Colapesce

Colapesce

Catania, Teatro Coppola


12/10/2012 - di Annalisa Pruiti Ciarello
Poche luci sul palco, giusto qualche riflettore illuminava il suo volto, la sala del Teatro Coppola gremita di gente ansiosa di vedere La fine del declino. Ebbene sì, il concerto di Colapesce è stato non soltanto una goduria per i timpani, ma anche uno spettacolo per gli occhi, il tutto all`insegna della più pura forma d`arte, la pittura. Ad accompagnarlo nell`impresa Alessandro Baronciani, un noto illustratore pesarese, che in quasi due ore ha plasmato i colori fino a farli diventare immagini.

Il giovane cantautore siracusano ha deciso di concludere il tour - iniziato più di un anno fa – omaggiando la propria terra, quella che vuol riprendersi ciò che le “belle” amministrazioni e la lenta burocrazia le ha tolto, regalando tre date nei Teatri Occupati della Sicilia.
Si è trattato così di un live all`insegna dell`"illegalità", un live coraggioso come lo stesso Colapesce, questa volta da solo sul palco, "nudo", con solo la chitarra e la sua voce, un cavaliere senza macchia, una sorta di Achille, ma con un finale nettamente diverso da quello epico che tutti conosciamo.

L`emozione di godersi lo spettacolo in un teatro è incomparabile, anche se il Coppola non lo è nella forma, lo è nella sostanza (il Teatro è la nobile idea di riacquisire uno spazio ingiustamente sottratto alla fruizione di un pubblico attento al nuovo). Dopo una breve e concisa prefazione a cura di un membro del Coppola, il live ha inizio: Colapesce esordisce con Oasi, pochi effetti, sul palco c`è la sua chitarra acustica e le immagini di Alessandro, bidimensionali ma con vita propria, acquerelli dinamici ed in continua evoluzione, fotogrammi sempre nuovi che variano al variare di ogni singola pennellata; in primo piano un Colapesce in splendida forma, di poche parole, ma d`altronde a che servono le parole quando hai già la musica e le immagini?

Il viaggio continua con La zona rossa, ed un dipinto dai colori caldi (come la temperatura all`interno del teatro) si materializza; suoni ed figure in un continum emozionale, semplici didascalie di semplici pensieri, pochi colori che fusi assieme generano sempre nuove sfumature, tutto ciò vale anche per le note di Lorenzo, moltiplicate, estese e sempre sorprendenti, aiutato dalla compagna di viaggio: la loop station.

In ordine sparso arrivano la splendida Quando tutto diventò blu e Un giorno di festa: l`atmosfera è intima, il pubblico e l`Artista si sentono a casa, tutti prendono e tutti danno, in questa particolare forma di baratto, l`emozione è la moneta. Urciullo resta impassibile durante la metamorfosi dei colori alle sue spalle: è come se vedesse attraverso gli occhi di chi gli sta davanti. Seguono Satellite e Restiamo in casa: ciò che era un mare diventa il fondale per un nuovo volto di donna; la donna figura centrale di quasi ogni opera di Baronciani, una donna immobile ma comunque padrona del proprio destino.

Talassa è preceduta da un breve incipit fatto dal cantautore stesso: il Mediterraneo, porta della libertà, diventa tomba per chi di speranza muore. Nel suo brano, scritto per un documentario patrocinato da Greenpeace si parla della tratta dei tonni ed anche se il paragone volge all`assurdo, non bisogna dimenticare chi di Mediterraneo vive; Talassa è il diario di bordo di chi “sopravvive” sul mare; è l`arte di arrangiarsi di colui che riesce a portare qualcosa a tavola servendosi dello scheletro di un vecchio ombrello.

S`illumina genera un fondale crepuscolare: è la terra vista dal mare e nello stesso tempo è un cielo mediterraneo che si tinge dei colori dell`aurora boreale.
Due sono le cose che caratterizzano un live: il momento il cui il cantautore si ritira dietro le quinte nell`attesa che si sentire la parola Bis e il momento della cover. Puntuali arrivano entrambi, questa volta è toccata a Summer on a solitary beach, del conterraneo “poeta” Franco Battiato.

A pochi minuti dalla fine godiamo de La distruzione di un amore, Le foglie appese (accompagnate da un nuovo ritratto di donna, l`ennesimo) fino ad arrivare a Bogotà: il ricordo di un bambino, l`amore fraterno, la carne montana e i soldatini, gli ingenui momenti di quotidianeità, quando tutto sembrava possibile.

Uno spettacolo perfetto o quasi, poche sbavature, ma tante sfumature, interruzioni brevi e calcolate, tutto misurato come Lui, non ha strafatto ed ha lasciato i noiosi virtuosismi agli artistoidi. Colapesce è la dimostrazione vivente che la spontaneità paga: basta munirsi di una dose di sensibilità e della capacità di guardare oltre le cose.

Le frasi - spesso stonate - urlate contro il palco, i cori non troppo coraggiosi cedono il passo all`amaro: La fine del declino è come un nodo in gola, è una battaglia contro la vita e la società, della quale nessuno conosce il vero finale. I riflettori si spengono su Sera è senza fine