Ermal Meta

Ermal Meta

Anfiteatro romano, Piazza S. Oronzo, Lecce


07/08/2016 - di Ambrosia J. S. Imbornone
Le canzoni non sono un blocco marmoreo di note e versi, scolpito una volta per sempre: sono malleabili e possono assumere ovviamente forme differenti a seconda degli arrangiamenti e delle interpretazioni, influenzate anche inevitabilmente dal pubblico, da una location, dalle temperature esterne e dal clima emozionale, da fattori insomma poco quantificabili razionalmente che possono contribuire ad accentuare l’irripetibilità dell’evento.
A rendere speciale il concerto leccese di Ermal Meta, ormai tra i principali e più prolifici autori della canzone italiana di oggi, sono stati allora vari ingredienti, la pioggia che aveva ritardato anche il soundcheck (in cui comunque l`artista ha accennato un’accorata versione di Harrowdown Hill di Thom Yorke), una generosità davvero rara nei confronti del suo pubblico, la bellezza spettacolare di luoghi storici ed emblematici e varie centinaia di spettatori pronti a cantare anche sotto la pioggia.

Le precipitazioni erano ridotte a una pioggerellina insistente, che ogni tanto si intensificava un po’ di più, quel tanto che bastava a mettere però la strumentazione a rischio corto circuito sul palco scoperto; l’ingresso ritardato e l’avvio rimandato di mezz’ora non erano serviti a sciogliere i giustificati dubbi dei vigili del fuoco. Meta, impegnato nel tour per il suo primo album da solista, presentato a Sanremo Giovani, non ha però intenzione di lasciare il pubblico bagnato e a bocca asciutta, né di deludere i suoi fan che hanno già decorato il bellissimo Anfiteatro romano con i loro striscioni e hanno preparato una sorta di flash mob con tanti cartelli con versi delle canzoni dell’artista trasformati in dedica nei suoi confronti: mentre ancora, con lo sguardo al cielo, si decide sull’agibilità del palco, Ermal, che aveva già fatto una passeggiata “cantante” tra i fan in fila per entrare, appare in platea, imbracciando la chitarra, e comincia a scaldare l’atmosfera girando tra le file degli spettatori ed esibendosi rigorosamente unplugged. È un gesto che appare spontaneo, che mostra semplicità, genuinità, affetto, la totale assenza di quegli atteggiamenti snobistici pur fin troppo diffusi nella musica indipendente tra quanti si sentono gli artisti più straordinari della loro generazione (compresi o incompresi), ma anche la mancanza di timori nell’improvvisare un altro spettacolo in un altro scenario rispetto al consueto.

I brani, assunta questa veste ora spesso inattesa e inedita, ora già sperimentata in qualche esibizione in acustico, assumono un fascino minimale e si muovono scalzi e sinuosi al suono della voce disarmante e versatile dell’artista; l’apertura è affidata alla mossa, sacra laicità delle sfumature emotive della celeberrima Hallelujah di Leonard Cohen, che molti ovviamente conoscono nella versione di Jeff Buckley. Seguono poi alcuni pezzi di Meta portati al successo da altri interpreti, come Occhi profondi, scritta con Dario Faini per Emma, o Natale senza regali, incisa da Marco Mengoni, che diventano intime e intense in questa versione, che accentua la delicatezza del testo. Ermal amplifica con naturalezza anche le risonanze emotive di Big Boy, singolo ben presto disco d’oro composto per la voce soul di Sergio Sylvestre, che sembra quasi riammantarsi di ulteriore, intrinseca fragilità. Le ugole dei convenuti intanto si riscaldano tra cappucci e ombrelli tra le note di Come il sole a mezzanotte della Fame di Camilla, ex band di Meta: il pezzo è quasi un’autobiografia d’artista, che propone la musica come un’esigenza, che racconta favole contro la solitudine e rinfocola illusioni e autostima. E la musica sembra davvero laica liturgia necessaria per Ermal, che riesce finalmente ad avere un microfono e qualche faro in più. Prende posizione, ma è anche raggiunto dal chitarrista Marco Montanari, che entra nei pezzi come un’inattesa epifania di sostegno, poi da Emiliano Bassi alle percussioni e per qualche pezzo anche da Matteo Bassi al basso. Qualcuno pare aver chiesto “Perché non cantano?”, riferendosi agli spettatori: “Perché sono timidi”, ha risposto Ermal. In realtà il coinvolgimento del pubblico cresce di pezzo in pezzo: Lettera a mio padre diventa una catarsi festosa, mentre la sanremese Odio le favole è accolta ormai come un classico emozionante. La setlist mostra la sua potenza emotiva anche con i pezzi messi a nudo, che anzi acquistano dei colori e una bellezza diversa, struccati come un volto acqua e sapone. Si fa di necessità virtù e d’altronde se il nuovo singolo A parte te su disco ha un arrangiamento quasi bersaniano e mette in bell’evidenza come Meta sappia confrontarsi con sonorità cantautorali, in questo set "imprevisto" le canzoni dell’album Umano (compresa la “confessione” quasi blues della title-track, dal testo senza filtri o compiacimenti) evidenziano a tratti un carisma da songwriter folk, le cui melodie e parole non necessitano di orpelli.

