Dirty Projectors

Dirty Projectors

@ Congress Theater Chicago Il

05/08/2010  |  di Andrea Rossi

Il Congress Theater di Chicago si trova lontano dal centro città, in una zona che il solerte albergatore definisce ´not extremely bad´ ma raggiungibile con la metropolitana.
Se i paraggi non sembrano entusiasmanti, il locale è fantastico, e si consiglia chi passasse per Chicago di dare un’occhiata al cartellone, che in genere propone una buona programmazione indie rock (prossimamente in arrivo Primus, Chemical Brothers ed il Riot Festival con Bad Religion e The Mighty Mighty Bosstones, tra gli altri).
Ma, al di là della programmazione, il luogo è speciale soprattutto per il fascino che emana.
Costruito nel 1926 come sede per movies e spettacoli di vaudeville, in realtà il Congress è ben lontano dal moderno concetto di cinema, perché si tratta di un edificio quasi storico per gli USA, la cui struttura e gli interni si ispirano allo stile classico e rinascimentale, decorato nei minimi particolari con pilastri, ornamenti, lampadari, scalinate, e con una volta impressionante a dominare il palco.
Un contesto del genere ben si è prestato ad accogliere il set corale, quasi orchestrale, dei Dirty Projectors, band newyokese che ha aperto il concerto dei Devo.
Arrivati con un ritardo di oltre 2 ore, i Projectors hanno suonato una decina di brani, proponendo una musica obliqua e sfuggente, costruita su chitarre, che incrociano ritmiche di derivazione afro con strappi e rasoiate taglienti che rimandano a ricordi No Wave, e sulla sovrapposizione di cori femminili ispirati ad atmosfere ’60 e ’70 di tipo psichedelico e West Coast.
Basso e batteria seguono spesso riff semplici, ma non banali, ed al drumming si chiede di essere fisico, spesso tribale, per sorreggere i brani, sempre complessi sul piano dell’arrangiamento e delle armonie, permettendo a voci e chitarre i continui scarti e cambi di atmosfere che connotano lo stile del gruppo.
Il set si è aperto con ´I Will Truck´ seguita da ´Rise Above´, e, tra i vari brani, da ´No Intention´, ´Fucked for Life´ e ´Cannibal Resource´, alternando quindi canzoni dal loro ultimo disco ´Bitte Orca´ con pezzi più vecchi.
Il gruppo, che ha ormai 7 album ed EP alle spalle e vanta collaborazioni con estimatori del livello di Byrne e Bjork, sa suonare un musica dinamica e sincopata, molto spigolosa, capace di sperimentare soluzioni inattese in grado di sorprendere in ogni momento, ed è chiaramente dominato dalla personalità e dal carisma di Dave Longstreth, magnetico cantante e chitarrista, che tutta la band segue con lo sguardo durante il set e che detta tempi e linee delle canzoni.
Lavoro incessante di chitarre ritmiche a forte connotazione afro, intrecci vocali di tipo corale, uno strano mix di psichedelia, new e no wave, qualche momento quasi ´Americana´ sotto acido, una spruzzata di Jeff Buckely, che appare soprattutto nei momenti in cui Longstreth approccia i brani da solo ed in versione più acustica: questo il cocktail dei Dirty Projectors, che sembrano alla ricerca di un punto di incontro tra canzone pseudo-pop e art rock, operazione difficile che, quando non riesce, li rende un po’ troppo freddi e cerebrali, sebbene sempre stimolanti, se non altro per l’apertura mentale.
Gran finale con due ottimi brani, ´Stillness in the Move´, una ballad r’n’b addirittura sexy cantata dalla chitarrista Amber Coffman, ed ´Useful Chamber´, con tutta la band che canta in coro la melodia del brano, sfregiata dalla chitarra di Longstreth, mentre tutti ballano in circolo intorno a lui.
Sciamanico, il David, che poi è lui, la band. Bravi e intelligenti tutti gli altri anche alle orecchie di chi, come il Vostro recensore, alla fine deve confessare che non conosceva i Dirty Projectors e ora ha voglia di recuperare il tempo perduto approfondendo un gruppo molto interessante.

Line up:
David Longstreth — voce, chitarra, musical direction
Amber Coffman — voce, chitarra
Angel Deradoorian — voce, keyboard
Brian McOmber — drums
Nat Baldwin — basso
Haley Dekle — voce

Dirty Projectors



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