Gabriele Coen

Intervista Gabriele Coen

27/09/2004  |  di Christian Verzeletti

L’unico modo con cui siamo capaci di presentare Gabriele Coen è quello di descriverlo come “un musicista che osa”, che osa varcare i confini tra un genere e l’altro e tra un luogo e l’altro. Il suo ultimo album, “Duende”, si porta dentro questo coraggio, che è tanto cercato quanto spontaneo in chi è abituato a muoversi, a viaggiare: non a caso trattasi di un viaggio nel Mediterraneo, condotto insieme ad una band e ad un progetto che si chiamano “Atlante Sonoro”.

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    Interviste:

                   Gabriele Coen

L'unico modo con cui siamo capaci di presentare Gabriele Coen è quello di descriverlo come "un musicista che osa", che osa varcare i confini tra un genere e l'altro e tra un luogo e l'altro. Il suo ultimo album, "Duende", si porta dentro questo coraggio, che è tanto cercato quanto spontaneo in chi è abituato a muoversi, a viaggiare: non a caso trattasi di un viaggio nel Mediterraneo, condotto insieme ad una band e ad un progetto che si chiamano "Atlante Sonoro".


Mescalina: Gabriele, devo cominciare col dirti che non conosco i tuoi lavori precedenti, ma nell'ascoltare "Duende" mi sono talmente incuriosito che vorrei cercare di capire qual è stato il viaggio che ti ha portato a questo disco … ti va di parlarci un po' della storia tua e del disco?
Gabriele Coen: Ho iniziato a suonare il sassofono a quindici anni, studiando a Roma, la città in cui sono nato, alla Scuola Popolare di Musica di Testaccio. Un luogo dove sono potuto entrare in contatto con tante culture musicali che poi avrei approfondito: il jazz, la musica popolare italiana e non, la musica classica e quella contemporanea. Naturalmente il fatto di essere figlio di un musicista (Massimo Coen, violinista e compositore) mi ha dato la possibilità di crescere in un ambiente artistico particolarmente stimolante fin dalla prima infanzia. Nei miei ricordi di bambino si avvicendano numerosissimi musicisti, danzatrici, registi, attori, mimi, pittori e cantanti. Tra l'altro eravamo nel pieno degli anni Settanta, una stagione di grande fermento dove iniziavano a saltare gli steccati tra i diversi generi musicali, in due parole erano gli anni della sperimentazione e dell'intercodice. A vent'anni, nonostante studiassi anche Scienze Politiche all'università (indirizzo storico) avevo già deciso che avrei fatto il musicista o almeno ci avrei provato …
La mia prima grande passione è stato il jazz, in particolare John Coltrane. Sono stati molto utili i seminari che ho seguito presso Siena Jazz, uno dei pochi posti in Italia, dove puoi venire in contatto e studiare con i migliori jazzisti italiani.
I primi concerti dal vivo li ho fatti al Music Inn, forse il più importante jazz club italiano degli anni Settanta. Sul quel palco erano saliti grandissimi musicisti come Dexter Gordon, Bill Evans, Chet Baker, Massimo Urbani … Io suonavo con il quartetto Tempered Glass con Pietro Lussu al piano, Matthew Garrison al basso e Riccardo Rossati alla batteria. Ricordo che la prima sera ci tremavano le gambe dall'emozione!
Dal '94 ho iniziato a mettere insieme la tradizione jazzistica con altre culture musicali in particolare il klezmer, ossia la musica popolare ebraica est-europea e la musica sefardita, cioè la musica ebraico spagnola. Dal '96 ho iniziato invece a collaborare con il quartetto d'archi di mio padre "I solisti di Roma" approfondendo la musica classica e contemporanea. Solo successivamente ho finito i miei studi accademici diplomandomi in sassofono al conservatorio di Perugia. Nel 2001 ho fondato il gruppo Atlante Sonoro, ritrovando, dopo alcuni anni in cui le nostre strade si erano separate, il pianoforte di Pietro Lussu. Insieme a Pietro, oltre naturalmente al contrabbasso di Marco Loddo e alla batteria e alle percussioni di Luca Caponi, abbiamo costruito un puzzle che riflettesse i nostri due percorsi degli ultimi anni. Pietro è molto conosciuto in ambito jazzistico in particolare per il suo sodalizio con il sassofonista Rosario Giuliani, io ho maggiormente approfondito la musica etnica.

