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Roma, Monk


13/02/2016 - di Arianna Marsico
Quadrante Orientale di Roma, zona di depositi auto-ferroviari che spesso si fa terra di nessuno. In questo contesto una serata come quella organizzata da MarteLabel al Monk diventa un’operazione di sutura urbana, che porta ad una valorizzazione di spazi che hanno un potenziale immenso (come già il Monk dimostra) e che fa vedere come sia possibile riportare la musica del vivo in una città che per motivi di diversa natura (e senza voler entrare nel merito degli stessi) ha perso palchi che arricchivano il panorama musicale capitolino (che non può essere fatto solo dei pur meravigliosi concerti – evento al Circo Massimo).

MARTELABEL FEST non è stata però solo una serata a base di buona musica. L’arte è in ogni forma di curiosità verso il mondo, in ogni sguardo che vuole colorarlo in qualche modo, letterale o meno. La ricchezza della serata è tale che alla fine ogni resoconto è il proprio ricordo personale, di ciò che più ci ha preso il cuore. Parziale quindi, ma sentito.

Ed ecco che prende vita sulle parete del capannone, proprio sotto gli occhi dei presenti, la street art di Moby Dick, che col colore rende una parte spenta speciale. L’infanzia riaffiora alla memoria leggiadra con le bolle di sapone ed il sorriso di Canarina, artista circense. Perché il circo non è solo domatori, ma è anche la grazia di chi sa muoversi leggiadra. Ci sono le foto di Chiara Ernandez, Michela Amadei e i PP+C.

E poi c’è lei ovviamente, la musica, disseminata in più punti. Sul palco principale danno il via alla serata i Moustache Prawn, con il loro elettro rock. Una autentica scoperta per me sono i Mammooth. La loro musica di matrice elettronica riesce ad essere ariosa come se ci fosse un’orchestra. Il loro ultimo lavoro Eat Me Drink Me (2015) presentato dal vivo è ipnotico. La voce di  Riccardo Bertini è limpida e tonante. Il or set è poi accompagnato dalla performance di danza della Compagnia Sinespatio. Puro gesto che si fa linguaggio del corpo. Lenta grazia che si invera sotto gli occhi dei presenti.

Il concerto Dellera vs De Rubertis vede alternarsi alla voce Roberto Dell’Era (alla chitarra stavolta, il basos stasera sta a guardare) e Gianluca De Rubertis, che ci delizia con il suo pianoforte. I due hanno anche già lavorato insieme, fra l’altro, proprio nell’ultimo Stare bene è pericoloso (2015) di Dellera La voce finalmente meno tenue di Roberto permette di assaporare meglio, rispetto a quando uscì l’omonimo album nel 2008, brani come Ami Lei o Ami Me. La voce di Gianluca ha un fondo della densità di Fabrizio De Andrè ma mantiene una sua personale intensità. Labbracadabra è semplicemente da brividi. Per tutta la serata si passa dalle note liquide dei tasti di De Rubertis alla favoleggiante chitarra di Roberto.

La chiusura di questo match in realtà parecchio amichevole viene però lasciata ad un brano che non è scritto da nessuno dei due. Perfect day di Lou Reed riempie i cuori nel finale.

Ci sono anche Gli Scontati di Lorenzo Kruger dei Nobraino e Giacomo Toni, gli Anudo… il programma sembra un mazzo di fiori in cui si ha solo l’imbarazzo di cosa scegliere.

Un mazzo di fiori può variare con le stagioni, quindi non resta che aspettare…

La primavera intanto (non) tarda ad arrivare…