Flavio Giurato

Flavio Giurato

Bronson, Ravenna


08/04/2016 - di Giuseppe Catani
Un artista di culto. Il tesoro meglio nascosto della musica italiana. L’outsider. Si è detto e scritto di tutto sul conto di Flavio Giurato, o quasi. In realtà ci sarebbe qualcosa da aggiungere, o meglio, da sottolineare. Riferimento non casuale alla sua dimensione live, nient’altro che un concentrato di astratti furori, di rabbioso pathos e ostentata dolcezza. Fedele alla linea anche sul palco del Bronson di Ravenna, il cantautore romano ha offerto tutto se stesso in un’ora e mezza di concerto intenso e coinvolgente, ricco di sfumature e sorprese.

Accompagnato da Federico Zanetti al basso e Daniele Ciucci Giuliani al djembe, Giurato e la sua sei corde acustica partono con Soundcheck, inedito che sembra ormai aver preso una forma definitiva dopo le improvvisazioni offerte in passato. Poi arriva il momento di forzare gli archivi e di offrire a un pubblico attento e partecipe il classico Marco e Monica, applauditissimo e canticchiato un po’ da tutti.

Flavio interagisce con la platea, appare in gran forma e si vede: il suo concerto prende quota alternando riferimenti al presente come nel passato più profondo. Ecco quindi allinearsi La scomparsa di Majorana e due pezzi di archeologia del calibro di Mauro e Il rondone, entrambi in arrivo dal disco d’esordio Per futili motivi, anno domini 1978.

Poi è la volta di In caso di cura, dell’altro inedito Digos, di Core addannato, all’improvviso se ne esce addirittura un Valterchiari cantata con un trasporto enorme, da una voce di una bellezza disarmaente che non può far altro che dominare la scena. Il finale va a parare di nuovo dalle parti de Il manuale del cantautore, con la title-track e la trascinante Praga, si continua con una scheggia spoken-word di Marco Polo e con Il tuffatore, probabilmente il brano più atteso della serata. C’è tempo anche per un paio di bis destinati a Silvia Baraldini e La Giulia bianca, anche se il pubblico reclama il classico Orbetello, stranamente escluso dalla scaletta, e Ustica, che però “nun se po’ fa, è una canzone da riscrivere, perché prima eravamo sicuri che fossero stati gli americani, invece sembra sia tutta colpa dei francesi!”.

Flavio Giurato e i suoi sodali si congedano dopo aver dato tutto quel che c’era da dare, dopo un concerto teso ed emozionante sia pur non privo di qualche piccola pecca. I tre salutano Ravenna, il tour procede, altri giri, altri palchi: Flavio Giurato è tornato per restare nei nostri cuori.

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