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A
sorpresa i Pearl Jam hanno organizzato un mini tour
europeo di cinque date che ha toccato Londra, l'undici
ed il diciotto agosto; Rotterdam, il tredici; Berlino,
il quindici; Manchester, il diciassette. Il gruppo di
Eddie Vedder ha colto l'occasione per testare qualche
nuovo brano tratto dall'album "Backspacer", che uscirà
in Italia il diciotto settembre.
Mescalina era a Berlino e vi racconta la magica esperienza
che si prova ad assistere ad uno show di una delle ultime
vere rock band in circolazione.
La Wuhlheide è una bella struttura per concerti, situata
in una zona abbastanza periferica della Berlino est.
L'arena è immersa in un ampio ed accogliente parco,
come ce ne sono molti nella capitale tedesca. Da fan
accorto e sagace, cerco di non arrivare a ridosso dell'orario
d'apertura cancelli, stimato per le 16:45 per i membri
del Ten Club.
La mezza mi pare un'ora adeguata per tentare, almeno
un volta nella vita, di guadagnare la prima fila e godermi
il concerto in santa pace, senza dover sgomitare a destra
e a manca per mantenere la posizione. La zona antistante
i cancelli è accogliente, con un bar, panche e tavoli
per sedersi e mangiare qualcosa. Naturalmente, queste
postazioni vengono quasi immediatamente abbandonate
dopo un fugace pranzo, creando la colonna umana che
si dissolverà appena varcato l'ingresso.
Più o meno all'ora stabilita i cancelli si aprono, ma
l'entrata all'interno dell'arena si trasforma in un
momento fastidioso, concitato ed anche un po' grottesco.
Immaginate una mandria di tori imbufaliti che si accalcano
per uscire dalla recinzione.
La causa risiede in alcune leggerezze della security,
che ignora completamente il comportamento del solito
gruppo di furbetti che riescono ad aggirare la fila,
ma, soprattutto, nella mancanza delle transenne atte
ad incanalare in modo ordinato il pubblico all'interno
del complesso.
Dopo la lotta all'ingresso e la corsa per le prime file
non mi resta altro che attendere.
I Gomez sono i supporter per quattro delle cinque date
europee.
Il gruppo si presenta verso le 19:30 e viene accolto
molto bene dai presenti. Apre con "Revolutionary Kind",
uno dei gioiellini tratti dal secondo album "Liquid
Skin". Canzone cantata da Ben Ottewell, che interpreta
i brani migliori con la sua voce bruciata. Poi largo
spazio all'ultimo disco, "A New Tide", con il suo piglio
molto brit-pop. La chiusura è affidata all'inquieta
e ritmata "How We Operate", tratta dal penultimo omonimo
album, per un set di circa mezz'ora.
Intorno alle 20:30 un boato assordante accompagna l'ingresso
dei Pearl Jam sul palco, introdotti da un insolito sottofondo
di pianoforte e non dallo strumentale "Master/Slave",
come da copione. Nessuno spazio per le consuete ballad
d'apertura, l'attacco è al vetriolo con una "Why Go"
dominata dal solo fulminante di McCready. Il gruppo
sembra in forma smagliante: Il suono è grasso, corposo
ed il gain è regolato al punto giusto. Eddie è in serata,
voce piena, centrata, rabbiosa quando serve. Seguono
i riff sferraglianti di "Hail, Hail". Quasi subito arriva
il momento del nuovo singolo "The Fixer", brano dall'andamento
pop e melodicamente catchy; la versione dal vivo è come
al solito accelerata ed irruente e supera decisamente
la prova live.
Dopo "Corduroy" (pezzo quasi onnipresente nei live dei
Nostri) iniziano ad alternarsi down e up-tempo. I Pearl
Jam recuperano parecchi brani da "Binaural", il loro
sesto album in studio, spesso dimenticato nel tour del
2006: momenti di pathos assoluto per "Nothing As It
Seems", dove Mike gioca con i sui mille effetti, e la
romantica "Light Years".
Gli show dei Pearl Jam sono un'alternarsi di sorprese
e di situazioni che il pubblico s'aspetta.
