Brunori Sas

Brunori Sas

Trani, Piazza Duomo


16/08/2017 - di Ambrosia J. S. Imbornone
Dopo un rinvio per grandine, tocca alla Brunori Sas aprire la seconda edizione della rassegna “Fuori Museo – Eventi d’estate” organizzata a Trani dalla Fondazione Seca nello scenario impareggiabile di Piazza Duomo, dopo i colori spettacolari del tramonto sul mare e dinnanzi alla maestosa cattedrale cittadina.

Ad aprire l’evento sono due artisti che sembrano in qualche modo simboleggiare due lati differenti della musica di Brunori: Luca Giura, in arte Molla, accompagnato dal suo chitarrista, Nico Giannotti, tra battute scherzose e aspetto un po’ stralunato, è alfiere di un pop sognante, ironico e romantico, mentre Elisabetta Pasquale porta sul palcoscenico di “Fuori museo” l’elegante soffusa e setosa del progetto Orelle e lo stile sofisticato del suo cantautorato jazzato e del suo contrabbasso.
Dario Brunori arriva (o meglio torna) a Trani invece accompagnato ovviamente dalla band, composta da Simona Marrazzo (cori, synth, percussioni), Dario Della Rossa (pianoforte, synth), Stefano Amato (basso, violoncello, mandolini), Mirko Onofrio (fiati, percussioni, cori, synth), Massimo Palermo (batteria, percussioni) e Lucia Sagretti (violino). Davanti a una platea che abbraccia e assomma varie generazioni fino ai ventenni, il consolidato gruppo propone sonorità ricche e articolate, che mutano per adattarsi a umori e rappresentazioni, in un cantautorato ora brillante, ora intenso, ora divertente, ora drammatico. Si balla allora sulle contraddizioni e le due velocità dell’Italia nella coinvolgente Lamezia-Milano, mentre Rosa, tratta da Poveri cristi vol. 2¸ è diventata un asciutto e furente pezzo folk’n’roll che rammenta il primo Pan del Diavolo; i coretti retrò fanno da macchina del tempo, i fiati di Mirko Onofrio apportano una patina e un fascino cinematico, il violino è una carezza folk raffinata e dolente.
Kurt Cobain, meditazione profonda e quasi catartica sul suicidio, sfodera e squaderna un’intensità dolorosa da brividi; passionale, poetica e triste, quasi una delicata e struggente trasposizione del binomio Amore-Morte risuona invece Diego e io, chicca emozionante che, un po’ inattesa, fa capolino in scaletta con il suo testo scritto con Antonio Di Martino e dedicato alla storia di Frida Kahlo e Diego Rivera (Di Martino d’altronde, come è noto, ha omaggiato con Fabrizio Cammarata anche Chavela Vargas in un libro, un disco e ovviamente uno spettacolo). La vita liquida scioglie le riflessioni sociologiche sull`uomo, i pensieri, morale e religioni liquide in un emozionante anelito a rinconsegnarsi al mare. 

