Kenny White

Kenny White

Piano, passione, pensieri


29/04/2017 - di Laura Bianchi
R.Ascoltare Kenny White in concerto è un`esperienza illuminante; perché ci restituisce il senso del live act nella sua dimensione più completa, in cui la proverbiale professionalità della scuola americana si unisce con un senso del palco e del pubblico innato, oltre che con una forma di rispetto per quest`ultimo, che viene omaggiato da virtuosismi, cambi di tono e di strumento, ma anche battute fulminanti, sorrisi e grande umiltà. Un mix speciale, che ci ha fatto subito sorgere il desiderio di approfondire meglio la conoscenza di questo pianista, cantautore, arrangiatore e produttore troppo poco conosciuto in Italia.
D. Sei un pianista, un cantautore, un produttore e un arrangiatore: quale ruolo preferisci, e perché?

R. Durante tutti questi anni, la mia maggiore gratificazione è giunta dallo scrivere canzoni. Non c`è proprio niente di meglio che trovare quel verso perfetto! Al secondo posto, direi produrre...per me, è scultura musicale. Il fatto che mi venga data la materia prima di una canzone, che possa scegliere i musicisti e l`arrangiamento adatti, e che possa far nascere il tutto. Ho sempre percepito lo studio di registrazione come una seconda casa.

D. Sei nato a New York City e sei cresciuto nel New Jersey. Come pensi che questo fatto abbia influenzato il tuo punto di vista musicale?

R. Solo nel senso che lì ci sono più scelte e opportunità di lavorare in campo artistico. Il mio gusto musicale ha avuto poco a che fare con l’ambiente attorno a me ed è stato più influenzato dai dischi e dai concerti. Vivere in NYC e attorno alla città mi ha forse dato maggiori possibilità di scelta quando si trattava di seguire concerti. Più avanti negli anni, diventato un musicista da studio di registrazione, ho capito che nessun posto come questo avrebbe potuto offrire una scelta tanto varia, ma anche che in nessun altro posto si potrebbe essere tanto continuamente ridimensionati.

D. Immaginiamo che ci sia una grande differenza fra comporre canzoni, colonne sonore, jingles per spot. Cosa puoi dirci in proposito?

R. Processi differenti, obiettivi differenti. Con le colonne sonore e gli spot, la musica ha il compito di arricchire un altro mezzo o di vendere un prodotto. Scrivere una canzone è un corpo indipendente…pelle, ossa, e cuore. Per molti versi, molto più difficile. Ma ciascuno di questi generi possiede un ambiente adatto alla creatività e al perfezionamento di abilità e competenze.

D. Hai lavorato con Marc Cohn, Shawn Colvin, Peter Wolf, Judy Collins. E’ possibile una vera relazione di amicizia nel mondo della musica?

R. Non è più difficile in questo mondo di quanto non lo sia in qualunque altro ambiente. Nella maggior parte di questi casi, prima è nata l’amicizia. Le difficoltà nel mantenere i rapporti nel mondo della musica derivano più dagli impegni che dalla volontà.

D. Il tuo nuovo album, LONG LIST OF PRIORS, presenta efficaci schizzi dell’umanità del XXI secolo, in un perfetto equilibrio fra ironia e passione. Qual è il tono che preferisci, per esprimere meglio i tuoi pensieri e sentimenti?

R. Preferisco qualunque tono si adatti meglio alla canzone. L’ironia non è mai preimpostata. E infatti non ho proprio mai cercato di sedermi a scrivere una canzone umoristica. Ad esempio, mentre scrivevo Cyberspace, una delle canzoni più ricche di osservazioni feroci in questo disco, c’era una sorta di reazione automatica: nel momento in cui sentivo che tendevo a fare proselitismo o scrivevo da una posizione più "saputa", il verso seguente era automaticamente più lieve e umoristico. Non ho mai voluto portare l’ascoltatore dalla mia parte o  fargli la predica. Non amo essere manipolato nella musica, nei film, nei libri…e cerco di non farlo mai nella mia scrittura. Il completo successo di una canzone sta nel far sì che l’ascoltatore possa metterla in relazione con la propria vita e interpretarla nel proprio modo. Qualunque mezzo con cui ciò possa essere raggiunto, è quello giusto. Infine, non c’è molta differenza fra ironia e passione, se queste sono genuine. Al contrario, un testo dolce e appassionato ha bisogno di essere Questo non è stato molto facile per me inizialmente.

D. Ascoltare uno dei tuoi album è una bella esperienza, ma i tuoi concerti sono semplicemente stupefacenti. I tuoi punti di forza sono un’eccellente tecnica e un perfetto controllo del palcoscenico. Queste doti nascono dal talento, da un duro lavoro, o da entrambi?

R. Difficile da dire. Immagino che aiuti il fatto di sentirmi a mio agio sul palco e di avere fiducia nel sentimento di aver dato tutto me stesso quando ho scritto le canzoni. E, forse anche il fatto che non c’è davvero niente da perdere. Grazie per il complimento. Essere in grado di entrare in sintonia e anche emozionare il pubblico mi esalta molto. Detto questo, mi meraviglio spesso del fatto che qualcuno riesce a cogliere meglio la mia musica dopo avermi visto in concerto. Per me, i dischi rappresentano più da vicino le canzoni come sono apparse nella mia mente. Ma, comunque vadano le cose, mi va benissimo!

