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Nonostante
sia già passato più volte dal nostro paese e nello specifico
anche dall'Interzona di Verona, quello di Howe Gelb
è un concerto che incuriosisce. La presenza sul palco
di un coro gospel è infatti un motivo di interesse che
si va ad aggiungere al valore assodato di un musicista
capace di proporsi con assoluta coerenza e personalità
attraverso vari progetti (oltre a quelli da solista
e con i Giant Sand, sono da ricordare almeno The Band
of Blacky Ranchette, Op8 e Arizona Amp and Alternator).
Dopo aver svolto un ruolo fondamentale nell'ultimo disco,
"Sno Angel Like You", i canadesi "Voices of Praise"
accompagnano Gelb in tour da quasi un anno, sposando
così le sue radici underground blues con una carica
vocale tutta black. Se in studio la loro presenza aveva
prodotto risultati discreti, ma non eccellenti, dal
vivo l'apporto del coro aumenta notevolmente l'impatto
delle canzoni, offrendo un set tra i più coinvolgenti
di quelli proposti da Gelb negli ultimi anni.
Cappello portato di sbieco, il leader dei Giant Sand
apre la serata al piano facendo pensare ad uno di quegli
spettacoli improvvisati e bizzarri che gli abbiamo visto
già fare in passato: da subito invece gli arrangiamenti
prendono una piega carica di un'energia inedita che
si muove su tempi gospel-blues, quasi che ci si venisse
a trovare a metà strada tra una chiesa e un saloon.
Già a partire dal secondo pezzo in scaletta, "Love knows
(no borders)", le canzoni si impongono con una forza
rinnovata dagli interventi vocali e dalle chitarre di
Fred Guignon e dello stesso Gelb, quest'ultimo spesso
impegnato in ripetuti assoli alle sue due Gretsch. Le
classiche battute blues e le abbondanti spruzzate in
call & response danno un vigore inatteso alle tracce
dell'ultimo disco, eseguito quasi per intero. A partire
da "The farm" la forza elettrica e vocale fa salire
di tono la serata con un Gelb entusiasta, pronto a coinvolgere
i musicisti e a rivolgere più di una battuta al pubblico.
Colpisce nel segno soprattutto il deep blues di "Worried
spirits" per il quale viene chiamata al basso Giorgia
Poli (non sarà l'unico "amico italiano" invitato sul
palco).
Stupiscono anche le versioni di pezzi del "vecchio"
repertorio come "Astonished", "World stands still" e
"Dirty form the rain". Gelb è talmente coinvolto che
prima di lanciarsi in uno sferragliante blues chiede
al pubblico se qualcuno si sia per caso portato da casa
un'armonica.
La seconda parte del set poi è un ulteriore crescendo
con i membri del coro che si danno il cambio o si uniscono
a seconda dei casi al microfono: "Robes of bible black"
ha un finale ad libitum, mentre nel mezzo di "That's
how things get done" e "Howlin' a gale" Gelb si lascia
andare del tutto, salendo in piedi sulle spie e lanciando
il suo fidato cappello alle coriste.
Chiude una versione di "Chore of enchantment" con un
tiro più marcato che in studio: il pubblico applaude
con entusiasmo e Gelb si fa prendere passando da una
chitarra all'altra poi al basso per finire con le tastiere.
Addirittura prima di scendere dal palco esegue al piano
un accenno di "Una furtiva lacrima" di Donizetti, tanto
per salutare gli amici e i fans italiani.
Richiamato all'unisono, finge di sedersi alla batteria
e poi chiama per i bis Giovanni Ferrario: la breve versione
di "Get to leave" permette a Ferrario di accordare il
basso e a Gelb di introdurre il pezzo successivo accennando
alla storia dei primi pellegrini e degli immigranti.
Nulla però fa pensare ad una cover di "Immigrant song"
dei Led Zeppelin che arriva come una scudisciata portando
al massimo i livelli delle chitarre e delle voci.
È una conclusione che mette il punto esclamativo ad
una performance di grande spessore e coinvolgimento
che ha ribadito la personalità unica, da vero artista,
di Howe Gelb. Uno dei pochi che riesce a piegare a suo
favore qualsiasi genere di musica.
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