|
Erano
mesi che attendevamo un concerto di questo calibro
e finalmente il momento è giunto e ha giustificato
in pieno la spesa di quaranta Euro per una seconda
poltrona in posizione centrale.
Sotto ogni punto di vista l’esperienza del Conservatorio
G. Verdi di Milano è stata positiva: l’acustica
dell’Auditorium, un teatro lungo e stretto, ha
esaltato ogni particolare sonoro del set allestito
dagli Eels; il pubblico numeroso, eterogeneo (molti
i giovani fans), si è lasciato coinvolgere dall’emozioni
elettroacustiche partecipando attivamente allo
show attraverso le sollecitazione di Mr. E, rivelatosi
una vera belva da palco.
Prima dell’inizio del concerto, un piacevole stop-motion
è stato proiettato sul lenzuolo bianco che copriva
tutto il fronte del palco. Si trattava di una
formidabile animazione russa che prene il nome
dallo stesso protagonista: Cheburashka (1974 -
Eduard Uspensky) è il personaggio animato più
famoso in Russia, risalente al periodo Sovietico,
e fu la mascotte della squadra olimpica Russa
nel 2004. La fiaba ha diffuso un velo di tristezza
malinconica misto a tenerezza, mentre in sottofondo
girava un motivetto di una canzone tradizionale:
già da qua ha cominciato a risaltare l’umanità
di Mr E che tutto sommato potrebbe rassomigliare
ad un artista al tempo dell’Est Sovietico. Quando
gli Eels sono comparsi sul palco, si è subito
intuito il tiro che avrebbe avuto la serata: il
set sarebbe stato semplice ma allo stesso tempo
anche uno dei più dettagliati mai visti. Il quartetto
d’archi che accompagnava la band non si è mai
limitato alle funzioni orchestrali, mentre quattro
eleganti dame hanno hanno aumentato i cori e l’accompagnamento
ritmico con sonagli, tamburelli maracas e vibratore
(direttamente dai banchi di un Sexy Shop). Il
tutto mentre Alan Hunter (al contrabbasso e al
piano) e Chet Lyster (alle chitarre, ai rumori,
alla steel e all’organo) costruivano un live particolareggiato,
confezionando arrangiamenti e soluzioni minimali
senza precedenti: la bravura dei musicisti, sempre
pronti a scambiarsi e interpretare le idee del
loro leader, ha portato del nuovo in qualsiasi
brano, cosa che ha riempito d’entusiasmo i presenti.
Esemplare è stata la versione di “Novocaine For
The Soul”, un condensato di esperienze e di umori
che hanno attraversato diversi linguaggi sonori
tra i quali il soul, roots, folk e indie rock.
Di conseguenza il percorso tracciato dalla scaletta
non poteva essere diverso: ha toccato un po’ tutte
le tappe discografiche degli Eels, dalle ruvidezze
acide di “Souljacker”, alle malinconiche atmosfere
di “Daisies for The Galaxy”, “Shootenanny” e ovviamente
estratti dal capolavoro “Beautiful Freak”.
In mezzo a tutto questo Mr. E, con il suo modo
di apparire disadattato, ha sempre trovato la
direzione verso cui andare: così è stato in ogni
suo disco così è in ogni sua esibizione, che,
oltre ad essere un evento, è una storia da raccontare
e un dramma da rivivere sulla sua personalità.
Il suo look era teso ad imitare un quacchero,
un becchino, un saggio musicista “anziano” che
si aiuta con il bastone da passeggio, un gentleman
inglese che sorseggia il suo whiskey, oppure semplicemente
un omaggio allo stesso Tom Waits. L’ultimo paragone
calza proprio a pennello, ad incominciare dalle
tonalità vocali sempre più baritone e cupe di
un tempo (“Bus Stop Boxer”), usate e abusate nei
chiaroscuri delle ballate con chitarra o pianoforte
come in “Trouble With Dreams”. E ancora l’intimismo
di “If You See Natalie” che è scomparso dietro
il suo viso perennemente in ombra anche quando
si è rivolto al pubblico coinvolgendolo nei propri
pensieri: “spero di ricordare l’ultima volta che
sono venuto in Italia” oppure “volete del rock
and roll? Avete sbagliato concerto”, “Volete delle
ballate acustiche? Bene”, e ancora “più applaudite
più ci saranno probabilità che usciremo un’altra
volta…insomma siamo nelle vostre mani…” così ha
introdotto “I Like Birds” suonata da solo, chitarra-voce,
dopo aver sgomberato la pedana del quartetto e
dei due musicisti al suo fianco.
Momenti in cui il rock and roll si è rifatto sulle
ampie atmosfere rarefatte ce ne sono stati: già
in apertura la band ne ha regalato un assaggio
con il ritmato (“tum chaka”) rock popadelico di
“Fresh Feeling”, seguito da una carrellata di
acustic ballads tratte dall’ultimo “Blinking lights
and other revelations” , in cui il gruppo ha mostrato
ai presenti la sua grande creatività soprattutto
nelle dinamiche strumentali componendo nuovi ingredienti
di un cocktail sonoro dalla basi acustiche.
Gli Eels non hanno peccato nemmeno in generosità:
quando tutto sembrava terminare in saluti e ringraziamenti,
hanno regalato ancora due bis. Dopo che l’accensione
delle luci in sala aveva fatto scappare tutti
i presenti con i minuti contati per la chiusura
della Metro e dopo che un fantomatico presentatore
(tecnico di palco) aveva confermato che la band
aveva lasciato l’Auditorium, i musicisti sono
ricomparsi all’improvviso tutti vestiti in pigiama:
a quel punto il pubblico ha fatto marcia indietro
e si è stretto intorno alla band come a un vero
concerto rock, tanto vicino da respirare le zaffate
di sigaro che Mr E aveva fumato tutta sera e che
poi avrebbe regalato ad un fan. Mentre nell’aria
salivano come cerchi di fumo “I Could Never Take
The Place Of Your Man” di Prince e “Mr. E's Beautiful
Blues”.
Alcuni link d’approfondimento
allo spettacolo tenuto dagli Eels.
Per lo stop-motion:
http://chebur.hobby.ru/images/ep4.htm
http://chebur.hobby.ru/first_1.html
Per il concerto:
http://www.eels.nl/2005/eels20051008milan.html
http://www.eelsitalia.com/08102005.asp#audio
|