Martha High

Martha High

Roma / Elegance Caffè


11/11/2017 - di Giovanni Sottosanti
In un sabato sera senza anticipi calcistici, Roma e dintorni si presentano incredibilmente ricchi di appuntamenti musicali allettanti. Tra Edoardo Bennato all`Auditorium e gli Orphan Brigade a Passoscuro scelgo Martha High all`Elegance Cafè a Roma Ostiense.

Ho conosciuto e apprezzato l`ex corista di James Brown lo scorso anno, con il brillante Singing For The Good Times prodotto e registrato a Roma da Luca Sapio. In quella prova discografica la settanduenne della Virginia metteva in campo tutte le sue capacità vocale per un perfetto connubio tra soul, funk e r&b di matrice Stax, suoni retrò ma sempre freschi e attuali.

In questi giorni è in uscita il nuovo lavoro dal titolo Tribute To My Soul Sisters, dedicato alle compagne di avventura nella J.B.`s. Nutrivo pertanto molte aspettative per la serata romana, che purtroppo sono andate in parte deluse. Il locale è, come dice il nome, elegante, ma al tempo stesso risulta freddo, asettico, impersonale e forzatamente scicchettoso.

Inizia la band con una buona mezz`ora di intrattenimento strumentale a dir poco irritante e del tutto inutile, poi finalmente esce lei, la principessa del Soul, capelli corti, sorriso a trentadue denti e andatura funkeggiante. E in effetti si parte con un soul funky che fa ben sperare, perché We Gonna Have Funky Good Time viene dal repertorio del Goodfather of Soul, ha un bel tiro e scalda a dovere la platea. Segue You Need A Woman Like Me, tratta invece dal suo disco del 2009, It`s High Time, il pezzo è caratterizzato da un r&b che fatica a prendere il volo.

Don`t Go To Stranger, originariamente di Etta Jones e ripresa poi dall`altra Etta, James, è doverosamente jazzata e giustamente bluesata, tanto quanto la successiva Be Thankful scarica bordate di funk assassino. Dopo neanche venti minuti Martha High lascia il palco per una sosta oggettivamente troppo lunga. L`impressione è comunque quella di un concerto che fatica a decollare, manca il groove, l`unghiata assassina, il funky primitivo e selvaggio, si respira un`atmosfera molto rarefatta, forse volutamente il profilo è basso, si viaggia con il freno a mano tirato. La band poi, con chitarra, batteria e tastiere, senza basso, risulta assolutamente poco incisiva, mai arrembante, del tutto superflua, quasi inutile, lei con la voce non graffia, non trascina.

Alla ripresa di nuovo la band inutilmente padrona della scena, quando finalmente Martha torna sul palco, Cold Sweat di James Brown ricorda a tutti chi è stato the Grandfather of Soul. Un paio di altri pezzi, tra cui Lean On Me, non quella di Bill Withers, tratta dal disco dello scorso anno, in cui la cantante cerca il coinvolgimento del pubblico, chiamando i ritornelli e il battimani. Si chiude così, portandosi dietro una sensazione dolce amara, a dir la verità più amara che dolce, per una serata che non ha espresso in pieno quanto ci si aspettava. Succede.