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Da
quando ha pubblicato "I've got my own hell to
raise" (2005) Bettye Lavette è tornata a godere
di un minimo di attenzione anche nel nostro paese:
lo testimoniano le non numerose ma ripetute date
tenute in Italia negli ultimi due anni.
Quella del Festival di Villa Arconati era una
tappa ideale per questa grande cantante: location
suggestiva e pubblico solitamente numeroso in
una rassegna che spazia dal pop alla world-music
di qualità. Strano quindi trovare in programma
accanto a questa signora del soul e dell'r&b un
musicista di natura elettronica come Matthew Herbert
e ancor più strano poi scoprire che a lui toccherà
chiudere la serata con il suo set danzereccio.
Per nulla stizzita la Lavette sale sul palco con
grande signorilità e si impossessa subito della
scena con una voce che ancora stupisce per forza
e personalità. Quello che è un attacco ad alto
tasso di funk e rhythm'n'blues funge da riscaldamento
ad un'interprete come lei, capace di recuperare
qualunque pezzo di black music: così succede con
"Your time to cry", un brano del 1972 di Joe Simon,
che la Lavette introduce dichiarando a ragione
"I sing it better" e poi tramuta in una ballata
drammatica e lunga che le vale la prima ovazione.
Il risultato non cambia ed è sempre molto black
anche quando si parte dal folk-rock con "Joy"
di Lucinda Williams e "Souvenirs" di John Prine,
quest'ultima cantata seduta sul palco con la voce
spesso da sola a riprendere autorevolmente il
ritornello. Dopo una manciata di pezzi questa
signora di sessant'anni ha già imposto il suo
stile grazie anche ad una band perfetta che la
asseconda senza cercare inutili solismi: Alan
Hill alle tastiere, Bill Farris alla chitarra,
Patrick Prouty al basso e Darryl Pierce alla batteria.
Una trascinante "I can't stop" smuove qualcuno
dalle seggiole portando almeno ad un timido battimano,
poi la Lavette si rivolge al pubblico accennando
ai suoi abbondanti quarantacinque anni carriera,
riconosciuti nel 2003 con i W.C. Handy Blues Awards,
ed offre una "Close as I'll get to heaven" riarrangiata
dalle keyboards di Alan Hill e liberata nel finale
da alti vocalizzi.
"Sleep to dream" di Sinead O'Connor con il suo
funk nero sembra stabilire un nuovo apice della
scaletta, ma il pezzo termina con i musicisti
che scendono ad uno ad uno dal palco: è il segnale
della fine del set, che la Lavette conclude in
modo ammirabile con una "I do not want what I
haven't got" cantata in completa solitudine. La
sua è stata una performance intensa, da grande
artista, che ha sfruttato ogni attimo di un'esibizione
purtroppo sacrificata ad una sola ora.
Segue quindi lo spettacolo di Matthew Herbert
che coinvolge e incita al ballo con un misto di
elettronica, funk e revival anni '80: parte del
pubblico si porta sotto il palco dando triste
conferma di come questo fosse il concerto più
atteso della serata. Noi di Mescalina ci facciamo
da parte: preferiamo tenerci sulla pelle i brividi
provocati dalla voce di Bettye Lavette, ma non
possiamo nascondere il rammarico al pensiero di
cosa sarebbe stata questa serata con un programma
più mirato, magari con un Solomon Burke o qualche
altra voce black al posto di Matthew Herbert..
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