Le Luci Della Centrale Elettrica

Le Luci Della Centrale Elettrica

Lecce, Anfiteatro romano


19/08/2017 - di Ambrosia J. S. Imbornone
Vasco Brondi, indubbiamente, è maturato parecchio: nell’anfiteatro romano leccese, incorniciato dalle luci e i palazzi di Piazza S. Oronzo, Le Luci della Centrale Elettrica hanno portato le loro cartoline da una metropoli di un futuro immaginario, di una “città cinese in Africa”, “una città italiana in Argentina” o “una città indiana in Australia”, o di un presente di sincronie e distanze, di catastrofi e “stelle sparpagliate”, fotografie sonore di città moderne che un giorno saranno antichissime, di cieli blu metallizzato e civiltà che osservano le stelle per orientarsi e portano dentro “storie troppo belle” per essere comprese. I sample dei cori world inseriti nel disco dal vivo sembrano quasi allargare ulteriormente quell’orizzonte che comprende periferie umane dove la vita rinasce ai margini (v. uno dei pezzi migliori dell’ultimo disco Terra, la significativa e trascinante Stelle marine), precarietà esistenziale e sogni, autostrade e mari da attraversare; quei cori donano un afflato collettivo e colori vividamente etnici a sonorità che ora si fanno quasi cinematiche, grazie anche all’eleganza del violoncello (v. ad esempio la coda del Waltz degli scafisti o la dolente, meravigliosa Chakra), ora hanno il passo fascinoso di danze gitane e scalze, o di ballate acustiche, ora mescolano ritmi e tradizioni, così come gli scenari interiori e gli esterni osservati in istantanee e panoramiche. D’altronde l’opzione per un crogiolo di suoni che assorba maggiormente suggestioni cantautorali ed etniche e ritmiche sinuose è testimoniata anche dalle canzoni che precedono l’inizio del concerto, come alcuni brani di Beirut, Amadou & Mariam feat. Bertrand Cantat, dei suoi Noir Désir, o di Vinicio Capossela.



Dello spirito punk à la CCCP che scorreva sottotraccia nei pezzi del debutto di Brondi musicalmente non rimane molto: ne rimangono tracce in salsa electro-pop nel ritornello della coinvolgente Ti vendi bene (da Costellazioni, disco ben rappresentato nella setlist), mentre Piromani, la canzone che dava il nome al progetto (“andiamo a vedere le luci della centrale elettrica”), eseguita in una luce violetta solo voce e chitarra come agli esordi, è diventata meno rabbiosa e disperata, ma più ferma e malinconica; tuttavia quello che anima questo brano, così come l’intero concerto, è comunque la visceralità e l’enfasi struggente e sofferta che rende tanti pezzi un magma cocente di nostalgia, di sogni sospesi o interrotti, tra ricordi, ultimi baci e vulnerabilità come fili scoperti (esemplare in questo senso l`intensità di Quando tornerai dall`estero).

Qualche lieve imperfezione vocale alla fine passa inosservata, incorporata in uno stile in bilico tra parlato e cantato con tante parole (ne serve di memoria tra l’altro per non sbagliare!), mentre l’ottima band composta da Marco Ulcigrai (chitarra), Matteo Bennici (basso e violoncello), Giusto Correnti (che alla batteria mostra grande carica) e Angelo Trabace (tastiere), si destreggia tra folk e rock italiano, pezzi più lenti e brani ritmati come Qui, riff oscuri e crescendo magnetici (v. Cara catastrofe dal secondo album Per ora noi la chiameremo felicità, con chitarra elettrica acida e dolorosa e coda che ingloba gli ultimi, drammatici versi di Fare i camerieri, dal primo disco Canzoni da spiaggia deturpata).

Molto efficaci ed emozionanti poi risultano i ritratti femminili, da quello delicato di Sara e Chiara della canzone, composta con Giorgio Canali, Le ragazze stanno bene, giovani pronte a costruirsi il loro futuro “con materiali fragili e preziosi, senza sapere come si fa”, o della protagonista de I Sonic Youth, brano dalla bellezza lancinante e malinconica che tra piccoli palpiti ritmici Vasco suona al piano, oppure la ragazza della bellissima, placida ballata world Coprifuoco (“hai scoperto che Toronto è una Varese più grande / ma a parte il freddo non si sta poi così male / lì ci sono ragazze come te che da piccole sono state molto sole / e adesso sono più forti di un intero paese). In quest’ultimo pezzo, oltre le guerre di religione presenti e future, si immagina “un albero in fiore tra le rovine”, che crescerà “dove c’era un minareto o un campanile”, in un messaggio di speranza e di rinascita.

Eppure la chiusura è affidata a Nel profondo Veneto, canzone dal ritmo molto accattivante, ma che racconta le “false speranze” di una giovane donna che torna “sconfitta e contenta, facendo finta di niente” nel suo paese senza stazione, senza raccontare il fondo toccato a Milano, dove faceva la fame ed era arrivata a meditare il suicidio. Ma forse non si tratta della consueta solidarietà umanissima nei confronti dei vinti dai sogni infranti, ridotti a puri rottami in una spiaggia deturpata; se l’encore era stato inaugurato da A forma di fulmine, in cui ventenni corse ad accucciarsi sotto il palco, famiglie con cinquanta-sessantenni, coppie di varie età e coetanei di Brondi cantavano in coro all’unisono in un rito quasi catartico, commovente e pregnante in questi tempi di paura quel “Continuare a vivere / e non avere niente da perdere”, nell’ultima canzone forse può prevalere quella “vaga idea di futuro migliore” che la protagonista continuerà a portare negli occhi, non arrendendosi probabilmente al ‘già dato’: è quello che persiste, tenace, del sentito grido-slogan “trasformiamo questa città in un’altra cazzo di città” di Piromani.



Setlist:

Coprifuoco
Qui
Stelle marine
Quando tornerai dall’estero
La Terra, l’Emilia, la Luna
Ti vendi bene
Questo scontro tranquillo
I Sonic Youth
Una cosa spirituale
Waltz degli scafisti
Cara catastrofe
40 km
Piromani
Un bar sulla via Lattea
Chakra
Le ragazze stanno bene
C’eravamo abbastanza amati
Encore:
A forma di fulmine
Nel profondo Veneto

Le Luci Della Centrale Elettrica Altri articoli