Tiziano Mazzoni

Tiziano Mazzoni

Alla prova del tre, tra modernità e tradizione.


26/04/2017 - di Gianni Zuretti
Tiziano Mazzoni, in occasione dell`uscita del suo terzo album "Ferro & carbone", si racconta a cuore e viso aperto.
Il tuo percorso musicale inizia, da giovanissimo, con l’innamoramento per la musica americana, ci  racconti come nasce e come si è poi sviluppato questo tuo percorso formativo e di approfondimento?

Tutto nacque da un vero e proprio innamoramento per Dylan e successivamente da un interesse crescente per gli “storyteller” americani, in generale. Le atmosfere di quella la musica erano, e sono ancora, per me fortemente suggestive ed evocative. E` curioso il fatto che il mio primo acquisto fu forse uno dei dischi meno noti del musicista americano: quel "Dylan" pubblicato dalla CBS, quasi come un "avvertimento", quando Dylan passò alla Asylum di David Geffen. Eppure in quel disco, fatto per la maggior parte di outtakes di "Self Portrait" e "New Morning" (lavori che ancora non conoscevo) c`era molta più musica d`autore americana di quanto i critici di allora comprendessero, giudicandolo un disco di scarti e di scarso valore artistico. Ed io rimasi affascinato da "Tha Ballad of Ira Hayes" di Peter La Farge, da "Mr.Bojangles" di J.J.Walker e dalla struggente versione di "Can`t help falling in love" con il bellissimo solo di armonica che la apriva e la chiudeva. Questo mi incuriosì e mi aprì alla conoscenza di altri autori nordamericani. Ma più di tutto mi colpì in questi brani la voce rauca di Dylan, a volte incerta e traballante, come alla ricerca di un disegno melodico originale, ma profondamente personale ed espressiva. Così acquistai anche "Pat Garret", che però era un disco per lo più strumentale (d`altra parte era una soundtrack..) con solo due canzoni cantate: la celebre "Knocking on Heaven`s door" e diverse versioni della stessa "Billy". Poco dopo la Asylum pubblicò "Planet Waves" e a fine estate `74 il doppio live "Before the flood" con The Band. Dylan nel frattempo era "rientrato" in CBS e, nei primi mesi del 1975, arrivò in Italia il capolavoro di "Blood on the tracks".

Allora, nei primi anni del liceo, appena "archiviati" i compiti passavo tutto il tempo ad ascoltare i dischi di Dylan,  dei quali per quelli "vecchi" (fino a "New Morning") seguivo le parole sui libri dell`Arcana (uniche traduzioni disponibili in Italia in quegli anni) e per quelli appena pubblicati cercavo di capire le parole (con una certa difficoltà..), aiutato di tanto in tanto da qualche traduzione pubblicata su "Ciao 2001".

Nel frattempo, da autodidatta, avevo imparato ad accompagnarmi con la chitarra e così cercavo di tirare giù gli accordi dei brani che mi piacevano di più per poi reinterpretarli, cercando di imitarne lo stile, nel tentativo di ricreare la magia degli originali. Ovviamente senza successo. Ma mi esercitavo sui tempi, sugli arpeggi, sui riff. E con la pratica intanto imparavo.

Cominciai così a condividere con amici, anch`essi alle prime armi, la mia passione per la musica e arrivarono ben presto anche le prime esperienze in band locali. Ricordo con piacere la prima, alla quale venni invitato ad unirmi da un amico (e quasi vicino di casa..): l’ancora imberbe ed allora in veste di mandolinista, Riccardo Tesi. Il repertorio era incentrato sui songwriter nordamericani, con brani di Bob Dylan, Woody Guthrie, Leonard Cohen e Neil Young.

