Auditorium di Bergamo: il musicista
australiano non solo sfugge alle solite categorie
rock, ma è davvero sensibile ad ogni sorta di
musica, pronto a recepirla e a comunicarla grazie
alle forti capacità della sua band, giustamente
chiamata True Spirit.
Quella che è stata la prima data italiana del
Taoist Priests Euro Tour 2006 (è previsto un ritorno
di Hugo Race nel nostro paese a maggio) ha offerto
un concerto intenso, più di due ore di musica
aperte dal breve set di Enrico Iorio, alias Sunny
Boy, che ha proposto un dignitoso repertorio di
cover da John Martyn ad Elliott Smith passando
per i Phish e Fabrizio De Andrè. Le sue interpretazioni
prima da solo alla chitarra acustica e poi in
compagnia della voce di Daniele hanno tenuto il
palco senza entusiasmare, creando quel minimo
di atmosfera raccolta che poi Hugo Race ha provveduto
ad aumentare in modo esponenziale.
Presentatosi in un signorile completo bianco Race
ha offerto un'esibizone altamente professionale
in cui i suoni moderni del suo rock si sono fusi
con brani impregnati di attualità e di spiritualità.
Il risultato è stato ancora più torbido e dilatato
che su disco per via di un'effettistica che tra
campionamenti e inserti di noise ha notevolmente
aumentato le suggestioni strumentali. Più che
le tastiere di Martca Collica un ruolo fondamentale
lo ha avuto Michelangelo Russo, responsabile dei
suoni programmati e anche degli interventi di
tromba, trombone e armonica, spesso suonati per
creare echi. Race ha cantato con voce profonda
facendo percepire al pubblico il fondo delle sue
canzoni e lasciando poi che la band lo sviluppasse
in un noise-blues spiritato pronto ad assumere
molteplici direzioni.
Il primo colpo messo davvero a segno è stata una
"On the bright side" partita con un andamento
alla Creedence Clearwater Revival e poi cresciuta
in un vortice sonoro su cui sono risaltate anche
le vocals di Russo. Hanno centrato il bersaglio
anche "Ready to go" e "Taoist priests", quest'ultima
tramutata in un lungo mantra, mentre altri pezzi
si sono dilungati eccessivamente su passaggi sonori
di qualità che hanno però portato al limite l'intensità
dei brani.
Nei momenti più contenuti come in "I know you"
Hugo Race & True Spirit hanno ricordato i dischi
più elettronicamente densi dei Walkabouts, ma
va sottolineata la capacità della band di spaziare
con grande personalità sui tempi blues geneticamente
modificati. Notevole soprattutto nella seconda
parte del concerto la batteria di Chris Hughes
che ha offerto un apporto indispensabile anche
alle percussioni come successo in "Midas touch".
Di grande effetto è stata "Keep it on", attraversata
dalle lunghe ombre di un'armonica suonata quasi
contro l'amplificatore, mentre il finale a cappella
di "Don't mess around" ha fatto da viatico ad
una versione tuttaltro che tradizionale di "Will
the circle be unbroken" che ha chiuso la serata.
Pur non mantenendo sempre una tensione costante,
nell'arco dell'intera esibizione Hugo Race è riuscito
a creare un'intensità personale, frutto di una
visione che cerca di recuperare la profondità
spirituale del blues e di calarla in una realtà
attuale globalizzata ed alienata.
Hugo
Race & True Spirit:
Hugo
Race: voce, chitarra
Marta
Collica: tastiera
Giovanni
Ferrario: basso
Michelangelo
Russo: fiati, armonica
Chris
Hughes: batteria, percussioni
Scaletta:
Makes
me mean
AM
radio
On
the bright side
I
know you
Ready
to go
Taoist
priests
Walker
Girl
called sunset
Backwards
Midas
touch
Cold
mother
Pray
on
Keep
it on
LSD
is dead
Don't
mess around
Will
the circle be unbroken
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