Bobo Rondelli

Bobo Rondelli

Cantù / Allunaetrentacinquecirca


13/01/2014 - di Laura Bianchi
“Attento a quel che desideri: potrebbe avverarsi”. Il vecchio Oscar Wilde ne sa, eccome. E il sogno di chi sa sognare più forte degli altri si avvera di sicuro, quando lo si insegue, con caparbietà e determinazione.

Un sogno si realizza, lunedì a Cantù: sul palco dell’Unaetrentacinquecirca si presenta, dopo anni di attese, corteggiamenti, inseguimenti e trattative, Bobo Rondelli, il cantautore scrittore attore poeta disperato intellettuale ubriacone livornese, dalla personalità tanto imprevedibile quanto generosa, umorale e disincantato cantore delle piccole gioie che fanno battere il cuore e delle grandi cose che lo fanno morire.

L’atmosfera è ricca di tensione e di aspettative:  in tanti conoscono il carattere di Rondelli e sono pronti ad accoglierlo con affetto e stima, motivata da un percorso artistico coerente, ancorché irregolare, nel quale si è sempre avuta l’impressione che il geniaccio toscano non ottenesse il meritato riconoscimento per il suo indiscutibile talento di scrittore di poesie in musica e di performer travolgente. Ma Rondelli questa sera supera  ogni più rosea speranza: complice un pubblico delle grandi occasioni, partecipe, silenzioso, attento e affascinato, e un clima intimo e caldissimo, da serata fra pochi, buoni amici, nonostante le quasi duecento persone, fin dalle prime battute del concerto si avverte che si sta creando quell’alchimia speciale fra artista e spettatori, così rara da evocare, ma che, quando accade, fa di uno spettacolo una festa per i sensi e il cuore.

Bobo, introdotto da un open act di prestigio, il singer-songwriter canadese Bocephus King, che per l’occasione sfodera un’indiscutibile classe come interprete di alcune delle perle del repertorio di Bob Dylan (da Mississippi a When I paint my masterpiece, passando per Is Your Love In Vain?  o Changing of the Guards), e accompagnato dai fidi Fabio Marchiori (tastiere e melodica) e Daniele Paoletti (percussioni), sale sul palco imbracciando una chitarra che subito gli dà ‘problemi tecnici’ (del resto, ‘Aveva problemi tecnici’ è da sempre l’epitaffio che si è scelto…), ma trasforma l’inconveniente nella prima di un’infinita serie di esilaranti gag, coadiuvato dalla ‘spalla’ Marchiori, soprannominato ‘il preventivo’ da Rondelli, perché gli prospetta problemi che non sempre si verificano.

La chitarra acustica viene sostituita dall’ukulele, poi da una chitarra elettrica, suonata con energia e perizia, e la voce duttile, espressiva, camaleontica di Rondelli inizia a sciorinare un’impressionante serie di pezzi che fanno centro nel cuore degli ascoltatori, incantando quelli già appassionati del suo mondo marginale e anarchico, e conquistando definitivamente quelli arrivati a Cantù mossi da curiosità: trovano posto canzoni dei dischi con il primo suo gruppo, gli Ottavo Padiglione (Ho picchiato la testa, Gigi Balla e Il richiamo della forestasu tutte), ma anche gemme del 2001 (emozionanti L’ultima danza e Hawaii da Shanghai ), e brani più recenti, pescando a piene mani da uno dei suoi dischi più convincenti, Per amor del cielo(2009).

Ma un concerto di Rondelli è uno spettacolo completo, fatto di intermezzi cabarettistici, imitazioni di personaggi celebri, chiacchierate a ruota libera, battute folgoranti, omaggi ai grandi della musica italiana e straniera, che conosce perfettamente, perché, come lui stesso dice,  per scrivere un pezzo decente occorre  quantomeno averne ascoltati di bellissimi (stasera tocca al concittadino Piero Ciampi, a Don Backy, a Dylan stesso, per una bellissima e sbilenca Like a rolling stone in duo con Bocephus King, ma anche a Lou Reed, di cui imita movenze e voce), e strettissima interazione col pubblico, interpellato più volte, fino a quando Bobo cede il microfono a uno spettatore per fargli continuare un irresistibile Inno del corpo sciolto, di tosco-benignana memoria, e, tornato Bocephus sul palco, si lancia in una trascinante Goodnight Irene, con tutto il locale in piedi a cantare. Il delirio è completo, il sogno è quasi finito: quasi, perché, concluso il live ufficiale, a microfoni spenti, Bobo si intrattiene ancora con gli irriducibili nottambuli, chiacchierando, salutando, lasciandosi fotografare, e infine cantando ancora in coro successi evergreen, da Capitan Harlock ai Beatles, per coronare una serata per tutti indimenticabile.

Quella Brianza, descritta dal film di Virzì Il capitale umano come metafora di un’Italia ottusa e spietata, non abita a Cantù; qui, stasera, si avverano i sogni più belli: musica, amicizia, poesia, energia positiva, ironia, intelligenza. E di sicuro Bobo Rondelli l’ha capito, e tornerà a farli rivivere.

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