Mescalina: Immagino che tu non sia nuovo a questo tipo di progetti, so che sei fondatore dei KlezRoym …
Gabriele Coen: Nel 1995 abbiamo fondato i Klezroym, formazione con cui suono tuttora e con cui ho inciso quattro dischi, vendendo oltre 40.000 copie. Con i Klezroym (ritmica, tre fiati e una voce) abbiamo esplorato in questi anni i possibili intrecci tra musiche ebraiche ed altri percorsi musicali come la musica araba, mediterranea e balcanica, la canzone d'autore italiana e internazionale e l'improvvisazione jazzistica. Per me costituisce sempre un laboratorio molto importante che mi dà inoltre la possibilità di scrivere e arrangiare per il gruppo. Un'altra formazione con cui suono dal '96 è il Circo Diatonico dell'organettista Clara Graziano con cui mescoliamo la tradizione popolare italiana con la musica circense, il jazz e la musica est-europea.

Mescalina: Vorresti presentarci in breve in cosa consiste la musica Klezmer e quali sono le sue caratteristiche?
Gabriele Coen: E' la musica popolare ebraica strumentale dell'est Europa. Una tradizione ricchissima che ha avuto origine circa quattrocento anni fa in particolare in Polonia, Russia, Ucraina, Romania. E' una musica che ha assorbito e rielaborato il folclore musicale dei numerosi paesi est europei e balcanici in cui si sono sviluppate comunità ebraiche. Ha forti legami anche con la musica zingara e quella araba.

Mescalina: Che cosa ti ha avvicinato a questo mondo?
Gabriele Coen: Pur essendo ebreo da parte di padre e portando un cognome importante per l'ebraismo, non ho avuto alcuna educazione ebraica. Mi sono avvicinato alla cultura ebraica negli anni dell'Università, approfondendo il rapporto tra le tre grandi religioni monoteistiche (Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo) e laureandomi in storia, la mia grande passione oltre alla musica, su una tesi incentrata sul contributo ebraico e arabo alla formazione dell'identità spagnola.
Successivamente a partire dal '95 ho iniziato lo studio della musica ebraica e le sue relazioni con le altre culture musicali. Nel 2000 ho pubblicato per la Castelvecchi Editore il libro "Klezmer! La musica popolare ebraica dallo shtetl a John Zorn" scritto a quattro mani con la studiosa di storia Isotta Toso che poi sarebbe diventata mia moglie (peccato che il libro, a tutt'oggi l'unico testo monografico in italiano sull'argomento, sia quasi irreperibile perché la casa editrice è fallita pochi mesi dopo!).
Anche il progetto Atlante Sonoro riflette questi miei percorsi. Il mio brano "Galut" significa "diaspora" in lingua yiddish mentre "Araber tantz" e "Papir is doch wajss" sono tratti rispettivamente dal repertorio klezmer e da quello della canzone yiddish.

Mescalina: Ci sono dei viaggi veri e propri che stanno dietro ad un disco come "Duende"? Anche il nome del progetto, Atlante Sonoro, induce a pensarlo … Te lo chiedo perché molti oggi preferiscono, e possono grazie alla tecnologia, suonare la cosiddetta world music nel proprio orticello dietro casa … senza compiere una vera ricerca sul campo …
Gabriele Coen: L'idea che sta alla base del progetto è senz'altro quella di un viaggio attraverso differenti geografie sonore. Naturalmente se si ha la possibilità di fare ricerche sul campo e molto meglio ma devo ammettere che ormai nell'era di internet e della comunicazione globale è molto più semplice il reperimento delle fonti rispetto a un tempo. Si tratta poi più che altro di approfondirle in modo serio anche da casa…
Io in qualche modo mi servo di entrambe le metodologie. Alcuni viaggi sono stati per me delle esperienze fondanti soprattutto a livello di ispirazione, tanto più che poi mi interessa rielaborare e a volte stravolgere il materiale tradizionale piuttosto che riproporlo in modo pedissequo. A me piace vivere musicalmente il presente ricordando ciò che ci precede, ma in modo decisamente libero e discrezionale. In particolare mi ha illuminato un viaggio compiuto in Spagna e in Andalusia nel '92: da allora non ho più smesso di occuparmi della cultura iberica, così ricca di apporti come la musica medievale europea, la musica ebraica, araba e la grande tradizione zingara che hanno dato vita al flamenco. In particolare la visione dell'Alhambra, la fortezza dei sovrani arabi di Granada, mi ha veramente illuminato.


