Il Teatro Degli Orrori

Il Teatro Degli Orrori

Roma, Orion LIve Club

17/03/2012  |  di Arianna Marsico

La serata comincia in modo veramente strano. La lunga ed inspiegata attesa (quasi due ore!) per il Teatro degli Orrori genera un malumore in una certa frangia del  pubblico che si scaglia anche contro gli incolpevoli The Mantra ATSMM. La formazione indie – rock napoletana cerca comunque di non farsi scoraggiare dalla maleducazione ( la cultura del desiderio di conoscenza musicale nel nostro Paese ha molta strada da fare) e da un microfono sibilante  ed offe uno show interessante,  con la bella voce di Adriana Salomone  che dosa rabbia e dolcezza. Dopo un’altra buona mezz’ora ecco  che la pazienza viene ripagata dall’entrata in scena del Teatro, con Rivendico scagliata come un dardo infuocato. Peccato che nonostante il non poco tempo a disposizione l’esito del soundcheck per il microfono di Capovilla  sia stato a dir poco disastroso ( a nulla devono essere valse le segnalazioni dei precedenti sibili): spesso non si distinguono le parole, ed è un vero peccato perché il Teatro degli Orrori è un gruppo i cui testi formano un’unità inscindibile con la musica.

La sintonia della sezione ritmica invece lascia senza fiato, il basso di  Giulio Ragno Favero e la batteria di Francesco Valente rendono esplosive le atmosfere, con un retrogusto industrial che ben incarna la cupezza della distopia odierna, forse peggiore delle previsioni di Huxley. Il secondo brano è sempre da Il mondo nuovo, ed è Non vedo l’ora, dolce e lacerante. In E’ colpa mia il leitmotiv finale “Figlio mi ci pensi un giorno tutto questo sarà tuo” è ripetuto, dilatato, e con il contributo del pubblico assume quasi la forza di un coro. Arrivano poi Skopje, bella e cupa , Pablo e Martino. Con quest’ultima entra in scena anche Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours, che con il suo violino impreziosisce gli aneliti disperati del brano (“Ma il mio cuore non è abbastanza grande per sopportare tutte le sue periferie”). In Adrian la verve teatrale  di Capovilla straripa, incontenibile, con atteggiamenti alla Carmelo Bene forse eccessivi. Il cuore si commuove con Direzioni diverse,lenta e maestosa, uno dei pochi momenti di raccoglimento (assieme a Ion) in un concerto che non risparmia colpi bassi. A sangue freddo è un pugno allo stomaco, cruda ed intensa, che riporta a quei giorni crudeli.

E’ un concerto denso di suono ed energia, che dopo tanti colpi sparati a raffica termina con una sorta di suite – mantra ipnotica, una dilatazione che fa calare lentamente il ritmo,  come un immaginario sipario sul palcoscenico.

Un’ ultima nota: forse visto il tema de Il mondo nuovo, ossia l’immigrazione ed i suoi drammi sommersi, mi sarei aspettata un  atteggiamento meno  da divo sul palco da parte di Capovilla, che invece tra stage - diving e gesti teatrali non si risparmia nulla. A qualcuno tutto ciò potrà piacere e indubbiamente fa parte del personaggio, ma a mio modesto parere turba un po’ la sensazione di empatia che si era creata con l’ascolto dei dischi. De gustibus.

 L’artista in scena rischia di intrappolare l’uomo, l’autore. 

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