Howe Gelb

Howe Gelb

Interzona (vr)

12/05/2007  |  di Christian Verzeletti

HOWE GELB

12 maggio 2007 - Interzona (VR)

Nonostante sia già passato più volte dal nostro paese e nello specifico anche dall'Interzona di Verona, quello di Howe Gelb è un concerto che incuriosisce. La presenza sul palco di un coro gospel è infatti un motivo di interesse che si va ad aggiungere al valore assodato di un musicista capace di proporsi con assoluta coerenza e personalità attraverso vari progetti (oltre a quelli da solista e con i Giant Sand, sono da ricordare almeno The Band of Blacky Ranchette, Op8 e Arizona Amp and Alternator).
Dopo aver svolto un ruolo fondamentale nell'ultimo disco, "Sno Angel Like You", i canadesi "Voices of Praise" accompagnano Gelb in tour da quasi un anno, sposando così le sue radici underground blues con una carica vocale tutta black. Se in studio la loro presenza aveva prodotto risultati discreti, ma non eccellenti, dal vivo l'apporto del coro aumenta notevolmente l'impatto delle canzoni, offrendo un set tra i più coinvolgenti di quelli proposti da Gelb negli ultimi anni.
Cappello portato di sbieco, il leader dei Giant Sand apre la serata al piano facendo pensare ad uno di quegli spettacoli improvvisati e bizzarri che gli abbiamo visto già fare in passato: da subito invece gli arrangiamenti prendono una piega carica di un'energia inedita che si muove su tempi gospel-blues, quasi che ci si venisse a trovare a metà strada tra una chiesa e un saloon.
Già a partire dal secondo pezzo in scaletta, "Love knows (no borders)", le canzoni si impongono con una forza rinnovata dagli interventi vocali e dalle chitarre di Fred Guignon e dello stesso Gelb, quest'ultimo spesso impegnato in ripetuti assoli alle sue due Gretsch. Le classiche battute blues e le abbondanti spruzzate in call & response danno un vigore inatteso alle tracce dell'ultimo disco, eseguito quasi per intero. A partire da "The farm" la forza elettrica e vocale fa salire di tono la serata con un Gelb entusiasta, pronto a coinvolgere i musicisti e a rivolgere più di una battuta al pubblico. Colpisce nel segno soprattutto il deep blues di "Worried spirits" per il quale viene chiamata al basso Giorgia Poli (non sarà l'unico "amico italiano" invitato sul palco).
Stupiscono anche le versioni di pezzi del "vecchio" repertorio come "Astonished", "World stands still" e "Dirty form the rain". Gelb è talmente coinvolto che prima di lanciarsi in uno sferragliante blues chiede al pubblico se qualcuno si sia per caso portato da casa un'armonica.
La seconda parte del set poi è un ulteriore crescendo con i membri del coro che si danno il cambio o si uniscono a seconda dei casi al microfono: "Robes of bible black" ha un finale ad libitum, mentre nel mezzo di "That's how things get done" e "Howlin' a gale" Gelb si lascia andare del tutto, salendo in piedi sulle spie e lanciando il suo fidato cappello alle coriste.
Chiude una versione di "Chore of enchantment" con un tiro più marcato che in studio: il pubblico applaude con entusiasmo e Gelb si fa prendere passando da una chitarra all'altra poi al basso per finire con le tastiere. Addirittura prima di scendere dal palco esegue al piano un accenno di "Una furtiva lacrima" di Donizetti, tanto per salutare gli amici e i fans italiani.
Richiamato all'unisono, finge di sedersi alla batteria e poi chiama per i bis Giovanni Ferrario: la breve versione di "Get to leave" permette a Ferrario di accordare il basso e a Gelb di introdurre il pezzo successivo accennando alla storia dei primi pellegrini e degli immigranti. Nulla però fa pensare ad una cover di "Immigrant song" dei Led Zeppelin che arriva come una scudisciata portando al massimo i livelli delle chitarre e delle voci.
È una conclusione che mette il punto esclamativo ad una performance di grande spessore e coinvolgimento che ha ribadito la personalità unica, da vero artista, di Howe Gelb. Uno dei pochi che riesce a piegare a suo favore qualsiasi genere di musica.

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