Mescalina: "Duende" ha infatti un'ambientazione e uno spirito decisamente mediterranei … ci sono arie arabe e balcaniche, venti che provengono dall'Africa settentrionale e dall'Argentina … c'è uno spirito latino che soffia su tutto il lavoro, no?
Gabriele Coen: Il disco riflette i percorsi di studio che ho seguito in questi ultimi dieci anni privilegiando naturalmente il concetto di musica mediterranea e quello di jazz europeo. Due categorie a cui sono molto legato e in cui credo di operare. Entrare in contatto con la musica klezmer mi ha messo inoltre in condizioni di scoprire le varie musiche est-europee e balcaniche, un patrimonio enorme che va ancora approfondito a tutti i livelli. Dalla Bulgaria ho preso il brano "Gankino Oro" che conclude il disco, mentre "Karsilama" è una danza turca molto diffusa in tutti i Balcani. La musica argentina e il new tango di Piazzola è una delle mie passioni più recenti. Ma il filo conduttore di tutti questi repertori a volte anche molto diversi tra loro è l'amore per la melodia e la grande capacità comunicativa delle radici popolari.

Mescalina: Personalmente ho trovato un po' fuori tema "Streaming'" che ha un bop più americano, anche se poi proprio i movimenti ansiosi del bop tornano ad avvicinarsi alle successioni ritmiche della musica klezmer, ma è un giro che passa più da lontano … se così posso dire?
Gabriele Coen: Il disco riflette il mio personale "atlante sonoro" di cui è una parte importante la tradizione jazzistica in particolare da Coltrane in poi. "Streaming" e' dedicato a lui. Inoltre, come altri musicisti della mia generazione, non posso fare a meno di avere le orecchie sempre aperte e di conglobare nella mia musica diverse realtà musicali.

Mescalina: Comunque il disco, la tua formazione e i tuoi musicisti hanno un'impostazione jazz che viene superata ed estesa in ogni traccia…

Gabriele Coen: La sfida che ci siamo posti è stata proprio questa. Utilizzare il suono e la storia del classico quartetto jazz (un fiato, pianoforte, contrabbasso e batteria) per esplorare dei linguaggi per certi versi inediti. Io personalmente credo che il vero jazz sia sempre stata una musica di fusione tra diverse culture, in particolare quella bianca, quella nera e quella ispanica (senza dimenticare l'apporto di sottocategorie importanti come la comunità italo-americana e quella ebraica), quindi chi considera che la mia musica non sia propriamente jazz compie un grave errore di valutazione. Anche gli altri musicisti del gruppo hanno passioni musicali molto varie e contraddittorie. Pietro Lussu suona il nu-jazz con Nicola Conte e un ottimo mainstream con Rosario Giuliani ma, quando eravamo più giovani, abbiamo passato pomeriggi interi ad ascoltare musica turca, rock progressivo ma soprattutto quei dischi dell'ECM che più riflettono l'incontro tra il jazz e la musica etnica (i vari Jan Garbarek, Keith Jarrett, gli Oregon e il jazz scandinavo). Luca Caponi spazia dal rock alla musica contemporanea, passando per il jazz e la musica etnica con grande facilità. Marco Loddo è forse il più "jazzista" di noi, ma il suo essere sardo a mio giudizio gli ha trasmesso l'amore per la melodia e la cantabilità, sempre in chiave moderna naturalmente.

Mescalina: E Lorca cosa è stato? L'ispirazione che ha dato origine a tutto?
Gabriele Coen: In realtà ho pensato di intitolare il cd "Duende" solo alla fine del lavoro. Il duende è una figura tradizionale della cultura popolare spagnola che è stato ripreso e rielaborato da Federico Garcia Lorca. Secondo l'antica credenza il duende è un essere intermedio tra gli uomini e gli spiriti, dotato di poteri sovrannaturali e che vive sottoterra. Le sue caratteristiche rilevanti sono la grande affezione per la musica, il canto e il ballo. "Tener duende" in spagnolo significa essere dotati di una grazia e una capacità di incanto ineffabili, ma allo stesso tempo anche di essere posseduti da qualche preoccupazione ed inquietudine.

Mescalina: Come ti è venuta invece l'idea degli interventi vocali di Raffaela Siniscalchi?
Gabriele Coen: Con Raffaela siamo cresciuti insieme musicalmente e abbiamo una concezione della musica quasi simbiotica. La passione per il jazz anche in lei è affiancata da quella per la musica etnica e la canzone in generale. Negli ultimi tempi è stata scelta da Nicola Piovani per cantare alcune delle sue composizioni più belle. Dopo otto anni di lavoro con i Klezroym avevo voglia di incidere un lavoro quasi esclusivamente strumentale ma allo stesso tempo mi faceva piacere invitare come ospite Raffaela, d'altronde così vicina ad un uso quasi strumentale della voce.

