Tom Waits

Tom Waits

Teatro Degli Arcimboldi (mi)


19/07/2008 - di Antonio Avalle
Tom Waits

19 luglio 2008 - Teatro degli Arcimboldi (MI) Non capita tutti gli anni di assistere ad un concerto di Tom Waits e questo tour annunciato un paio di mesi fa ha creato immediatamente una sentita euforia. Qualcuno si è lasciato giustamente intimorire dal caro prezzo del biglietto, ma in diversi e con i dovuti interrogativi ci siamo sottomessi a deporre quasi centocinquanta euro per assistere al più grande intrattenitore dei nostri tempi. Sembra proprio che, oltre a far soldi, abbia deciso di accontentare tutti i fans impedendo di essere presenti a tutte e tre le serate (tentazione forte per tutti i famelici dell’imbonitore di Pomona). Il 19 Luglio è stata l’ultima delle tre date previste a Milano del tour atteso “Glitter & Doom Tour” e l’unica sold out nell’elegante teatro Arcimboldi (chissà se trent’anni fa avrebbe immaginato di suonare in posti simili, allora abituato a fumosi e puzzolenti bar notturni).
All’interno del teatro, tra il materiale offerto dal merchandising ufficiale, gli ultimi vinili, cd e qualche curiosa maglietta, c’era anche un libricino “True Confessions” (tra le cose più appetibili offerte). L’attesa è durata quasi un’ora e poco prima delle 22:00 si è presentato finalmente Thomas Alan Waits su un palco pieno di cose vecchie: da altoparlanti, a megafoni sospesi e trombe colorate (alcune ce le siamo ritrovate sulla copertina di “Orphans”), sembra che sia stata sgombrata la cantina di famiglia.
Tom Waits si muove su una piattaforma tonda, a metà tra un pezzo di circo e una gran cassa rovesciata con lateralmente colorate lampadine trafugate a giostre abbandonate, il tutto appositamente impolverato (polvere che Waits andrà a sbattare continuamente coi suoi scarponi esclamando a ripetizione “Boom boom cha!”). Tra i musicisti presenti non c’era il sommo Larry Taylor, delusione, sostituito da Seth Ford Young, mentre mancava Ribot alle chitarre, ma questo lo si sapeva, sostituito da Omar Torrez, alle tastiere figurava Patrick Warren, ai fiati l’egregio lavoro di Vincent Henry, alla batteria e percussioni un concentrato Casey Waits e con comparse sparse il piccolo Sullivan Waits al clarinetto e congas.
L’inizio è stato esaltante tra un’overdose di applausi sulle note di “Lucinda”, in una versione appena riconoscibile, per scuotere poi su un grande classico “Way Down In The Hole”. La voce di Tom Waits è apparsa inizialmente stanca, appena supportata dal volume basso della strumentazione della sua band, il suono è sembrato quasi ovattato, a voler privilegiare esclusivamente quel suo incredibile canto dal timbro tubercolare (che lo stesso Tom descrive come “...Louis Armstrong ed Ethel Merman che si incontrano all’inferno” ). Una partenza decisamente non proprio in salita, il concerto ha avuto un inizio lento per poi decollare a metà serata quando Waits, bello inzuppato di sudore, ha raggiunto il top della forma.
Lo scorrere di un repertorio sempre unico e originale, espressione formidabile di un eccentrico talento, ha creato per l’intera serata un continuo magnetismo e vibranti emozioni per questo incredibile direttore di un’orchestra di rottami e di strani suoni. Attraverso mille smorfie e gesti da grande ammaliatore Waits è riuscito a domare il pubblico, a regolare l’intensità degli applausi distendendo le braccia verso l’alto per aumentare e verso il basso per mietere il battito delle mani, a divertire mostrando il suo lato più teatrale, sintomatico in “Eyeball Kind”, preceduta da una bella versione di “Cold Cold Ground”, in cui ha rievocato la storia di Frank (Sinatra).
Immaginabile a metà concerto il momento di ballate notturne al piano (su tutte “Tom Traubert’s Blues”), appena accompagnato dal contrabasso, qui in breve Tom ha descritto con qualche battuta l’esperienza delle valigie perse ironizzando su una Milano tutta dedita allo shopping. Momenti per lo più dedicati agli intrasigenti affezionati Waitsiani anni settanta.
Lo show è continuato sulle note di una accattivante “Hoist That Rag” (pescata da “Real Gone”) in cui il giovane figlio Sullivan si è cimentato al timpano. Da brividi il blues di “Chocolate Jesus” cantata con il megafono e con Vincent Henry a soffiare nell’armonica e a non farci rimpiangere il suono, che resterà unico, prodotto in “Mule Variation” da Charlie Musselwhite. Seguiranno una stupenda “Rain Dogs” e una coreografica “Make It rain” da mozzare il fiato.
Ancora grande spettacolo fino a chiusura con “Going Out The West”, terzo episodio della serata insieme a “Jesus Gonna Be Here” e “Dirt In The Ground” pescati dal sorprendente “Bone Machine”, album sottovalutato e sperimentale della sua lunga produzione. Cento minuti di musica indimenticabile e di insuperabile magia.
SET LIST:
Lucinda
Way down in the hole
Fallin Down
All the world is green
I'll shoot the moon
God's away on business
Cold Cold Ground
Eyeball Kid
Jesus gonna be here
On the nickel
Tom Traubert's blues
House where nobody lives
Innocent when you dream
Lie to me
Hoist that rag
Lost in the bottom of the world
Chocolate Jesus
Raindogs / Russian Dance
Dirt in the ground
Make it rain

Jockey full of bourbon
Hang down your head
Goin out west