La verità, Targa Tenco 2017 per la migliore canzone, è proposta, come sempre, sia in apertura, sia ad inaugurare la ripartenza dell’encore in versione più intima e acustica: anche in questo caso la forza emozionale del pezzo, l’enfasi viscerale che si manifesta soprattutto nel ritornello, possiede quasi un potere liberatorio, che d’altronde deriva dal tipo di partecipazione richiesta e mostrata da Brunori. Il “tu” della canzone infatti può essere indirizzato a un destinatario specifico o agli ascoltatori, così come essere un interlocutore interiore in una confessione spietata.
Brunori, che sul palco mostra di aver mantenuto autoironia sorridente e understatement, abbatte così le barriere con il suo pubblico, evitando toni predicatori e piedistalli e osservando storie, fragilità, pose e paure innanzitutto in se stesso; ascoltando i suoi brani di fila, è impossibile non notare come prevalga la prima persona nella narrazione, che diventa così viva da rendere le canzoni “belle da restarci male”, per parafrasare Canzone contro la paura, oppure non si può non accorgersi che il cantautore originario di Cosenza colpisce e stringe in crescendo emozionali quando restringe lo sguardo e illumina i suoi limiti come i nostri. Dario, allora, tra il placido mare di una serata estiva e la grandiosa magnificenza della cattedrale di Trani, *diventa* il professore di Pornoromanzo (dal terzo album Il cammino di Santiago in taxi), che ha una relazione morbosa con la studentessa-ninfetta di quarant’anni più giovane, diventa l’amante disperato e assassino della lancinante Colpo di pistola, stanco dei no della sua lei e destinato a suicidarsi in carcere, diventa il protagonista maschilista, insensibile e animalesco, tutto risse, calcio e tv, di Sabato bestiale: chi in piazza canta con il cantautore sa bene che probabilmente lui è la persona a cui questo personaggio si rivolge, il tipo con la “barba da intellettuale” che vorrebbe fargli la morale, magari cantandogli L’uomo nero, ma il protagonista di Sabato bestiale ci spiazza e accusa con il suo “Sono superficiale / in fondo sai lo sai anche tu”. Non ci possiamo insomma tirare fuori ed è lo stesso Dario a puntare il dito anche contro se stesso quando ammette ne L’uomo nero (il razzista, non un qualche capro espiatorio dalla pelle scura, su cui sfogare timori e insicurezze) di aver temuto per la sua vita su un autobus di Milano “solo perché un ragazzino arabo / si è messo a pregare dicendo il Corano”, oppure quando affronta di petto temi come l’omertà, l’asservimento ai potenti e la vigliaccheria: “Don Abbondio sono io / affacciato alla finestra / a guardare le macerie / a contare quel che resta”.

Insomma, nel rito collettivo del concerto, si balla, si canta, ci si diverte, ci si commuove, ma si è anche costretti a riflettere, perché il cerchio di stringe e si parla proprio di noi. D’altronde, tra un ritratto divertente come quello del poser di Italian Dandy o dell’indifferenza bambina e della solitudine del chitarrista da falò di Guardia ’82 (entrambe dal primo disco dell’artista), nella sua apparente leggerezza di cantautore che compone “canzoni poco intelligenti / che ti ci svegli la mattina e ti ci lavi i denti”, Brunori mette anche in discussione l’imperativo occidentale di “rimuovere il dolore”, cantato nella pensosa e dolcissima chiusura affidata alle note di Secondo me.
Dario scherza sulla sua camicia bianca “da cameriere”, su un infortunio in cui sarebbe incappato per aver giocato a calcio a Ferragosto per la prima volta “dai mondiali del ‘94”, sulla sua forma fisica oppure sul rito di abbandonare il palco prima delle ultime canzoni e sul coro “da A.C.R.” (“Se non suoni l’ultima noi non ce ne andiamo”) con cui è richiamato a suonare (“Ma una volta mi dicevano in coro “fuori” quando stavo cantando!”), ma dietro e dentro quella simpatica lievità c’è una profondità che sale a stringerti un nodo in gola, come quando in Come stai (la canzone del primo disco che regge meglio il tempo) dai convenevoli e dai pensieri ricorrenti del quotidiano si passa a scavare sotto la superficie: “Di cosa vuoi canti? […] Di com’è triste il Natale senza mio padre”. No, le canzoni di Brunori, pure spesso dotate di un linguaggio piuttosto immediato e riecheggianti una tradizione, rimasticata e ormai assimilata in forme riconoscibili e personali, non sono solo “buone per andarci la domenica al mare”, come il cantautore canta ancora in quel manifesto sulla musica che è Canzone contro la paura, ma “ti danno la forza di ricominciare”, magari con l’entusiasmo idealista, ma anche realista, da “vecchio ragazzino dentro il corpo di un uomo” (Lamezia-Milano), dimostrato da Dario ne Il costume da torero. E poi in fondo…”in mezzo a questo dolore / e in tutto questo rumore / a volte basta una canzone / anche una stupida canzone / solo una stupida canzone / a ricordarti chi sei” (ancora da Canzone contro la paura).

Quarta foto di Rita Scarola.

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