Elliott Sharp’s Terraplane

Elliott Sharp’s Terraplane

Poisson Rouge - New York City

15/08/2010  |  di Andrea Rossi

Il concerto dei Terraplane, gruppo capeggiato dal chitarrista Elliott Sharp, si è purtroppo svolto davanti a un pubblico di 30 persone scarse, dimezzatesi nel corso della serata al Poisson Rouge, club newyorkese sito in zona Noho.
Questo, nonostante la band presentasse nomi di eccezione della scena ´Jazz´ newyorkese, quali Eric Mingus alla voce, Dave Hofstra al basso, Don McKenzie alla batteria, e, soprattutto, il leader Sharp, maestro della chitarra noise e trasversale, capace di muoversi da 30 anni in territori di confine tra generi e stili, dal jazzcore al rock più obliquo fino al blues.
I Terraplane sono appunto il progetto con cui Sharp esplora e propone chiavi di lettura ´altre´ della musica del diavolo, miscelandola con vari ingredienti, tra cui hard, jazz, free, rock, e cercando sempre il margine di rischio, uscendo dai clichè più mainstream del blues per camminare sul filo.
Nel set in questione, la band, priva del trombone di Curtis Fowlkes e del sax baritono di Alex Harding, ha proposto un blues metropolitano, evocativo e scuro, elettrico e acido, a tratti hard, fortemente ispirato al rock dei primi anni ’70, ma ovviamente privo di quei colori e timbri che la presenza dei fiati può offrire.
L’inizio è in trio, con un vecchio brano (´Snowy day´) che anticipa perfettamente atmosfere e sound del la serata: il basso elettrico di Hofstra propone un riff semplice, quasi marziale, che, ripetuto ossessivamente, diventa una base implacabile su cui Sharp si lancia in fraseggi taglienti, quasi hendrixiani, mentre la batteria di McKenzie dà corpo e sostiene il suono con fantasia, interagendo con i cambi di rotta e le impro chitarristiche del leader, che dal blues passa ad atmosfere acid per arrivare a incubi country disegnati alla slide guitar.
Per il secondo brano, ´Smoke and Mirrors´, sale sul palco Mingus, e il suono si sposta verso un blues a tinte quasi hard rock, su cui la voce urla, alternando falsetti, grida e squarci vocali.
Segue ´Oil Blues´, un pezzo che parte più canonico, quasi un talkin’ blues lineare, per deragliare progressivamente in un finale free, in cui Sharp recupera pienamente le proprie radici avant jazz per lanciarsi in improvvisazioni incendiarie, perfettamente sostenuto dall’ottimo interplay della ritmica.
Il set continua con una serie di brani che rimandano in qualche maniera a sonorità molto ´seventies´, ovviamente conditi da assoli fulminanti ed ibridi, tra cui ´They Say We Is´ e ´Down on the Block´ in cui la voce di Mingus si fa roca e fumosa su base quasi funk.
Gran finale con ´Dangerous Lands´ e ´Tell Me Why´, con lo spirito di Howlin Wolf evocato sul palco del Poisson Rouge.
I Terraplane sono senza dubbio una band esplosiva.
Sharp è un musicista straordinario, e, grazie a dio, non è un guitar hero né per vocazione né per intenzione, per cui alla ricerca dell’effetto preferisce la collisione. Mingus si conferma un acrobata vocale, cantante atipico ed eccellente nell’approccio ´emotivo´ alla materia, e la ritmica è semplicemente perfetta.
La scarsa affluenza del pubblico, forse, può essere spiegata proprio dalla natura ibrida dell’approccio sonoro, che rende il progetto troppo ´rock´ per il pubblico jazz e troppo ´free jazz´ per il pubblico rock e blues più conservatore.
Resta il fatto che di chitarre come quella di Sharp ce ne sono poche in giro, e vedere una band di tale livello chiudere il set davanti a una decina di persone (per quanto entusiaste) francamente fa male al cuore.

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