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Fausto
Rossi è un uomo libero. Lo ha dimostrato per tutta
la propria vicenda artistica, in un crescendo
la cui apoteosi è stata una prolungata parentesi
di silenzio che dal 1997 lo ha tenuto lontano
dal mondo della canzone. Una pausa per certi versi
rigenerante ed indispensabile per assimilare un
lavoro monumentale e imperativo quale "Exit",
cardine di una poetica che non è solo canzone,
ma testimonianza di una vita tesa perennemente
fra ribellione e trascendenza. Fausto Rossi è
un uomo libero come i propri testi, anatemi contro
gli uomini, contro il mondo, contro Dio, contro
sé stesso.
Libero di cambiare pelle, nome e di riconquistare
la fiducia di un pubblico che ha intrapreso da
tempo un digiuno cronico in fatto di personalità
forti con le quali confrontarsi. Il suo ritorno,
per via di una piuttosto malcelata incredulità,
è stato salutato con un sommesso entusiasmo. Tre
soli showcase in altrettanti piccoli club, per
ritrovare i contatti con i propri fan radunati
da un tam tam sotterraneo e per mettere a punto
una manciata di brani inediti che vedranno la
luce nel prossimo anno in un nuovo album.
Il Morya Alter Bar è letteralmente preso d'assalto
da un centinaio di persone che, strette intorno
al palco, riempiono in men che non si dica il
piccolo e accogliente sotterraneo. Accompagnato
da una band formata da Andrea Viti (Karma, Afterhours)
al basso, dai sessionman Alessio Russo alla batteria
e Pierluigi Ferrari (Finardi, Concato, Bertoli)
alla chitarra e da Franci Omi (Il grande Omi)
alle tastiere, il nostro introduce la serata mettendo
subito le cose in chiaro: "…alcuni brani nuovi,
poi altri pezzi vecchi… ma non troppo", come a
prendere le distanze da quanti fossero accorsi
incuriositi dal fantasma del suo vecchio alter
ego Faust'o.
Il suo aspetto è fedele alle attese: i capelli
lunghissimi sciolti lungo schiena, il volto scavato
di chi ha vissuto sulla propria pelle più di quanto
sia lecito chiedersi, i grandi occhi a guardarsi
intorno e ad interrogare gli spettatori stessi,
una presenza scenica affascinante e carismatica
che quando parte il primo brano ti dischiude di
fronte tutto il proprio potenziale espressivo.
La band è superlativa e segue compatta il percorso
sonoro di brani dalla forte matrice rock. I primi
riferimenti di Fausto Rossi di oggi paiono essere
Patti Smith (la cui somiglianza, non solo stilistica,
con il nostro è molto forte) e Lou Reed, e i nuovi
pezzi, tutti in lingua inglese, si muovono avvolgenti
grazie alla voce profonda ed evocativa, ad arrangiamenti
che privilegiano una ritmica scarna e parti chitarristiche
poco invasive quanto determinanti alla loro tessitura.
Solitudine, isolazionismo, libertà, droga, religione,
politica, conflittualità ed emarginazione sono
i temi affrontati e che vengono riproposti nelle
esecuzioni della seconda parte della serata, tratti
esclusivamente dai due ultimi lavori in studio:
"Tutto è possibile", "Exit", "Troppe canzoni",
"Perché il mio amore" in un arrangiamento prezioso.
La scaletta lascia senza fiato e la tensione che
le parole estreme riflettono alla platea è palpabile.
Le brevi presentazioni dei singoli brani sono
una surreale freccia lanciata contro l'ipocrisia
imperante, provocazioni che non lasciano indifferenti.
Fausto Rossi canta la propria coerenza con le
mani in tasca, l'aria apparentemente dimessa ma
completamente assorbita dalle parole che pronuncia.
Ogni pausa non è che il respiro lasciato in sospeso
nell'attesa repentina di una nuova emozione, che
giunge ogni volta, puntuale, lungo la schiena.
Una oltremodo dilatata versione di "Blues", il
più intenso e visionario testamento artistico
mai scritto da una penna rock, viene recitato
dal nostro seduto a terra in una definitiva performance
nella performance. Il concerto è finito, ma c'è
spazio per il bis di un inedito che sottolinea
il particolare stato di grazia dell'autore che
si riconsegna agli applausi dimostrando una disponibilità
particolarmente felice.
Ci rialziamo e non sappiamo che dire. Rimaniamo
con gli occhi spalancati a fissare il palco vuoto,
le gambe immobili e le mani in tasca anche noi.
Bentornato Fausto, quanto ci sei mancato.
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