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Prendete
un venerdì di inizio luglio: Milano giace silenziosa,
stanca e deserta per via dei primi esodi estivi.
Il tempo è nevrotico, scarica la sua rabbia con
una fine pioggia persistente dopo il classico
temporale estivo; la serata è fresca ma sembra
andare davvero storta per gli organizzatori (Arci
Milano) di questi eventi musicali qui alla Cascina
Monluè: la samba blues dei Jinka Percussion non
è stata sufficiente a tenere lontane le nuvole.
Fortunatamente in aiuto arriva l'Orchestra di
Piazza Vittorio, che ci permette di assistere
ad una rara e vera "pangea musicale". L'incontro
tra le diverse culture viene espresso dall'ensemble
multietnico per mezzo di un eccezionale gioco
di imitazioni strumentali dei reciproci stili
tradizionali: la formazione e quindi i popoli
rappresentati sono in parte cambiati rispetto
al primo disco, ma i musicisti mostrano ancora
più vigore creando nuove sinergie. Proprio questa
dote ad adattarsi e ad evolversi è il vero motivo
del successo della serata e del cammino intrapreso
dalla band: tutti i musicisti (ne abbiamo contati
tredici, ma arrivano anche fino a quindici elementi)
dimostrano buone capacità tecniche in un gioco
d'insieme sottolineato dal divertimento e dai
numerosi sorrisi. Il rito d'iniziazione di questa
danza gioisa è ben marcato dal blues berbero guidato
dall'oud elettrico in "Sahara blues"; dopo una
parentesi di percussioni (dal Sudamerica all'Africa
sub sahariana) la preghiera di "Laila", aperta
dai due musicisti senegalesi con un duetto di
kora e jam di bonghi, lascia intravvedere un originale
parallelismo, a cui si contrappone piacevolmente
lo stile vocale maghrebino del front-man Houcin
Ataa che fa il suo ingresso in contemporanea agli
arrangiamenti del terzetto d'archi, mentre la
progressiva ritmica moderna del contrabbasso si
unisce alle aperture più esotiche del duetto africano.
Dal vivo è più facile farsi coinvolgere e lasciarsi
trasportare da un movimento ritmico improvvisato,
essere distratti dalle atmosfere create e perdersi
nell'influsso sonoro dell'OPV: troppo spesso il
nostro esamaminare tende a sezionare nel tentativo
di definire l'insieme di tecniche, le origini
degli strumenti o la provenienza dei musicisti
che sul palco assumono invece un'unica identità.
Lo stesso concetto è sottolineato con ironia anche
dal maestro Mario Tronco, quando spiega un divertente
aneddoto sul perché questo progetto sia destinato
a "fallire": "dai mondiali di calcio è uscita
in ogni musicista una parte di un razzismo silente
(s'intende calcistico ndr) e quindi ho capito
che devo lasciare perdere". Sono comunque solo
parole di contorno, pronunciate dopo il bellissimo
omaggio al grande "Fela" Kuti, con l'afro-funky
rievocato a meraviglia dal terzetto di fiati in
quello che diventa un inno pacifista dal sapore
latino riscoperto nella voce del cantante e poli-strumentista
Calos Paz.
Nella musica dell'orchestra emergono elementi
di matrice fusion e molto altro. "Vagabundo Soy"
è una canzone d'amore scritta da Ernesto (batterista
e carismatico del gruppo) a Cuba: nonostante le
sue liriche innocenti è stata considerata eversiva
per il solo fatto di parlare di evasione e di
viaggio. Qui tutto il combo romano si cimenta
nella scuola latino-caraibica del son e della
salsa cambiandosi di ruolo e facendosi guidare
dalle performance danzerecce di Ernesto, cantante
e ballerino che chiama anche un intervento della
chitarra acustica in stile brasiliano. Ancora
esplorazioni latino americani vengono da "Mambo
de Machahuai" per fare emergere tutta la bravura
vocale e strumentale di Carlos, che si esibisce
con un doppio flauto in una sorta di tradizionale
andino.
Nonostante la battuta pronunciata a metà concerto,
il progetto dell' Orchestra di Piazza Vittorio
pare proprio destinato a durare e crescere: in
un periodo in cui la musica etnica rischia di
tramutarsi in uno stile occidentale, scambiare
questa grande famiglia per una formazione di tendenza
è l'errore più grosso. La dimostrazione di equilibrio,
coordinamento (sottolineata dalla direzione live
di Tronco) e di arrangiamento (indispensabile
il lavoro del terzetto d'archi e del triplo set
di percussioni) sono il frutto di un lavoro strutturato,
a volte giustamente semplificato ma di assoluto
spessore, in una musica portatrice di un messaggio
di pace e di divertimento.
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