The Orphan Brigade

The Orphan Brigade

Cantù / 1e35


01/11/2016 - di Laura Bianchi
Il mandolino di Joshua Britt, nelle sue mani, si muove continuamente, e riflette la luce.
La batteria di  Neilson Hubbard emana bagliori delicati, seguendo docile il ritmo delle armonie create dalla sua sensibilità di creatore di suoni.
La voce di Ben Glover si illumina di riflessi inaspettati, eco intima di paure ancestrali, portate alla luce e condivise, per convivere con esse.

Gli Orphan Brigade fanno tappa a Cantù, dopo settimane difficili e creative, trascorse nelle profondità delle grotte di Osimo, a stretto contatto con una storia secolare, che, per degli americani quasi senza passato, ha l’esplosiva consistenza di un viaggio di europei su Marte. Settimane segnate dall’esperienza di ben due terremoti, percepiti in modo ancora più intenso, poiché il trio aveva imparato a conoscere le profondità della terra, e si è sentito coinvolto dai suoi movimenti, al punto da provare la necessità di scriverci una canzone.

Le luci che i tre emanano dal palco non sono solo un fenomeno fisico; sono espressione della ricerca di una luce più potente, frutto del lavorìo di questi ultimi tempi, un percorso accidentato e incessante di scoperta, iniziato con il disco precedente, registrato in una casa che si dice posseduta dagli spiriti, e continuato nel ventre della terra, là dove la luce non penetra, per cercarla, e trovarla, dentro di sé, e farne dono a chi li ascolta.

Così, brani incisi a lettere di fuoco nei cuori dei numerosi spettatori, come Oh soul o come I’ve seen the Elephant, si alternano a quelli recentemente incisi da Ben Glover nel suo nuovo disco The Emigrant, e si mescolano a quelli appena nati, non ancora incisi, che i tre cantano aggrappandosi ad un fragile foglio di carta, con scarabocchiati testi  destinati a un sicuro successo, come la storia di Flying Joe, San Giuseppe da Copertino, il santo volante, o quella delle grotte di Osimo, in cui i tre hanno trovato la luce.

Il punto focale della serata è però un vero e proprio inno al misticismo moderno, Pain  is gone, composto in un punto di una chiesa, in cui si dice che i credenti andassero per sentire le proprie sofferenze svanire; non è un caso che in quel momento si spargesse nel locale la notizia della scomparsa del cantautore Bap Kennedy, più volte ospite del palco di Cantù; le voci degli Orphan Brigade illuminano la sofferenza di un nuovo senso, e la purificano, emozionando tutti i presenti, che ascoltano in un silenzio sospeso.

Da Paddy`s lamentation all`esilio di tutti noi su questa crosta di terra, fino all`anelito di infinito e di luce che tutti possediamo: quando la musica riesce a trasmettere e dare forma e senso alle emozioni più complesse dell`animo umano in una sola sera, allora si può dire che la luce sia stata accesa nei nostri cuori.

Foto di Giuseppe Verrini

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