Peppe Servillo

Peppe Servillo

Bollate / Villa Arconati


18/07/2017 - di Laura Bianchi
“Pensieri pochi…parole assai!”: Peppe Servillo, elegante, ironico e sornione, introduce così, dopo un’elettrizzante I giardini di marzo, l’omaggio a Lucio Battisti pensato da lui e dall’eclettico sassofonista Javier Girotto, intitolato proprio Pensieri e Parole, con cui sta girando l’Italia, e che ha fatto tappa nell’incantevole Villa Arconati di Bollate, per il Festival estivo.

Molte parole, invero, e di gran classe: quelle scritte da Mogol, con un’unica eccezione illustre (Che vita ha fatto, di Panella); ma anche molta, bellissima, musica: quella di Battisti, superbamente arrangiata con virate a Sud dallo stesso Girotto, e splendidamente eseguita da un ensemble che raccoglie il meglio della scena jazz italiana: oltre a Girotto, Fabrizio Bosso alla tromba, Furio Di Castri al contrabbasso, Rita Marcotulli al pianoforte e Ruben Bellavia alla batteria, per un concerto spettacolo, che attraversa decenni di storia della canzone italiana, colta nella sua massima espressione.

A cucire il tutto, la presenza scenica di Servillo, che piega la propria vocalità al servizio di testi famosissimi, e per questo ancor più difficili da eseguire; eppure riesce nell’intento di farli sentire contemporanei, accentuando il vibrato nei passaggi più intensi (Perché no, E penso a te, che si conclude con il coro di tutto il pubblico), o arrochendo la voce nei brani più aggressivi (Pensieri e parole, oppure Una giornata uggiosa), sostenuto dai sapienti tocchi del direttore d’orchestra Girotto, che conduce il viaggio attraverso melodie divenute popolari, ma che rivelano, a un ascolto più attento, una raffinatezza compositiva sempre attuale e una poliedricità tematica ancora sorprendente.

Servillo non rinuncia alla propria vena attoriale, recitando una gustosa poesia di Trilussa (Li amori der gatto) come introduzione a Il leone e la gallina, o accentuando la propria gestualità fino a raggiungere vette di autentico pathos, come nel caso di Emozioni, introdotta da un solo di piano di Marcotulli, a cui si aggiungono via via tutti gli strumenti, fino a un crescendo davvero emozionante. Ma tutto il concerto si arricchisce di un interplay costante fra i musicisti, che giocano col proprio strumento e fra loro, senza fare sfoggio di vuoto virtuosismo, ma mettendosi al servizio della partitura: come nel perfetto affiatamento fra contrabbasso, batteria e pianoforte a tenere le fila del ritmo, o nell’introduzione di contrabbasso su Io vorrei…non vorrei…ma se vuoi, in quella di batteria su Una giornata uggiosa, o nel dialogo fra tromba e sax in Il nostro caro angelo, fino alla piccola rivoluzione di 29 settembre, inaspettatamente tutta strumentale, per accentuare il dinamismo della narrazione, e insieme creare un pezzo autenticamente jazz.

Il pubblico, numerosissimo, rispettoso, si lascia coinvolgere dalla proposta, e applaude convinto a scena aperta, certo di trovarsi di fronte a uno dei concept show di maggiore qualità della stagione, a cui si spera faccia seguito un documento audio, per tenere traccia di una serata memorabile.