In quel periodo vivevo a Pistoia, in una zona ai limiti della periferia est, un confine non ben delineato tra periferia e campagna, una campagna ancora coltivata a quei tempi. Un confine non solo simbolico tra una realtà contadina, ancora legata a usanze e tradizioni popolari, ed una cittadina che guardava in tutt’altra direzione. Io fui più attratto dalla seconda, affascinato dal mondo del rock e dalla sua capacità di interpretare e rappresentare il disagio di una periferia non solo urbanistica ma, direi, anche umana.. con le sue storie, i suoi conflitti, le sue contraddizioni, il suo stridore.. un suono fatto di ferro e ruggine.

Nacque così in me anche la voglia di scrivere, di comporre canzoni, per raccontare storie che per me, in quel momento, erano urgenti. Sognai, e feci anche qualche passo concreto, per dar seguito a questa mia passione in senso professionale. Ma il mio, per così dire “successo” resto limitato alla zona cittadina e la possibilità di proporre la mia musica a qualche sporadica serata in zona. Tentai un approccio con un manager romano ma rimasi scioccato dal futuro che mi prospettava che, anche nell’ipotesi in cui mi avesse scelto per la sua “scuderia”, non mi piaceva affatto. Capii che la musica che avrei dovuto fare per vivere avrebbe dovuto essere necessariamente la musica con cui si vive meglio. Un’idea lontanissima da quello che mi interessava e che mi piaceva: vivere, raccontare storie vissute, metterle in musica ed interpretarle. Così ancor prima di provarci, lasciai perdere.

Rimasi però “incagliato” in una basso fondale dove non perseguivo più con convinzione il sogno artistico, né seguivo con convinzione i miei studi.. deluso per non essere riuscito a coronare il primo e troppo svogliato per rassegnarmi alla seconda opportunità.

Era l`inizio degli anni `80, avevo terminato il liceo da due anni e, dopo un anno a Fisica, ero passato a Ingegneria dove "vivacchiavo" cercando di ultimare, senza fretta né convinzione, gli esami del biennio. Così mio padre, solido e concreto lavoratore quale era, un bel giorno si stancò di mantenermi e mi mise con le spalle al muro e mi impose una scelta: completare gli studi o tentare qualunque strada artistica avessi voluto ma mantenendomi da solo.

Dovetti scegliere e scelsi. Scelsi di portare a termine gli studi e di restituire ai miei genitori un risultato che andava conseguito con lo stesso impegno che loro avevano speso per me. Smisi di suonare in pubblico e, anche se con grande fatica e direi anche dolore, mi concentrai esclusivamente sullo studio. Mi laureai, conseguii l’abilitazione all’esercizio della professione e per qualche anno lavorai come ricercatore per il mio relatore di tesi. Poi trovai impiego preso le allora “Officine Galileo” di Firenze, adesso divenute “Leonardo”, dove tuttora lavoro nel settore Spazio.

Ancora oggi credo di aver fatto la scelta migliore, sia per la mia indole che per il mio amore per la musica. Non avrei sopportato un mondo come quello della musica, dove ci sono ancor meno tutele che nel mondo dei metalmeccanici, del quale da anni faccio parte. Un mondo dove impeghi anni per approfondire un genere e fare tuo uno stile e bastano mesi per buttare tutto all’aria in nome di una moda, di una tendenza che cambia e dei gusti mutevoli “dei più giovani”. Gusti che peraltro sono palesemente pilotati dalla propaganda mediatica messa in atto da produttori e talent scout che tanto giovani non sono più.

Per quanto mi riguarda, invece, ho sempre voluto suonare la musica che amo e solo quella. Il mio fine non è mai stato fare il musicista ma fare la musica che amo.

E oggi la musica che ami, nella maggior parte dei casi, la puoi fare per assurdo solo se non ne dipendi economicamente. Ci sono eccezioni, lo so, ma la forbice tra chi “prospera” di musica e chi nemmeno “ci sopravvive” è troppa ampia.

