Bruce Springsteen

Bruce Springsteen

Stadio San Siro Milano


07/06/2012 - di Autori vari
Roba de matt!

Spesso accade che un concerto di un artista beniamino venga classificato come il migliore tra quelli a cui si è assistito nel corso degli anni di lunga militanza rock, a giudicare da quanto descritto dai nostri collaboratori presenti Pietro Cozzi, Luciano Re e Andrea Furlan (de quali riportiamo brevi considerazioni "a caldo" ) possiamo dire che probabilmente questo del Boss è stato "il concerto della vita" e che difficilmente potrà essere replicato in futuro, per tutta una serie di congiunzioni  temporali, che il 7 giugno 2012 si sono intersecate a San Siro, ecco i resoconti:

Diceva Dan Peterson (allenatore di basket, ma anche grande fan di Johnny Cash, tra le altre cose) che esistono bugie, grandi bugie e statistiche.

Il fatto che il concerto di Bruce Springsteen a Milano sia il secondo per durata dell’intera sua carriera, superato solo dal concerto della notte del Capodanno 1981, rientra nella categoria delle statistiche e, come tale, seppure sorprendente (voglio dire: il confronto è tra lo Springsteen poco più che trentenne del tour di The River e quello over sessanta di oggi), poco o nulla dice su quanto avvenuto ieri sera a San Siro.

Intanto, un’ampia panoramica sul repertorio di uno dei più grandi songwriters nella storia della “nostra” musica, tanto più se si pensa che sono rimasti fuori dalla scaletta pezzi (in ordine più o meno casuale e dimenticandone sicuramente parecchie altre: Thunder Road, Atlantic City, Backstreets, Jungleland, Incident on 57th Street….) su cui molti altri avrebbero costruito un’intera carriera.

Con la sorpresa rappresentata dal fatto che i pezzi del nuovo Wrecking Ball - certo non un capolavoro all’altezza dei suoi classici, ma senza dubbio un buon disco per quel che mi riguarda – dal vivo reggono il confronto, diversamente da quanto accadeva per i due album precedenti.

Poi, un catalogo variegato della storia della musica popolare americana: dal gospel, al rhtyhm’n’blues, dal rockabilly alla versione quasi garage di Dancin’ in the Dark (ok , esagero, ma con le chitarre al posto dell’orrendo synth anni ’80 della versione originale guadagna non poco) sino al rap di Rocky Ground.

Infine e soprattutto, uno spettacolo di un’intensità pazzesca grazie alla sua capacità unica di creare empatia con il pubblico: in quale altro concerto si potrebbe assistere a ciò che è avvenuto nel bel mezzo del tripudio finale di Tenth Avenue Freeeze Out?

La musica si ferma, scorrono le immagini di Big Man Clarence Clemons ma il livello dei decibel – con buona pace dei residenti del quartiere…. – non si abbassa di una virgola, grazie ad un applauso fragoroso davanti al quale nemmeno Springsteen trattiene le lacrime.

Semplicemente incredibile.

Luciano Re

7 giugno 2012, stadio Giuseppe Meazza: l'agognata Promised Land si rivela anche a chi aveva dubitato. Il Boss è generoso, e anche ai tanti Mosè che coltivano il dubbio sistematico concede l'ennesima rock'n'roll night coi fiocchi. Se piazza Affari arranca, San Siro non teme né spread né crisi: pollice alzato come sempre, anzi di più. Il nuovo disco è controverso? Ascoltatelo dal vivo, e vi ritroverete con una straordinaria collezione di inni popolari alla solidarietà e allo stare insieme come formula per trovare una via d'uscita a qualsiasi crisi. Bruce è vecchio e stanco? Non si direbbe visto come arringa la band, si agita sul palco, non perde di vista un fan e soprattutto canta per più di 3 ore e mezza alla grande, senza perdere un colpo. La E-Street Band è sulla via del pensionamento? Chiedetelo a Jake Clemons, il nipote di Big Man, che ha lo stesso impatto emotivo dello zio e persino una maggior perizia tecnica e un suono più educato.

Una scaletta perfetta, dedicata a “un posto speciale” (ipse dixit). Chi ha la puzza sotto il naso e bada solo alla Musica ha di che crogiolarsi. Dopo un inizio di routine (We take care of our own, Wreckin' ball, Badlands), il Boss cala un pokerissimo da urlo che mischia suoni e arrangiamenti di gran classe: Death to my hometown scende direttamente dagli Appalachi come un piffero di guerra; My city of ruins è una lunga preghiera gospel-soul, dilatata ed emozionante, dedicata alle cose perse e ritrovate; Spirit in the night ulula blues dalle tastiere e dai fiati, ed è restituita al pubblico più giovane in versione deluxe per il nuovo millennio; The E-street shuffle (avete letto bene!), atipico funky springsteeniano, culmina in un frastuono di percussioni afro alla Santana; e poi Jack of all trades, la ballatona sulla crisi, un valzerone illuminato dalla tromba.

