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In
una serata umida e grigia lo ZeroMusicClub, piccolo
locale alla periferia di Bergamo, diventa un accogliente
rifugio per rintanarsi in compagnia di buona musica
e un po' di tepore.
Fresco, carico di energia e con un'esplosiva voglia
di suonare, Langhorne Slim si č presentato sul
palco dello Zero. L'ottimo benvenuto della critica
all'album "When The Sun's Gone Down" ha spianato
la strada e dato fiducia al suo talento. Un album
dai vecchi sapori, lontano da mode e orpelli tecnologici,
come un frutto acerbo colto da poco, ma pieno
di polpa.
Assecondato dal contrabasso di Paul Defiglia e
dalla assillante batteria di Malachi DeLorenzo
(entrambi presenti anche nell'album), Sean Scolnick,
in arte Langhorne Slim (il nome č preso dalla
sua cittā natale in Pennsylvania), č riuscito
a trascinare e a coinvolgere in un'esibizione
molto positiva, dimostrando che a volte basta
veramente crederci fino in fondo per farcela.
Come un fulmine di guerra, Langhorne si dimena,
saltella, canta a sguarciagola, invita il pubblico
a ballare in festa le sue canzoni. L'affiatato
trio sul palco, tra l'altro molto hillibilly e
giovane, tiene bene la scena con fierezza. La
voce stridula e volutamente stonata in studio
del nostro giovane menestrello appare invece nella
prima parte della serata ben calibrata, robusta
e persistente.
Il pubblico presente ha subito tributato una calorosa
accoglienza a questa nuova proposta musicale.
Il repertorio dell'intera serata verte principalmente
sul recente album "When The Sun's Gone Down".
La bellissima "Set Em Up" viene proposta tra le
prime canzoni, il brano sintetizza la combinazione
musicale del rustico suonatore di New York, ovvero
un misto di country, blues, rock'n' roll con una
carica acustica punk che non dispiace affatto
(dirompente in "And It's True").
La presenza scenica č costruita su un look da
artista da strada (ricorda le prime copertine
di Tom Waits): completino con bretelle, cappello
e una scarpa bucata costituiscono un immagine
giovane ed indovinata per canzoni cariche di feeling,
sentite con il cuore in mano, su tutte le versioni
di "Mary" e "The Electric Love Letter".
Guardarlo sorridere mentre ondeggia il capo č
un vero spasso, con i muscoli del volto in continua
contrazione tra smorfie, linguacce e espressioni
di rara contentezza. Strano pensare che uno come
Langhorne Slim (poco pių che ventenne) sia frutto
della frenetica cittā di New York e sia proprio
lė ad intonare le note sporche di "Loretta Lee
Jones" per poi passare al rurale folk spazzolato
di "I Ain't Proud". L'energia che il ragazzaccio
ha in corpo č tale da prodursi anche in parti
parlate improvvisate che caricano il pubblico
e lo contagiano in modo irrefrenabile, anche con
qualche siparietto fuori programma, tra passi
di danza, flessioni e canzoni mutate a seconda
dell'umore. Con ironia viene anche proposta "Summer
Love" (proprio quella di "Grease") introdotta
in solitudine da Langhorne a seguito della rottura
di una corda e poi strigliata dalla sezione ritmica
di Paul DeFiglia e Malachi DeLorenzo (guarda caso
proprio il figlio di Victor DeLorenzo, batterista
dei Violent Femmes).
Dopo un generoso bis ci avviamo, appagati dal
divertimento e dalla musica, nel grigiore della
notte.
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