Van Morrison

Van Morrison

Brescia / Piazza della Loggia


06/06/2015 - di Autori vari
Laura Lalab Bianchi, Roberto Contini e Luciano Re  fissano un breve ricordo della calda serata di Brescia in cui Van Morrison ha dispensato il solito concerto distaccato nei modi ma musicalmente perforante i cuori.

 

The Man is in black and white.

Ma la Juventus non c’entra, in Piazza della Loggia, stasera. E non entrano quanti la preferiscono alla musica. Stasera, The Man suona e canta per sé, per i sentieri sonori che si costruisce nella sua anima brillante e tormentata. Il fatto che esistiamo anche noi, adoranti distratti presenzialisti devoti appassionati apatici ipercritici acritici, sembra non toccarlo minimamente. Lui è una pianta esotica, radici profonde nel blues e nel soul, fusto flessibile come i giunchi dei laghi irlandesi, e fiore iridescente, cangiante, fragile e unico. Un fiore bianco come la sua pelle, esangue sotto i riflettori del palcoscenico, e nero come il suo completo da blues brother, aggressivo non si sa se per difesa, sicumera, calcolo o ipersensibilità.

The Man è presenza magnetica, è voce bianca e nera insieme, è fiato che soffia nel sax, nell’armonica, e voce, sax, armonica sono strumenti docili alla volontà di un genio imperscrutabile. La voce è lo strumento più importante, ed è spesa per cantare gli alti e bassi della sua, della nostra vita, per rendere omaggio ai suoi, ai nostri maestri (stasera sono BB King, Ray Charles, Sam Cooke), e poco altro. Un solo ringraziamento al pubblico, nessuna presentazione dei componenti di quella che lui chiama The Band, che peraltro aspettano che lui si eclissi, allo scadere dei novanta minuti fatidici, per regalare a piene mani professionalità, gioia, e bellezza, in un’indimenticabile coda strumentale di Gloria.

The Man suona e canta per sé. Ma non può non pensare che, oltre la frontiera del suo sudore e degli occhiali scuri, esistiamo anche noi, miracolosamente dotati di orecchie e cuore, e che afferriamo per la coda le prismatiche evoluzioni della sua potentissima voce, per lasciarci trasportare al limitare del suo mondo, e contemplarlo con intatto stupore. Quando arriviamo lì, dimentichiamo che The Man suona per sé, per contratto, per terapia o per dovere, e ci incantiamo.

The Man ci invita, a questo punto, quasi alla fine del nostro percorso parallelo, eppure così simile, a cantare con lui gli ultimi versi di In The Garden: No Guru, no method, no teacher / Just you and I and nature / And the Father in the garden. Per un istante, siamo uniti, noi e The Man, solo noi e lui. E il mondo, per qualche minuto, gira per il verso giusto. Perché quando The Man canta, e sorride, giusto è il segno.

Laura "Lalab" Bianchi

 

Magic Time in Brescia 

In una serata dove terra scottava e l’asfalto sembrava fatto di burro è arrivato Van The Man, dalle fredde brughiere del Nord Irlanda, perfettamente a suo agio nella giacca scura e con il suo immancabile cappello. Nessun orpello, nessun contatto diretto con il pubblico, Van si esprime solo con la sua musica e attraverso le emozioni che sa generare nel pubblico che le ascolta.

Ero preparatissimo ad ascoltare una ripetizione della setlist degli ultimi concerti e l’inizio non lasciava sperare nient’altro, quando ho sentito le prime note di Moondance arrivata come una delle prime canzoni, la settima per l’esattezza ho capito che poteva arrivare anche uno vero ‘Cold Wind in June’ (scusate il gioco di parole), una brezza leggera che avrebbe rivoluzionato le attese della serata. E’ iniziato un incredibile crescendo, partito con una versione di Brown Eyed Girl riveduta e corretta, non più post-beat, ma animata da sfumature di soul e jazz. A seguire una lista di capolavori il cui filo logico era ben presente nella mente di Van, ma che il pubblico non riusciva ad immaginare, ad in iniziare da un’incredibile Here Comes The Night, ripescata dal miglior repertorio dei Them, così come il corale finale di Gloria.

Nel mezzo due versioni eccezionali di Sometimes We Cry e Real Real Gone che da sole valevano il prezzo del biglietto. Chi, assente ingiustificato, aveva skippato il concerto rincorrendo un impossibile ‘triplete’ ha perso sicuramente l’occasione di vivere un emozionante, forse irripetibile, ‘Magic Time’.

Roberto " Matty Groves" Contini

 

Torna in Italia a distanza di anni Van Morrison e si conferma, nel bene e nel male.

Iniziamo dai difetti: una totale assenza di empatia con il pubblico, nonostante l’entusiasmo dei presenti (non una novità per chi, come me, lo aveva già visto in varie altre occasioni, ma si spera sempre….), un concerto da un’ora e mezza precisa senza un secondo in più, una band che non pare di livello eccezionale, forse un po’ frenata (fatta salva la travolgente coda strumentale di Gloria, quando Van aveva già preso la strada dell’albergo) e soprattutto priva di fiati (con la conseguenza che Van ripetutamente si cimenta al sax: chiaramente un suo sfizio personale, ma di certo non il suo talento più spiccato), componente difficilmente surrogabile della sua musica.

Quanto ai pregi: una voce che nonostante gli imminenti settant’anni – o forse addirittura grazie ad essi in virtù della sempre maggior maturità espressiva – rimane unica e inconfondibile, un repertorio smisurato frutto di cinquant’anni di onoratissima carriera da cui pesca per costruire una scaletta in cui non mancano le citazioni degli inizi (Gloria, Baby Please Don’t Go e la strepitosa Here Comes The Night dal repertorio dei Them), i suoi classici (Moondance su tutte), le cover (Early in the morning con dedica iniziale a B.B. King con cui l’aveva incisa anni fa, con quelle che restano le uniche parole pronunciate in tutto il concerto, e la classicissima I Can’t Stop Loving You, tra le altre), alcuni ripescaggi non scontati dal suo repertorio (Carrying a Torch e una bella Real Real Gone) con l’unica parziale delusione di una In The Garden non particolarmente ispirata come in molte altre occasioni live (poi, naturalmente, ci sarebbe il lungo elenco di quelle che sono mancate, ma è chiaro in partenza che in una sola – breve – serata non è possibile ripercorrere una discografia sterminata come la sua).

A corredare il tutto la suggestiva cornice di Piazza del Loggia e del circostante centro storico di Brescia che però forse impone un volume decisamente sotto i normali standard da concerto che penalizza un po’ il set.

Ma, al netto di tutto ciò, i pregi superano di gran lunga i difetti e il bilancio della serata risulta decisamente positivo.

Un bel concerto, insomma, magari non eccezionale come sempre ci si attende quando ci si trova al cospetto di un vero gigante come Van Morrison, ma bello decisamente sì.

Luciano  Re

 

Fotografie di: Federico Sponza