Comunque, tornando alla tua domanda, direi che il mio percorso musicale formativo e di approfondimento si è poi sviluppato attraverso la musica nera, che è stato ed è l’altro mio grande amore. Credo che la musica nera rappresenti l’evento musicale più rilevante del secolo scorso. Facilitato dal fatto che la mia città, Pistoia, ospitasse dal 1980 un importante festival (caratterizzato nei primi anni anche da un ottimo cartellone) è stato naturale per me avvicinarmi al Blues e poi, esclusivamente da ascoltatore, al Jazz e alla musica etnica africana. Per circa otto anni ho militato in una band pistoiese, i “Blue Magic Tones”, con la quale abbiamo aperto l’edizione del Festival Blues di Pistoia nel ’93 e suonato in molte serate tra Toscana, Emilia e Liguria. Credo che il Blues, o comunque la musica etnica in generale, sia estremamente formativa per un musicista perché ti insegna l’importanza del ritmo, ti obbliga all’ascolto degli altri e ad un “sentire” comune che sono necessari per stare nel groove. Dopo l’esperienza con i “Blue Magic Tones”, nel 1996 ho dato vita alla mia prima formazione la “Tiziano Mazzoni Acoustic Band”, che ha costituito anche l’inizio della mia attività solistica. La band si proponeva di andare in controtendenza rispetto alle solite blues band, totalmente incentrate sui virtuosismi solistici dei propri componenti, per riportare invece in primo piano il “canto” e la “storia” nella canzone. Per costituire la band mi ero rivolto a professionisti (Roberto Spizzichino alla batteria, Franco Santarnecchi al piano ed altri), molti dei quali di estrazione jazz e comunque tutti dotati di una grande sensibilità, e questo fece la differenza. La “Tiziano Mazzoni Acoustic Band” ebbe positivi riconoscimenti, qualche recensione giornalistica e compare ancora oggi nella “Hall of Fame” del Festival Blues di Pistoia (www.pistoiablues.com/edizioni-passate/artisti), dove si esibì nell’edizione del 1985.

Avevo smesso da anni di scrivere canzoni ma vivevo felice nella dimensione di un progetto musicale che, essendo frutto di ricerca, arrangiamento ed interpretazione, era comunque appagante. Le mie canzoni, quando capitava, le cantavo solamente alla fine delle cene tra amici.

A rompere questo equilibrio, in senso positivo, contribuì qualche anno dopo un episodio che mi colpì profondamente.

 

Ad un certo punto della tua carriera di musicista hai deciso di portare in scena un magnifico tributo a Fabrizio De André, forse uno dei migliori in assoluto a lui dedicati, è da lì che nasce la tua urgenza di scrivere canzoni originali nella nostra lingua che si rifanno alla grande tradizione cantautorale italiana e che hanno dato luogo poi ai tuoi tre album?

 Nella primavera del 2000, a un anno dalla morte di Fabrizio De André, venne organizzato a Genova il concerto “Faber, amico fragile”. Me lo disse un amico la domenica stessa del concerto, intorno all’ora di pranzo. Non ci volevo credere, non c’era stata pubblicità, mi sembrava una balla. Ad ogni modo decidemmo di partire. Lasciammo Pistoia intorno alle 15 e dopo poco più  di tre ore eravamo a Genova. Raggiungemmo Piazza De Ferrari dove seguimmo tutto il concerto, che si svolgeva nel vicino Teatro Carlo Felice, sul maxischermo. Avevo vicino a me una piccola anziana signora genovese che per tutto il tempo si commosse e cantò le canzoni di De André. Anche quelle in dialetto, da “Creüza de ma’”. Ecco, non pensai nemmeno un secondo che quella fosse l’emozione di una persona per la celebrazione di un illustre concittadino a cui la città rendeva tributo. Piuttosto ebbi la sensazione che fosse una vera manifestazione di amore e di “compassione” per un autore che aveva saputo sentire, capire e rappresentare la vita di altri, raccontarne la storia o raccontare comunque storie che avessero un interesse per gli altri. Quanto potesse “dire”, “significare” una canzone lo percepii in quel momento e proprio in quel momento sentii il bisogno di tornare a cantare in italiano e un nuovo interesse a tornare a scrivere.

