Dan Stuart E Don Antonio

Dan Stuart E Don Antonio

Cantù / 1e35


15/05/2017 - di Fabio Baietti
La camicia del guardiano dello Zoo e altre amene storie

Da qualche tempo si è consolidata una certezza nel popolo che ancora ha la forza di frequentare concerti di qualità. Quella che, quando sul palco sale la poliedrica sei corde di Antonio Gramentieri ed i musicisti che attorno ad essa ruotano, non può che essere una serata speciale, se non memorabile. Sotto le varie incarnazioni a nome Slummers, Sacri Cuori e Don Antonio, fama assolutamente meritata per il barbuto chitarrista-produttore-promoter di Modigliana

Un mix di tecnica, anima e musicalità accattivante e complessa, si materializza nel momento in cui Grammo introduce i due pezzi mentre Dan Stuart si concede una meritata pausa sambuca.

Pezzi “politici”, anche senza testo, sempre più inclinati verso un’obliqua visione del mondo da Sud verso Nord. Nuove carte geografiche ridisegnate con idee “forti” in tempi travagliati. Il tutto servito con gustose pietanze con sopra la bandierina di un Messico decisamente più barrio che spiaggia assolata “Mestizo” e “Soukana”, nonostante proposti da tre elementi invece che comprendere le sofisticate stratificazioni inserite nei brani in studio, ne sono il  suadente manifesto sonoro

Merito della resa “live” la bravura di Francesco Valtieri, pregevole ai fiati e prezioso collante alle tastiere, e di Diego Sapignoli, alla batteria. Il suo eclettismo con bacchette, spazzole, maracas è ormai marchio di fabbrica, tanto da far dire al capobanda di ritrovarsi dopo tanti anni di collaborazione “…non UN batterista ma DUE e MEZZO…”

Prima e dopo i minuti dedicati al progetto DON ANTONIO si è materializzato il DAN STUART che non ero mai riuscito a gustare per intero nelle quattro occasioni in cui l’avevo incrociato sul palco

Ciò cha mi ha colpito è stato il suo sguardo, altrove ma presente, inquietante ma lucido, a volte iniettato di rabbia ma con quel velo di malinconia che, a fatica, si riesce a scorgere.

La presenza scenica è di quelle che definire carismatiche è riduttivo. Loquace senza debordare nel soliloquio, empatico con il gruppo (soprattutto con il traduttore simultaneo Valtieri…), accarezza con garbo il trash nell’avvisare i fans al primo tavolo che potrebbero ricevere la sua rivincita contro chi lo ha già simpaticamente assalito, ricordandogli eventi trascorsi da più di vent’anni…

La voce è sicura, sia nelle tetre ballate che sui pezzi più tirati. Compostamente sguaiata nei felicissimi momenti punk-rock proposti dal Nostro. Forse il momento paradossalmente più struggente per Dan, sguardo verso il microfono quando domanda (più a sé stesso che alla band ed al pubblico) “Vi ricordate il punk-rock? No?...Siete troppo giovani, cosa vi siete persi… Fuck!!”

E’ un fiume in piena Dan the Mad. Anche lui ha qualche “frontiera” da raccontare Sicuramente geografica, ormai pregno di mexicanità e di livore verso i gringos. Ma pure quella  che risiede da tempo nel suo animo inquieto mentre parla di gravità indossando una bizzarra camicia da guardiano dello zoo. Quella sulla quale, se la si vuole scrutare con le pupille della nostalgia, si possono ancora distinguere tracce di verde su rosso. “Keith can’t read”, “Zombie for love”, “Little things in life” e, ovviamente, “Gravity talks” ne sono degna testimonianza.

In tutte le canzoni proposte, tratte dalla “saga” Marlowe fino all’ obliqua (non poteva essere altrimenti..) versione di “Suspicious minds” il connubio Stuart – Gramentieri ha funzionato alla perfezione.

QUEL suono di chitarra e QUELLA voce senza tempo era quello che volevo sentire. La danza sincopata di Dan nell’assecondare gli assoli era quello che volevo vedere.

Play us a PUNK ROCK song, Dan!! Again and again

Foto di: Giuseppe Verrini e Roberto Bianchi

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