Mescalina: Sarei curioso di sapere come avete costruito questi interventi perché sono stati la sorpresa più grossa in un disco che si esprime in modo tutto strumentale …
Gabriele Coen: Raffaela ha cantato due brani sul cd: "Oblivion" di Astor Piazzola e "Galut", un mio brano originale. Nel primo abbiamo sperimentato un unisono tra voce e sax soprano in registri anche molto acuti, un gioco che ci viene molto spontaneo e che ci piace fare anche dal vivo. Nel secondo brano invece gli ho riservato un solo introduttivo ( giocato anche sugli armonici e l'uso dei suoni aspirati) di cui sono molto soddisfatto. Abbiamo fatto alcune takes e poi abbiamo scelto quella che ci stuzzicava di più. Nel corso dell'esposizione del tema poi Raffaela ha improvvisato dei controcanti estremamente azzeccati.

Mescalina: Una domanda un po' provocatoria: se tu rifacessi adesso questo disco non credi che ci dovresti mettere qualche stridore in più … magari proveniente dall'Iraq e dalla zona orientale in generale? Anche se comunque non è un disco sociopolitico, certe sofferenze e emarginazioni fanno purtroppo ormai parte dell'ambiente da tempo …

Gabriele Coen: Bisogna fare attenzione a non confondere o sovrapporre completamente la tensione etica da quella estetica. Sono due piani che devono sempre confrontarsi, ma mantenendo una propria identità. Non sono un politico né questo è un concept album. A me piace semplicemente fare musica in modo consapevole, guardando tutto quello che succede intorno. Naturalmente spero che il mio lavoro possa anche in minima parte aiutare a sviluppare il dialogo tra le diverse realtà del mondo, mi riferisco in particolare al mondo ebraico e a quello arabo.

Mescalina: Oggi si può dire che è aumentato l'interesse attorno alle culture e alle musiche orientali, ma anche il pregiudizio …
Gabriele Coen: Diciamo che a partire dal folk revival degli anni Settanta si è sviluppata una maggiore consapevolezza del relativismo musicale e della complessità del fenomeno a livello planetario, grazie anche agli strumenti dell'etnomusicologia. E' vero però che si sono creati anche degli stereotipi attorno alla musica klezmer e alla musica araba o mediterranea che bisognerà ancora combattere a lungo.

Mescalina: Il tuo sax, più che il clarinetto per questioni di natura, mi sembra avere un suono molto caldo e nostalgico, ideale per abbracciare questo vasto spleen mediterraneo …
Gabriele Coen: Il sassofono soprano è lo strumento in assoluto che preferisco e che ho maggiormente approfondito. Adoro il suono dolce ma penetrante che può produrre. E' inoltre uno strumento che considero ancora vergine rispetto al sax alto o tenore, troppo identificati con il jazz "mainstream". Per suonare una musica di frontiera è senz'altro ineguagliabile, trasformandosi a volte in un oboe classico, altre volte in una ciaramella o in un oboe indiano A tale proposito vorrei citare sei sopranisti che amo e che continuo ad ascoltare anche per rubarne i segreti del mestiere: John Coltrane, Wayne Shorter, Dave Liebman, Jan Garbarek, John Surman e Paul McCandless.
Solo successivamente ho scoperto l'altro meraviglioso mondo del clarinetto e del clarinetto basso, strumenti estremamente versatili con una fortè identità sia nel repertorio classico e contemporaneo che nel jazz e la musica popolare, in particolare est-europea.

Mescalina: Dentro ogni tanto ci sono passaggi che sfiorano Rota, Fellini, Morricone …
Gabriele Coen: Credo che la musica in generale abbia un potere evocativo fortissimo dovuto alla sua astrattezza. Può suscitare emozioni ma anche immagini molto vivide. L'amore per la melodia che nutro credo che caratterizzi anche i musicisti che tu hai citato …

Mescalina: In fondo potremmo dire che tutte queste musiche di cui abbiamo parlato sono riflesse nelle / dalle acque del Mediterraneo?

Gabriele Coen: Il Mediterraneo è la grande passione della mia vita. Tutto il mio lavoro prende ispirazione da questo grande lago, dai suoi paesaggi, dai suoi porti e dalle sue città e dalle sue genti troppo spesso in conflitto, dimenticandosi di quanto siano simili.

Mescalina: Adesso a cosa stai lavorando?

Gabriele Coen: In questo momento sto gettando diverse barche a mare… sono molto preso da alcuni nuovi progetti che sto iniziando a strutturare e che sono incentrati sulla musica popolare siciliana, le prime manifestazioni di musica profana in Europa, le Cantigas de Sancta Maria e un progetto sulle composizioni di Wayne Shorter, il tutto da rielaborare con grande libertà ma anche rispetto per il materiale.

Mescalina: Allora buon lavoro e buon viaggio.
Gabriele Coen: Grazie anche a te!

Gabriele Coen



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