E nonostante le correnti
e tutti questi cambiamenti
c’è ancora luce dentro gli occhi
c’è ancora aria nei polmoni
c`è zero voglia di arrendersi
e un buio pesto nei diamanti…
(Volevo dirti)

Purtroppo i rischi di un corto circuito e l’inagibilità del palco non consentono di dare avvio al live in elettrico, né di continuare unplugged nell’Anfiteatro sotto la pioggia, ma né Ermal e la sua band, né il pubblico presente si danno per vinti. “Il concerto era annullato e ci siamo inventati un concerto...", ha detto Marco Montanari, come ci riporta il Fan Club I Lupi di Ermal: ci si sposta allora sotto le arcate dell’ingresso nell’Anfiteatro, ancora sotto il livello della strada, come in una grotta-grembo, a custodire le note e finalmente proteggere un po’ dalla pioggia lo stesso Meta. L’uscita è però occupata dal pubblico e gli addetti alla sicurezza giustamente appaiono preoccupati: è ora di uscire dall’Anfiteatro e andare in piazza. Si continua a cantare come in una processione, senza perdere entusiasmo e concentrazione; la musica poi mostra una volta in più il suo fascino rituale, perché il coro degli astanti, che ormai è una sola voce, segue per parola per parola i pezzi (la coinvolgente Bionda, la ballad da brividi Schegge o lo slancio sognante della ritmata Buio e luce della Fame di Camilla, ecc.) come se fosse immerso in una cerimonia al contempo intima e collettiva. Il canto copre la chitarra e talora anche la voce di Meta, che pure continuerà a sgolarsi incurante dell’umidità, regalando acuti e falsetto da brividi senza amplificazione, ma l’importante diventa essere lì, come a raccontarsi senza parole grazie a brani che danno “voce a quei momenti in cui non riesci a parlare” (Come il sole a mezzanotte), a condividere ricordi e a ringraziare per sentirsi narrati in un pezzo, in un disco. Con molta nonchalance e con un’attitudine che attesta la gioia della condivisione e grande verve il cantautore si esibisce sotto i portici di piazza S. Oronzo, senza più vincoli di biglietto, fino alla conclusione di questo concerto "unico" sulla scia di Rivoluzione, un altro brano tratto dal passato con la Fame di Camilla:

Rivoluzione con mani dentro a tasche vuote 
in cui il coraggio ritroverò 
Rivoluzione perché vivere non vuol dire 

morire lentamente 
[…] 
Rivoluzione per dare vita a un altro mondo 
in cui non debba sentirmi più solo 
mai solo mai solo... 

E un artista circondato letteralmente da tanto affetto da parte dei suoi fan e dotato di tanta generosità e talento da saperlo emozionare anche in condizioni difficili, improvvisandosi busker (con uno spirito che ricorda uno dei suoi artisti preferiti, Damien Rice), davvero non sarà mai solo.



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Si ringrazia la Mescal e il Fan Club ufficiale dei Lupi di Ermal

Fonte foto: Mescal e Lupi di Ermal

Autori delle foto: Barbara, Elisabetta, Lucia Errico, Mari Moro, Michele Panaro, Silvia Notargiacomo, ecc.



 

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