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Negli
ultimi tempi l’attenzione attorno alle nuove bands
italiane sta progressivamente crescendo: il caso
più eclatante è quello dei Jennifer Gentle, attorno
a cui si è fatto un gran parlare per via del contratto
firmato con la Sub Pop, prestigiosa e storica
etichetta americana.
In attesa di un tour negli States, le date di
Marco Fasolo e compagni sembrano circondate da
una aumentata dose di curiosità: saranno cresciuti
i Jennifer Gentle? Saranno davvero pronti per
il grande salto? Come saranno dal vivo le canzoni
di “Valende”? Cosa avranno in serbo per il pubblico
americano? Queste domande serpeggiavano tra i
presenti al Freemuzik, in attesa di una conferma
dei riscontri ottenuti col disco appena pubblicato
appunto per Sub Pop / Audioglobe.
Nessuno metteva in dubbio le qualità dei Jennifer,
ma il mercato estero, e soprattutto quello americano,
sono stati un sogno tanto proibito da innescare
una reazione di incredulità: andiamo a vedere
come suonano questi ragazzi, andiamo a vedere
cosa hanno adesso di tanto speciale per meritarsi
l’America.
Dal palco la risposta è stata spiazzante perché
i Jennifer non hanno fatto che suonare le loro
canzoni, senza numeri a sorpresa, senza colpi
di scena: hanno suonato come sanno e come sono,
dimostrando di essersi meritati quest’occasione
con quelle qualità che coltivano dal loro esordio.
Questa è stata la vera novità: sin dai primi pezzi
si è poco a poco intuito che Marco e compagni
sono cresciuti continuando ad essere se stessi,
sviluppando la loro identità. Il fatto che la
prima parte del concerto sia stata improntata
su dei sognanti pezzi acustici ha evidenziato
come i Jennifer sono ormai in grado di lasciar
crescere la loro musica in un fluire che si è
fatto più continuo, più curato e più concentrico,
come dimostra anche l’ultimo album. Con questo
approccio le canzoni sono state riarrangiate,
alcune mutate, grazie all’apporto di Isacco Maretto
alla chitarra, di Liviano Mos alle tastiere e
di Francesco Candura al basso.
Gli interventi fantasiosi dei kazoo, di una melodica,
di una tastiera che suonava come un glockenspiel
o di una slide appena pizzicata sono stati sottili
e sempre al servizio di interpretazioni appena
sfiorate come “Tiny holes” e “Golden drawings”:
superba è stata “Wondermarsh”, eseguita come un’adagio
con un arpeggio e tre voci bianche.
Tanto incanto ha portato ad una suspense che,
come anche nell’ultimo disco, è culminata in un
crescendo strumentale elettrico: “Bring them”
ha segnato il passaggio da una fase acustica ad
una più pop e più rock, interrompendo e contemporaneamente
facendo sfociare la corrente fin lì accumulata.
La serata è così diventata un susseguirsi di performances
in bilico tra pop e psichedelia, tra rock e mantra
lisergici: anche in questa fase è stata evidente
la capacità di gestire le interpretazioni, senza
giocare su salti e sbalzi di energia, ma piuttosto
sulla consequenzialità della musica con arrangiamenti
e interpretazioni tanto vivaci da provocarne di
successivi. Ad innescare il meccanismo è stata
la batteria di Alessio, fondamentale tanto per
giocare coi pezzi pop quanto per insistere sulle
improvvisazioni. I rimandi alle atmosfere dei
Doors e dei 13th Floor Elevators sono stati portati
oltre, soprattutto nei finali carichi di tastiere
e di chitarre: proprio le code dei pezzi sono
state delle protuberanze cresciute a dismisura,
come successo con “Husbands”, prima lenta con
tanto di fisarmonica e poi urlata oltre ogni umore.
“Rubber and south” ha concluso come un mantra
vorticoso, seguita da un’unica concessione al
pubblico: “Floating Fraülein”, sospesa sui tocchi
di una steel, ha chiuso la serata in una bolla
lasciata a volteggiare sotto il soffitto del Freemuzik
tra le luci del dj set. Alla fine i Jennifer non
hanno solo risposto di essere pronti per l’America
ma hanno anche rilanciato la domanda: l’America
è pronta per loro?
Scaletta:
Universal
daughter
Mad
house
No
mind in my mind
Tiny
holes
Golden
drawings
Liquid
coffee
Wondermarsh
Bring
them
My
memories book
I
do dream you
Locoweed
Nothing
makes sense
Husbands
Rubber
and south
Floating
Fraülein
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