A questo punto potrei anche uscire, tanto mi sento già sazio. E invece c'è ancora moltissimo, con tutti i classici al loro posto, e in fondo alle 3 ore e mezza di concerto conteremo 33 brani, tra cui ben 10 bis. Bruce invecchia e si avvicina al metodo Dylan: delle mie canzoni faccio quel che voglio, rivoltandole come un calzino se necessario, vedi la Johnny 99 in versione rockabilly che in partenza sembra Open alla night. C'è gran dovizia di pezzi da Born in the Usa (che in Italia funziona sempre) e un'atmosfera festosa da house-party, evocata proprio dal nostro. Se proprio bisogna fare un appunto, mancano un po' di pezzi rock-oriented, stradaioli, duri, magari una Streets of fire, una Seeds o una Spare parts; o magari una parentesi acustica-solistica un po' più ampia, peraltro elegantemente rimpiazzata da una The promise strappalacrime suonata al piano. Ma sono quisquilie, paranoie, piccole menate da fan incalliti. Un'attempata signora nel pit ha scritto su un cartello: “Last week arrived the pope, next week will come Madonna, but God is here... Now!”. C'è altro da aggiungere?

Pietro Cozzi


Commentare a caldo quanto avvenuto a Milano, prima tappa italiana della tournée, senza farsi prendere dall’entusiasmo, con l’adrenalina a mille, stremato e ancora in balia delle fortissime emozioni provate, è un’impresa quasi impossibile. Ti rendi conto che se anche vorresti essere il più obbiettivo possibile, non puoi analizzarlo razionalmente ed è difficile affidare alle parole il racconto di ciò che hai vissuto e che ti è rimasto dentro senza l’uso indiscriminato di una lunga serie di superlativi. Quando hai la fortuna di imbatterti in serate come questa, in cui in realtà non si è tenuto semplicemente un concerto rock ma un vero e proprio rito sacro, celebrato con tanto di officiante e adepti in delirio, riesci solo a dire di aver assistito ad un evento unico e irripetibile,  il cui ricordo indelebile ti accompagnerà per tutto il resto della vita.

Quello di San Siro è stato uno show folgorante, una festa che sembrava non avere fine, 3h40’ di musica ininterrotta , senza una pausa, un lunghissimo singolo encore composto da 33 canzoni che Bruce ha suonato con grinta ed energia senza pari, come se fosse l’ultima occasione rimasta per evocare lo spirito e infiammare l’anima dei suoi fans. Alcuni momenti sono stati magici, come l’intensissima Jack Of All Trades o quando si è seduto al piano e ha intonato le note di The Promise regalandoci una delle sue storie più belle e noi siamo rimasti tutti senza fiato, rapiti da un’interpretazione straordinaria. Inutile soffermarsi ora sui singoli brani in scaletta, ci sarà tempo per riascoltarli e discuterne. Adesso è sufficiente ribadire che, come sempre, la E Street band si è comportata egregiamente, anche se non si può fare a meno di notare la differenza di carica dei musicisti rispetto a Bruce, veramente su un altro pianeta, l’unico davvero in grado di fare la differenza e tenere la scena con una capacità di coinvolgimento ineguagliabile nella continua ricerca di contatto con il pubblico. L’inserimento dei coristi, della sezione fiati e di un bravissimo Jake Clemons, che non sfigura affatto nell’impegnativo confronto con lo zio Clarence, ha rappresentato un’iniezione di energia fresca che ha trasformato il sound della leggendaria in un concentrato esplosivo di rock, soul e gospel entusiasmante. In questo senso vanno almeno citate la rilettura di Johnny 99, la sempre bella My City Of Ruins e Rocky Ground, eseguita dopo una torrenziale Land Of Hope And Dreams.

Insomma un concerto memorabile, epico, che ricorderò non a lungo, ma per sempre! Sono uscito da San Siro con una convinzione: ancora una volta ho avuto la possibilità di vedere il futuro del rock’n’roll. Vi sembra esagerato ripetere la famosa affermazione di John Landau, visti i 63 anni suonati di Bruce? Lo so che sembra una battuta, ma non lo è affatto. Chi altri al momento è in grado di ricevere il testimone da quello che è sicuramente il miglior performer in circolazione? Chi altri è in grado di avvicinarsi al livello strepitoso dello spettacolo cui ho assistito l’altra sera? A me al momento non viene in mente alcun nome perciò, per quanto mi riguarda, lo scettro di re del rock resta ben saldo in mano Springsteen.

Andrea Furlan

 

Setlist:

We Take Care Of Our Own
Wrecking Ball
Badlands
Death to My Hometown
My City of Ruins
Spirit in the Night
The E Street Shuffle
Jack of All Trades
Candy’s Room
Darkness on the Edge of Town
Johnny 99
Out in the Street
No Surrender
Working on the Highway
Shackled and Drawn
Waitin’ on a Sunny Day
The Promised Land
The Promise (Piano Solo)
The River
The Rising
Radio Nowhere
We Are Alive
Land of Hope and Dreams
Rocky Ground
Born in the U.S.A.
Born to Run
Cadillac Ranch
Hungry Heart
Bobby Jean
Dancing in the Dark
Tenth Avenue Freeze-Out
Glory Days
Twist and Shout

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