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Come
ogni anno si rinnova la kermesse musicale più
importante dell'area nord-milanese. Il Festival
di Villa Arconati negli ultimi anni si è guadagnato
fama e considerazione per aver ospitato, in ogni
sua edizione, validi gruppi di artisti della scena
musicale mondiale: la varietà del programma ha
garantito ancora una volta un meritato successo
di pubblico già nelle prime due serate d'esordio,
ovvero per il grande evento con Robert Fripp (fondatore
dei King Crimson) e il concerto di Riccardo Cocciante.
In cartellone viene poi l'appuntament all'apparenza
meno impegnativo, divertente e comunque di qualità,
con gli attesissimi Gogol Bordello: la band ucraino-russo-americana
ha già all'attivo ben quattro album, ma si è fatta
conoscere nel nostro paese solo con l'ultimo "Gypsy
Punk", grazie agli inserti di un italiano non
molto ortodosso nel brano "Santa Marinella" che
li ha portati in vetta alle classifiche degli
Mp3 più scaricati dalla rete.
Non ci sono i preliminari negli show dei Gogol:
la tensione è già alta ancor prima di iniziare
e l'ensemble (di adozione) newyorkese compare
sul palco con una posa decisamente molto teatrale,
fatta di travestimenti e di divertenti atteggiamenti
da sporchi ubriaconi dall'ispirazione criminale.
In realtà ci vuole ben poco per comprendere che
davanti a noi ci sono otto musicisti davvero validi
e che questo progetto musicale è frutto di un
lungo e meditato lavoro evidente in ogni istante
dello show.
Il complesso dei ritmi in levare di "Immi Punk",
un sorta di inno zingaro-clashiano, unisce la
gran cassa che picchia dritta e si contrappone
alle risonanze acustiche di una musica folk punk.
L'importante è far ballare, avrà pensato Eugene
quando lasciò le consolle da dj nei club della
Grande Mela per intraprendere la carriera di musicista
a tutti gli effetti, e allora il migliore modo
è ampliare la scena dei live con la presenza di
due splendide acrobate circensi che fanno la loro
prima comparsa con un folle sgambettio a rinforzare
i cori del velocissimo punk rock di "Never Young".
Il brano lascia poi spazio a tutta la componente
folk del combo: il violinista Sergey Ryabtzev
e il fisarmonicista Yuri Lemeshev anticipano con
soluzioni e innesti balcanico-zigane quello che
sarà l'importante ruolo della componente tradizionale
in questa musica "bordello".
"Not a Crime" si lancia invece in uno stile più
urbano, con un pizzico di elettronica, sia nella
voce che nelle aggiunte di samples che richiamano
a dub e dance. E mentre la grancassa ancora una
volta ci fa vibrare la cassa toracica, ci sembra
di capire che al frontman dei Gogol i decibel
messi a disposizione non bastano: di sicuro non
sono sufficienti allo spettacolo proposto in "East
Infection", dove la coreografia di Elisabeth Sun
e Pamela Racine diventa una presenza indispensabile
al cospetto di quel re zingaro-metropolitano che
ancora non è arrivato nemmeno alla metà della
sua scoppiettante esibizione, senza nulla togliere
agli altri componenti che contribuiscono a reggere
un frenetico movimento sul palco tra slanci rock'n'roll,
balli dell'Est e dance da terzo millennio. Come
se non bastasse, tutto è poi troncato da citazioni
classiche e da inserti hard rock demodé, provenienti
da una sgangherata chitarra acustica o ampliati
da sbalzi elettrici contenuti in parentesi coreografiche
come il wash-board suonato dalle due splendide
teatranti nella lunghissima "Dogs Wearing Barking".
La musica dei Gogol è vorticosa e allo stesso
tempo precisa, ben costruita su schemi e su basi
di conoscenze musicali quasi perfette: la pantomima
del cantante ubriaco o del musicista da taverna
ormai sfatto calza a pennello nel contesto sbragato
dello spettacolo, ma il gruppo non nasconde la
bravura e la lucidità fisica di tutti i musicisti
che partecipano all'esibizione con lo stesso coinvolgimento
di un pubblico che acclama i brani e i singoli
hits. "Start Wearing Purple" è anticipata da un
verso di operetta per poi precipitare in un accenno
di flamenco nella wave post punk di "Mishto" che
lascerà lo spazio per ritrovare una salsa punk
da danzare in "60 Revolutions". "Fuck Globally"
rispolvera vecchi e nuovi inni riot, ma soprattutto
regala l'ennesimo inserto strumentale con un bellissimo
dialogo in stile yiddish tra violino pizzicato
e chitarra elettrica. Quindi "Underdog World Strike"
vede Elisabeth e Pamela cimentarsi in gesta bandistiche
con piatti e gran cassa prima del canonico rito
degli encore: il cavallo di battaglia "Santa Marinella"
che giunge dopo il primo bis al rientro della
band, quando il cantante si congratula con l'Italia
per la vittoria ai mondiali di calcio. Mentre
il fisico asciutto e quasi atletico di Eugene
esplode in un'energica patchanka latina stile
Mano Negra, il concerto si conclude con una lunghissima
performance di "Baro Foro", eseguita all'infinito
fino a lasciare la band e il pubblico stremati
in segno di reciproca gratitudine.
Scaletta:
Immy
Punk
Sally
Never
Young
Not
a Crime
East
Infection
Dogs
Were Barking
Start
Wearing Purple
Mishto
60
Revolutions
Trouble
Friends
Think
Locally, Fuck Globally
Underdog
World Strike
Darling
Punk
Rock
Santa
Marinella
Illumination
Baro
Foro
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