The Orphan Brigade

The Orphan Brigade

Cantù / 1e35


19/11/2017 - di Laura Bianchi
Serata alchemica, magica, esoterica, quella vissuta All’Unaetrentacinquecirca di Cantù con gli Orphan Brigade. Il trio del Tennessee, formato da Joshua Britt, Neilson Hubbard e dall’irlandese emigrant Ben Glover, presenta qui il nuovo disco “Heart of the Cave”, un concept album, tredici brani composti e ispirati alla cittadina marchigiana di Osimo e alle sue antiche grotte, che un tempo accoglievano templari, massoni e confraternite varie, e ora suscitano l’interesse di artisti particolarmente sensibili ai racconti provenienti da un’altra epoca, o da un altro mondo. Mentre erano impegnati nella promozione europea di “Soundtrack to a Ghost Story” , il primo disco, anch’esso imperniato sul rapporto con il passato, i tre hanno visitato le grotte, e hanno deciso di mettersi in contatto con quel passato, a loro tanto lontano, eppure che continua a parlare.

A Cantù, in chiusura di un tour di presentazione particolarmente significativo, perché ha toccato proprio la città di Osimo, è presente anche Simona Palombarani, la guida che un anno fa condusse i musicisti sottoterra, svelando loro tutta la complessa simbologia delle grotte; ed è proprio Simona che evoca anche per noi la magia di quelle storie, in bilico fra studi antropologici e leggende popolari, che tanto affascinano chiunque apra il proprio cuore al mistero. I brani dell’album ci vengono svelati sotto una nuova luce, ne vengono raccontati i retroscena, e ognuno acquista uno spessore speciale; anche chi non conosce l’inglese, può così apprezzare il significato dei testi, che spaziano da riflessioni sul senso della vita a emozioni sulla conoscenza dell’amore, fino a un autentico esperimento di transfert mediatico, dando vita ai pensieri di una donna scomparsa secoli orsono, o facendo rivivere lo choc del terremoto, effettivamente vissuto dai tre mentre erano nelle Marche.

Il pubblico ascolta in silenzio spiegazioni e brani, interpretati dai tre artisti in stato di grazia; il fatto che questa sia l’ultima data del tour forse rende ancora più sentita la resa dei pezzi, impreziositi dal banjo di Britt, mentre Glover e Hubbard si alternano alla chitarra e alle percussioni, fra cui spicca un tamburo, che accentua lo spessore tribale e ancestrale delle sonorità del disco.

Non mancano canzoni tratte sia dal primo disco, sia da quel The emigrant di Glover, che tanti consensi ha riscosso ovunque; in particolare, davvero toccante è la sua versione di Paddy’s Lamentation, in cui l’ispirazione irish di Glover emerge nitida e strappa un applauso emozionato. Il concerto si conclude con i tre in mezzo al pubblico, per un brano rigorosamente unplugged, a sottolineare l’intensità del rapporto che si stabilisce e della sincerità con cui questo è vissuto da ambo le parti.

Ben ci dice prima del concerto, riguardo al tour: “L’esperienza nelle grotte, l’aver provato il terremoto, questi concerti, saranno indimenticabili per me…”; certamente saranno in molti a ricordare a lungo questa serata.

Fotografie di: Giuseppe Verrini

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