Vedder che passa la bottiglia di vino ai ragazzi delle
prime file; la lunghissima jam nel mezzo dell'immensa
"Even Flow", durante la quale Ed, fumando e scuotendo
il capo a ritmo di musica, osserva la sua band da un
lato del palco immersa in un'esperienza quasi sciamanica;
Eddie che nella coda di "Daughter" si diverte con il
pubblico, il quale lo segue nei suoi vocalizzi e il
Nostro che suona "Betterman" lasciandola intonare (perfettamente)
alla gente.
Poi ci sono i momenti che hanno il sapore di piccoli
regali, e son molti, perché siamo al cospetto di una
band che non ripete mai la stessa scaletta! Una canzoncina
come "Bee Girl", messa lì ad aprire il primo encore,
suona dolce e meravigliosa; la splendida out take di
"Vs.", "Hard To Immagine", che si sviluppa in un crescendo
estatico o ancora la tiratissima "Sonic Reducer", dei
Dead Boys, piazzata verso la fine dello show. Questa
è la delizia dei concerti dei Pearl Jam: una band attenta
ai suoi fan (lo è sempre stata), la quale non vuole
deludere il pubblico tralasciando i classici, né annoiarlo
con semplici greatest hits. A riprova di questo amore
che lega I Pearl Jam con il loro "popolo" sono gli improbabili
discorsi di Eddie nella lingua madre del paese in cui
suonano e, soprattutto, la premura del gruppo affinché
nessuno si faccia male. Non è un caso che Vedder, dopo
"Gods' Dice", si fermi e domandi alla folla se è tutto
ok, preoccupato dalla grande calca delle prime file,
e chieda a tutti di fare tre passi indietro.
Il cuore dello show è costituito dalla cinquina spaccatutto
"Got Some", "Glorified G", "Brother", "Insignificance",
"Do The Evolution".
"Got Some" è un altro nuovo brano, aggressivo, con la
sezione ritmica che gioca un ruolo dominante. "Brother"
è una delle tante out take di "Ten", chitarre poderose
e un bridge struggente, durante il quale Vedder improvvisa
il testo, come spesso fa durante i live.
"Insignificance" e "Do The Evolution" incendiano il
finale del main set.
Il secondo encore inizia con Ed e Mike che intonano
"Angie", degli Stones, seguita immediatamente da "Small
Town". C'è spazio anche per le richieste, e allora arriva
l'epica "Faithfull". Se la ride Eddie quando durante
il chorus non arriva con la voce, stremato da più di
due ore di concerto.
La chiusura è abituale, classica, ma imperitura: la
versione muscolare e devastante di "Rockin' In The Free
World", di Neil Young, e la splendida ed evocativa "Yellow
Ledbetter", con Vedder che tributa i prodigi di McCready
inginocchiandoglisi di fronte durante il solo conclusivo.
Dopo gli inchini ed i saluti la band si dilegua dietro
le quinte e la folla non impiega molto a dissiparsi.
Nell'avvicinarmi all'uscita la cosa che mi colpisce
di più sono le espressioni stampate sul volto dei presenti:
facce indubbiamente stanche, anche un po' provate, ma
quegli sguardi, persi nel cielo della notte berlinese
come a cercare qualcosa d'incredibile da poco svanita,
e strani sorrisi, appena accennati.
Le ultime visibili manifestazioni dell'ennesima grande
esperienza musicale vissuta grazie ai Pearl Jam.
Main Set Pearl Jam:
Why Go
Hail, Hail
The Fixer
Corduroy
I Am Mine
Nothing As It Seems
Untitled
MFC
Gods' Dice
Even Flow
Unemployable
Severed Hand
Light Years
Daughter/Blitzkrieg Bop (Ramones)
Got Some
Glorified G
Brother
Insignificance
Do The Evolution
Encore #1:
Bee Girl
Better Man/Save It For Later (English Beat)
Given To Fly
Hard To Immagine
Alive
Encore #2:
Angie (Rolling Stones)/Small Town
Faithfull
Sonic Reducer (Dead Boys)
Rockin' In The Free World (Neil Young)
Yellow Ledbetter
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