|
Una
voce femminile e una chitarra. Nessuno conosce
il suo nome. Da un certo periodo capita di ritrovartela
sempre più spesso tanto ad aprire concerti dei
La Crus, di Afterhours, addirittura del C.S.I.,
così come la incroci ad intrattenere un improbabile
pubblico in sperduti locali di montagna o in pub
fumosissimi che oggi non potresti nemmeno più
immaginarli.
Il ricordo degli esordi di Cristina Donà conservano
intatto il gusto di una scoperta inattesa, il
brivido mai più ripetuto della nascita di un'autrice
che da outsider si è via via saputa riconoscere
il ruolo di voce tra le più significative del
rock italiano.
Sono passati giusto dieci anni e tre dischi ufficiali
(più una raccolta in lingua inglese), e rivedi
condensato nell'immagine della calca fuori dall'auditorium
il percorso che ha portato quel nome che allora
ti sfiorava e al quale non prestavi nemmeno troppa
attenzione a divenire oggi richiamo irresistibile,
unico, per molti. Cristina Donà da sola, giusto
come agli esordi, su un palco, è un appuntamento
che non va ignorato. Una manciata di date giusto
per mantenere la tensione di uno spettacolo essenziale,
come l'allestimento che vede come unici strumenti
sul palco un microfono e una chitarra, un pianoforte
a coda e alcune percussioni a terra.
Giusto da qui ha inizio il concerto. L'auditorium
è stracolmo e l'atmosfera è bollente, Cristina
entra in scena, si accovaccia, introduce "Settembre"
accompagnandosi china sulle percussioni con un
effetto inedito e curioso. Gli applausi a scena
aperta non imbarazzano più di tanto la ragazza,
che annuisce mentre si alza e si sposta alla postazione
dove l'aspetta la sua chitarra.
Intorno a sé alcune lampade, a terra, a stelo
e sospese, a rappresentare il cuore scenografico
di questo tour solitario e a guidare con un effetto
ora piacevolmente casalingo, ora lunare, una scaletta
vibrante che punta tutto sui brani più intriganti
del suo repertorio.
Gli arrangiamenti puntano all'essenza della musica,
all'origine stessa di brani in bilico tra l'angoscia
urbana degli esordi e gli spazi aperti e sereni
delle composizioni più recenti. La voce è limpida
e dimostra il raggiungimento di una padronanza
espressiva invidiabile, al limite del virtuosismo
come quando imita il suono di una tromba correndo
il rischio di apparire decisamente sopra le righe.
Nonostante ciò qualcosa par non funzionare nel
bilanciamento complessivo dello spettacolo. Scivolare
verso l'autocompiacimento è un errore che ancora
la Donà non ha imparato ad evitare, e ciò rappresenta
un occasione perduta. L'alone autocelebrativo
che immancabilmente tra un brano e il successivo
si riflette sulla sala e viceversa in un gioco
di rimandi spesso imbarazzante, allenta la tensione
che invece dovrebbe rappresentare uno degli elementi
principali delle canzoni in gioco.
Sola con la chitarra a tracolla Cristina Donà
non sarà Suzanne Vega come suggerirebbe il taglio
di capelli, ma piuttosto una presenza accondiscendente,
che in brani come "Piccola faccia", "Raso e chiome
bionde", "Invisibile", "Goccia" (con in coda l'accenno
di "Maryan" di Wyatt), "Stelle buone" e l'immancabile
medley in chiusura di "Ho sempre me" con "Message
in a bottle" e "State trooper", questi ultimi
allietati dalla presenza strepitosa come sempre
di Christian Calcagnile alle percussioni, ha convinto
senza riserve una platea letteralmente in adorazione.
Oggi la Donà è un'autrice appagata e meno tesa
di un tempo, più attenta ad assecondare il proprio
pubblico, conducendolo per mano in un mondo denso
di immagini e metafore, anziché offrendoglielo
senza alternativa alcuna. Al termine del concerto,
avviandomi verso l'uscita, si impossessa di me
il pensiero sfrontato di quanto paradossalmente
sarebbe stato preferibile ritrovarsi una sala
semivuota, in un masochistico gioco al ribasso
che forse avrebbe giovato allo spessore emotivo
della serata. Certo riconosco che ricreare in
toto l'atmosfera tanto frequentemente ostile e
conflittuale che era in tutto e per tutto elemento
di forza delle esibizioni di un decennio prima
sarebbe oggi un'impresa impossibile. Una domanda
insistente non mi dà tregua: meglio oggi o allora?
|