|
Arrivare
alla fine di un tour non è cosa semplice, soprattutto
se non si è in una band altisonante con al seguito
un road crew al proprio servizio. Ci si può trovare
ad affrontare problemi di suono, impianti che
fischiano, microfoni che non vanno, ed anche imprevisti
di carattere logistico, come la mancanza di vestiti
puliti, il bisogno di sonno o la perdita dell’unico
paio di occhiali da vista a propria disposizione.
Tutto questo è successo agli Okkervil River giunti
al Jail di Legnano a conclusione del loro primo
tour europeo con alle spalle una ventina di concerti
in altrettanti giorni.
La serata è stata aperta dagli italiani Morose,
che non hanno certo contribuito a rendere agevole
l’atmosfera: il trio che ha da poco pubblicato
“People have ceased to ask me about you” per la
Suiteside ha proposto una manciata di pezzi eseguiti
con chitarra acustica, un filo di tromba, di tastiere
e qualche coro.
Per quanto l’andamento dei brani potesse in qualche
modo essere accostato all’incanto di alcune ballate
degli Okkervil, la formula dei Morose si è rivelata
troppo monocorde. Una lentezza esasperata ha pervaso
la performance, rivelando anche qualche limite
in fase di arrangiamento: in troppi passaggi l’impostazione
minimale è andata di pari passo con un semplicismo
che è apparso evidente soprattutto nella cover
di “Dance me to the end of love” di Leonard Cohen,
trascinata troppo a lungo su pochi accordi. Il
trio ha comunque dimostrato coraggio nel proporre
una formula tanto particolare, in improbabile
equilibrio tra la musica da camera, certe atmosfere
di Brian Eno e le malinconiche solennità dei Sophia.
Assai più suonato è stato invece il set degli
Okkervil River, presentatisi sul palco muniti
di chitarra, basso, batteria, keyboards, tromba,
armonica, pedal steel e mandolino. La band è parsa
in buona forma, divertita e pronta a lasciare
un buon ricordo: sin dall’iniziale “Maine island
lovers” Will Sheff ha improvvisato sui testi delle
canzoni ironizzando sulle proprie condizioni (“I’m
feeling older after the show”). Purtroppo i problemi
all’impianto hanno cominciato subito a funestare
il concerto: la successiva “Red” è stata interrotta
e ripresa dall’inizio per un riverbero insopportabile,
mentre durante l’esecuzione di “The latest toughs”
il microfono di Zachary Thomas (basso) ha cominciato
inspiegabilmente a fare le bizze.
Tutte queste complicazioni hanno innervosito ma
anche caricato gli Okkervil River che a partire
da “The war criminal rises and speaks” hanno fatto
letteralmente salire di tono il concerto: mentre
la tromba e una melodica ricamavano, la batteria
costruiva con il basso un crescendo che raggiungeva
nel finale livelli quasi noise. Il pop di “Blanket
and crib” e le scariche elettroacustiche di “Black”
sono arrivate di conseguenza, ma la vera soprpresa
è stata la cover di “Lust for life” di Iggy Pop:
Will Sheff ha prima stagliato la sua voce su un
filo di chitarra acustica per poi lasciare che
gli spazi venissero occupati dalla tromba e da
un finale distorto dalla Gibson.
Gli Okkervil hanno dimostrato di saper proporre
indifferentemente pezzi di un pop-rock arrembante
e lunghe ballate acustiche, pronte a svilupparsi
sulla personalità del canto di Sheff. Esemplare
è stata la chiusura in stile roots di “Westfall”
aumentata fino alla rottura di una corda della
chitarra, che non ha però impedito un paio di
bis: prima “Kansas city” e poi “Okkervil river
song” hanno fatto i conti con un’impianto che
ha reso vani gli interventi della fisarmonica,
prontamente rimpiazzata da una serie di controcanti
che ha chiuso il set quasi a cappella. Lasciando
in tutti la convinzione di una band che potrà
fare ancora parecchia strada e passare spesso
per il nostro paese.
Scaletta:
Maine
island lovers
Red
Song
about a star
The
latest toughs
Get
big
The
war criminal rises and speaks
Blanket
and crib
Black
Lust
for life
For
real
So
come back, I’m waiting
Westfall
Kansas
city
Okkervil
river song
|