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Questo
concerto di Rita Marcotulli è uno dei più attesi del
Festival Jazz On The Road di Brescia sia per il valore
dell'artista che per la mancata esibizione di un anno
fa causa maltempo. Ad aumentare le suggestioni dell'esibizione
c'è poi la particolarità del progetto in programma,
che prevede una rilettura de "Le città invisibili" di
Italo Calvino: sul palco di Piazza Tebaldo Brusato la
pianista romana è infatti affiancata all'attore e doppiatore
Daniele Formica nell'interpretazione di uno dei testi
più importanti della letteratura italiana.
Dopo l'omaggio di Fabrizio Bosso a Chet Baker è quindi
il turno di un ulteriore spettacolo che combina musica
e narrativa, jazz e parola. Pur trattandosi di esecuzioni
per sola voce e pianoforte, il concerto ripaga con intensità
e persino con momenti di divertimento.
Ad accorciare le distanze tra palco e pubblico provvede
subito Daniele Formica con una spiritosa introduzione
rivolta spontaneamente ai presenti. Tra una battuta
e l'altra l'attore trova modo di spiegare la genesi
e il senso della serata: dieci delle cinquantacinque
città descritte da Calvino verranno rilette su composizioni
nuove ed improvvisate della Marcotulli.
La scelta iniziale cade su Diomira ed è subito chiaro
che a caratterizzare la scaletta sarà proprio l'empatia
e la libertà che corrono tra i due protagonisti: per
quanto concetrata sulla lettura, la voce di Formica
non è statica, anzi è spesso pronta a giocare e scherzare
con gli arrangiamenti della Marcotulli. L'espressività
della recitazione e della musica assumono così uno spirito
arguto che permette di cogliere il linguaggio inebriante
e brillante con cui Marco Polo narrava al Kublai Kahn
"Le città invisibili" del suo impero.
Emblematica la scena dedicata alla città di Dorotea,
di cui, scrive Calvino, si può parlare in due maniere
esattamente come viene fatto sul palco tra voce e piano.
Lo stesso succede quando si arriva a Fedora: la città
di pietra, simbolo del necessario, e quella di vetro,
simbolo del possibile, sembrano prendere letteralmente
forma nelle mani della Marcotulli, capaci di riprodurre
un mondo magico, velato di eleganze orientali.
Insieme ad un gusto tanto raffinato, che permette alla
musica di passare dal jazz alla classica, si succedono
alcune improvvisazioni, anche spassose, come quella
provocata dal passaggio di alcune motociclette durante
la lettura di Zora o come quella giocata su un ritmo
divertito nel corso di una splendida Maurilia.
Da un luogo profondamente esistenziale come Zoe si passa
senza cali di tensione alla pura sensualità di Zobeide,
ma il momento più alto è sicuramente quando si arriva
ad Ipazia, dove "i segni formano una lingua, ma non
quella che credi di conoscere": qua la Marcotulli cambia
il suono del suo piano prima pizzicandone le corde interne
e poi percuotendone con grazia i tasti come fosse un'arpa.
Ineffabili e inafferabili, come due veri viaggiatori,
pianoforte e voce arrivano a concludere il proprio cammino
sfiorando un'ultima terra promessa, quella città infernale
che rappresenta un approdo ideale per riassumere il
senso della serata: "cercare e saper riconoscere chi
e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo
durare e dargli spazio" sono le ultime parole di una
performance che non ha mai staccato gli occhi da quella
meta finale che è la bellezza assoluta.
A gran richiesta i due artisti concedono poi un bis
improvvisando su un numero di pagina richiesto dal pubblico:
la scelta cade su Clarice, "città gloriosa che decadde
e rifiorì", la cui memoria rimane "come modello ineguagliabile
di ogni splendore". Per chiunque abbia orecchie sensibili
all'ascolto ed occhi pronti all'immaginazione, quelle
della Marcotulli e di Formica è una performance che
invoglia a intraprendere nuovamente quel grande viaggio
della mente (e della vita) che è la lettura.
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