LA MACEDONIA MUSICALE DI PAOLO NUTINI: FRESCA MA TROPPO POCA…
Il bar di Villa Arconati serve una macedonia ottima, ma in un bicchiere di plastica, e senza il cucchiaino. Bisogna gustarla con la forchetta. Così, anche se la combinazione di frutta è eccellente, ben miscelata, fresca e piacevole, un po’ ci perde.
E’ così anche la musica di Paolo Nutini. Lungi dall’appiattirsi sull’indie pop in cui era stata collocata al suo esordio, è una combinazione riuscita di generi diversi, tutti di nobile origine, ben suonata, ancor meglio interpretata, vissuta con passione e convinzione. Ma il gusto che si prova stasera è quello di una macedonia dagli ottimi ingredienti, servita senza troppa cura, in un concerto brevissimo - solo una decina di pezzi in neanche un’ora e un quarto - , nonostante il sold out, e nonostante il calore del pubblico, a cui Nutini rivolge qualche parola di circostanza, senza muoversi dalla trincea del palco, senza concedersi mai al contatto umano.
Nutini è giovanissimo, e il pubblico è suo coetaneo. Nutini sa da dove e come scegliere la frutta della sua macedonia: il soul da Otis Redding, il surf dai Beach Boys, il reggae da Jimmy Cliff, le ballate acustiche da Bob Dylan, il country rock da Johnny Cash. Poi ci aggiunge qualche altro ingrediente di contorno, come la bravura del suo gruppo, i cui fiati non hanno niente da invidiare a una brass band, o le buone vibrazioni di una voce versatile, capace di passare da tonalità intimistiche alla Cat Stevens, a esplosioni rhythm’n’ blues alla Jackie Wilson.
Il pubblico gusta la macedonia, non si chiede da dove sono presi gli ingredienti, salta, balla, urla, sventola striscioni, canta a memoria i testi. Sono giovani, ingenui, vivono il momento, ed è già un piccolo miracolo che siano scampati all’invasione di musica fast food che minaccia le loro orecchie, per rifugiarsi in sonorità meno artificiali. Col tempo, chissà, potrebbero incuriosirsi e arrivare fino alle radici dei diversi stili che Nutini propone; allora, forse, capirebbero la differenza, e un po’ si potrebbero sentire defraudati.
Non è così per chi già conosce quelle radici: il rispetto con cui Nutini tratta i maestri forse nuoce alla sua identità, e non è chiaro se il suo sia un eclettismo voluto o dovuto alla mancanza di un centro sonoro – gli si deve concedere ancora qualche anno perché riesca a definirsi meglio - , ma è ugualmente piacevole rintracciare, nel tessuto proposto dallo scozzese, le migliori ascendenze della nostra cultura musicale.
Nutini dovrebbe solo imparare come servire la macedonia, e, anche in questo campo, gli basterebbe ispirarsi a molti dei suoi maestri, che hanno saputo e sanno ancor oggi recepire e restituire le emozioni che provengono dal proprio pubblico.