 |
Damien
Rice
Milano - Raimbow
08 marzo 2004 |
Peccato
per chi non c’era. Peccato perché trovare le parole per raccontare la
nascita di una stella della musica sarebbe impresa difficile anche per
il critico più esperto. Quello che si è visto la scorsa notte a Milano
non è stato un semplice concerto ma la conferma che Damien Rice è un artista
completo, dotato di una sensibilità incredibile e dal quale è lecito aspettarsi
ancora il meglio.
Già la prima data milanese dello scorso inverno, a molti sfuggita perché
“O” non era ancora arrivato in Italia e viaggiava solo grazie al passaparola
dei fan della prima ora, aveva spiazzato anche i critici più attenti.
Damien Rice ha scritto canzoni splendide e dal vivo riesce a renderle
ancora più belle, a volte aggredendole, altre accarezzandole come dei
figli. Non amo i paragoni, questo musicista irlandese sta tracciando da
solo il suo percorso, ma non posso fare a meno di pensare ad “O” come
al suo “Grace” e non per le eventuali affinità con Jeff Buckely, ma per
la stessa forza dirompente che può avere.
Il concerto è aperto da Josh Ritter ottimo cantautore americano che accompagnandosi
alla chitarra prova a scaldare il pubblico con alcuni brani tratti dall’ottimo
“Golden Age of Radio” e dal nuovo “Hello Starling”, tra i quali trova
posto anche un commosso omaggio a Johnny Cash, cantato senza microfono,
nel silenzio quasi assoluto di un Raimbow stracolmo.
Quando Damien Rice sale sul palco, seguito dal Lisa Hanningan e Vyvienne
Long, il pubblico del Raimbow esplode in un applauso liberatorio, l’attesa
è finita e le grandi aspettative per quello che può succedere sono subito
premiate.
Due note ed è subito “Cannonball”, che il trio, quasi a volerla esorcizzare,
ripropone in tutta la sua disarmante semplicità. Raggiunti sul palco dal
bassista Shane Fitsimmons e dal batterista, Lisa Hanningan, attacca “I
Remember”: con la sublime grazie della sua femminilità e la caldissima
voce di cui è dotata, prepara il terreno a Damien Rice che porta il pezzo
verso territori infuocati, verso un rock travolgente che sorprende per
la forza espressiva, per l’energia che riesce a regalare. Ed è qui che
il pubblico comincia a intuire che sarà testimone di un evento incredibile,
uno di quelli per i quali si potrà dire “io c’ero”.
Con “The Blower’s Daughter”, uno dei brani più belli di “O”, Lisa e Vyvienne,
dimostrano di essere indispensabili non solo per l’economia del concerto.
La musica di Rice, come lui stesso ha dichiarato in più di una intervista,
non può oggi prescindere dalla loro presenza, il cello regala alle canzoni
una profondità incredibile, mentre la voce di Lisa Hanningan è un sublime
controcanto. Si muove sul palco come una musa tra microfono e tastiere,
dispensando in questo brano anche le note di una lieve chitarra elettrica,
mentre Rice sembra subirne, cosciente, l’etereo fascino. Si ha l’impressione
che il concerto abbia toccato l’apice della sua bellezza, ma non è così,
il meglio deve ancora arrivare.
Come un uragano si presenta “Prague”, gioiello nascosto di “O”, che precede
uno dei momenti più significativi e intensi della serata. Damien e Lisa
sono in stato di grazia ed è impossibile trattenere i brividi, impossibile
non farsi rapire da tanta classe. Il pubblico canta sottovoce “Amie”,
strozzato dall’emozione, dalla paura di rovinare qualcosa che è assolutamente
perfetto. Non c’è una sbavatura, non ci sono forzature, tutto scorre spontaneo
e lieve come un torrente di campagna, che prosegue il suo percorso accarezzando
gli argini. “Older Chests” è così sinuosa da sembrare una piccola barca
che veleggia solo sfiorando l’acqua, spinta ora dall’archetto del cello,
ora dal canto che soffia leggero sulle sue vele. Con “Volcano” gli argini
si rompono, la musica diventa un fiume in piena che esce dal suo letto
per travolgere un pubblico già in balia delle onde sonore che Rice e la
sua band, splendido anche il batterista, stanno dispensando da oltre un’ora.
E’ l’ora dei bis, attesi come lo “tsunami” che spazzerà via tutto lasciando
un ricordo indelebile. Ed è così perché “Eskimo” ha una forza spaventosa
e quando vira sulla voce della Hanningan diventa devastante per le emozioni
che riesce a trasmettere. Ma non è ancora finita perché il trittico conclusivo
è ben più impressionante di un’onda anomala.
“Delicate” e “Cold Water”, senza soluzione di continuità, sono davvero
“assassine”, devastano l’anima prima ancora che quella di Jeff Buckley
scenda dall’alto per impossessarsi di Damien Rice. “Hallelujah” e che
Dio lo protegga.
Il palco ora è vuoto, ma il pubblico non riesce ad andare via. Vaga stordito
tra l’incoscienza causata dall’impatto del concerto e la coscienza che,
grazie a momenti come questi, vale la pena vivere. Vero Nick (Hornby)?
SET LIST
CANNONBALL
I REMEMBER
FACE
THE BLOWER’S DAUGHTER
PRAGUE
AMIE
THE PROFESSOR
LONELILY
WOMAN LIKE A MAN
OLDER CHEST
VOLCANO
|
BIS
ESKIMO
DELICATE
COLD WATER
HALLELUJAH |