D. Nel tuo concerto, ci hai raccontato che sei preoccupato della situazione politica negli USA. Pensi che i musicisti debbano schierarsi per i diritti umani?

R. Certo che sì. Sono cresciuto in un tempo in cui i musicisti avevano la responsabilità di illuminare il mondo. E’ bello E imperfetto. Se togli la politica, non ci sarebbe stato un movimento Folk come lo conosciamo. E non ci sarebbe stato un movimento Rap, anche se entrambi i generi si sono allontanati molto da argomenti politici. La musica è stata una voce per quelli che non l’avevano. C’è qualcuno che pensa che gli artisti debbano servire per puro intrattenimento. E che chi lavora tutta la settimana non dovrebbe essere sottoposto a una diatriba politica quando va a un concerto. Forse c’è qualcosa di vero. Eppure, sarò sempre convinto che ci si possa divertire in un modo ricco di senso e che sia possibile tornare a casa dopo un concerto pensando a qualcosa. Ho sempre ammirato gli artisti che non hanno paura di agitare le coscienze, che sia in ambito musicale, poetico, o nella moda.  “Un provocatore” ( e lo dice in italiano...).

Foto per gentile concessione di: Spazio Teatro 89 e Sumo Project

Video di: Luca Tavecchia



TESTO IN INGLESE

You’re a pianist, a singer/songwriter, a producer and an arranger: which role do you prefer, and why? For the past many years, my greatest satisfaction has come from songwriting. There’s simply nothing better that finding that perfect line! After that, I’d say production…to me, it’s musical sculpture. Being given the raw material of a song, choosing the right players and arrangement, and bringing it to life. I’ve always felt the studio to be a second home.

You were born in New York City and raised in New Jersey. How do you think that fact influenced your musical point of view? Only in the way that there are more choices and opportunities for work in the arts. My musical palate had less to do with my immediate surroundings and more to do with records and concerts. Being in and around NYC probably gave me more of a selection when it came to seeing those concerts. Later, as a studio musician, there really was no place as diverse and no place where you could be as constantly humbled.

We believe there is a big difference in composing songs, soundtracks, commercials. What can you say about it? Different processes, different objectives. With soundtracks and commercials, the music is there to enhance another medium or to sell a product. Writing a song is a self-contained body…skin, bones, and heart. In many ways, a lot more difficult. But each of these genres provided an environment for creativity and skill-sharpening.

You worked with Marc Cohn, Shawn Colvin, Peter Wolf, Judy Collins. Is it possible a true friendship in music business? No more difficult in the music business than it is in any other. In most of these cases, the friendships came first. The difficulties in maintaining music biz relationships lie more in schedules than intent.

Your new album, LONG LIST OF PRIORS, presents sharp snapshots of XXI century humanity, in a perfect balance between irony and passion. Which is the tone you prefer, in order to explain your thoughts and feelings? I prefer whichever one best serves the song. The irony is never preconceived. Just as I’ve never, ever tried to sit down and write a humorous song.  As I was writing “Cyberspace,” one of the more ranting, observational songs on this record, there was an almost knee-jerk reaction: the moment I felt that I was proselytizing, or writing from a place of “knowing,” the next line was automatically more light-hearted and humorous. I never want to lead the listener or preach to them. I don’t like being manipulated in music, in films, in books…and I strive never to do it in my writing. The ultimate success of a song is whether or not the listener can relate his or her own life to it and interpret the song in their own way. Whichever way that can be achieved—is the right way. Ultimately, there’s not much difference between irony and passion as long as they feel genuine.

Conversely, a tender and heartfelt lyric needs to be as naked and as free of intrusion as you can allow yourself to be. Something that wasn’t very easy for me at the beginning.

Listening to one of your works is a nice experience, but live acts are simply amazing. Your points of strength are an outstanding live technique and a perfect control of the stage. Do they arise from talent, from a hard work, or from both? Hard to say. I’d guess it helps to feel comfortable on stage and in having confidence in the fact that you gave everything you had when you wrote the songs. And, maybe the fact that there’s really nothing to lose. I thank you for the compliment. Being able to connect with and possibly move an audience is a great thrill. That said, I’m often puzzled about why some people are able to better grasp my music after seeing me perform. To me, the records more closely represent the songs as they appeared in my mind. But, whatever it takes is okay with me!

In your concert, you told us you’re worried about US political situation. Do you think that musicians are supposed to stand up for human rights? I do, indeed. I grew up during a time when musicians had a responsibility to shine a light on the world. It’s beauty AND it’s blemishes. Take away politics and there would have been no Folk movement as we know it. Nor would there have been a Rap movement, even though both of those genres have shifted very much away from the political. Music was a voice for those without one.There are some who feel that artists are there for purposes of entertainment. And that someone who works all week shouldn’t need to be subjected to a political diatribe when they go to a concert. Maybe there’s something to that. Yet, I’ll always feel that one can be entertained in a meaningful way and that it’s possible to come away from a show thinking about something. I’ve always admired artists that are not afraid to “stir the pot,” whether musically, lyrically, or fashionably. Un provocatore.