Come ti dicevo il  concerto “Faber, amico fragile” mi colpì profondamente e, di ritorno da Genova mi venne la voglia di costruire uno spettacolo incentrato sulle canzoni di André ma reinterpretate secondo il mio sentire e nello stile musicale per me più familiare ed autentico. Insomma non una delle tante cover band che nacquero di lì a poco ma un progetto che “rileggesse” l’opera del cantautore genovese. Dopo alcuni aggiustamenti iniziali e grazie ad amici comuni che mi misero in contatto con alcuni musicisti della band di De André, la formazione si stabilizzò in un settetto che vedeva la partecipazione di Ellade Bandini alla batteria, Giorgio Cordini alle chitarre e al bouzouki (entrambi collaboratori storici di De Andrè), Nico Gori al sax e al clarinetto, Milko Ambrogini al basso, Stefano Onorati al piano, Marco Battaglioli alle percussioni  ed io alla chitarra e voce. Ad alcuni concerti parteciparono anche Maurizio Geri alla chitarra ed Ettore Bonafé alle percussioni (allora entrambi nella Banditaliana di Riccardo Tesi).

Il progetto, che intitolai “Shiloq”, riscosse subito interesse (soprattutto per la partecipazione di musicisti della band di De André) ed iniziò ad essere programmato in numerose manifestazioni, dentro e fuori la Toscana. L’apice di questa esperienza fu raggiunto nel gennaio 2004 con la partecipazione al concerto per il 25° anniversario del live di Fabrizio De André e della PFM al Teatro Tenda di Firenze (oggi Obihall) dove “Shiloq” si esibì per due sere consecutive aprendo il set di Vittorio De Scalzi e della P.F.M. Ricordo ancora oggi l’emozione che provai all’inizio della prima serata quando salii sul palco, a teatro gremito, accompagnato solamente da Giorgio Cordini, per eseguire il primo brano del nostro set: “Nella mia ora di libertà”. Io, cosciente di non aver alcun merito per trovarmi su quel palco se non per il fatto di far parte di una band che comprendeva due storici collaboratori di De André, mi sentivo catapultato in un mondo più grande di me. Mi tremava la voce e mi tremavano anche le mani. Eppure, dopo le prime note, trovandomi a cantare nella mia lingua un brano del quale sentivo e condividevo nel profondo ogni singolo verso, mi tranquillizzai. E in quel cantare raccontando mi trovai in un mondo che era profondamente anche il mio.

Forse il fascino di De André o forse, più in generale, il fascino che la figura del cantastorie aveva da sempre esercitato su me, fece sì che si riaprisse una porta chiusa da tempo e che sentissi di nuovo la voglia, quasi la necessità, di esprimere con parole e musica le mie emozioni, le mie

Fu il prendere coscienza di questo mio interesse, ma anche piacere, per la narrazione che fece nascere di nuovo in me l’urgenza di scrivere canzoni originali. Canzoni scritte nella mia lingua, che naturalmente avrebbero risentito dell’influenza dei grandi cantautori italiani, ma che mi avrebbero permesso di raccontare storie ed esprimere emozioni mie.

 

Quali sono gli ascolti che più hanno segnato il tuo stile?

Per quanto riguarda la musica americana senz’altro Dylan, con la sua immensa produzione. Se poi dovessi sintetizzare la sua influenza in 4 titoli direi senz’altro:“Another Side” (’64), “Highway 61 Revisited” (’65), “Blood on the Tracks” (’75) e “Time out of mind” (1997).

Poi, procedendo geograficamente, direi:

i canadesi: Leonard Cohen, The Band, Gordon Lightfoot, Neil Young, Joni Mitchell, Bruce Cockburn e Daniel Lanois.

La West Coast dei Grateful Dead, Buffalo Springfield, CSN&Y (insieme e singolarmente). E poi come non citare Ry Cooder, John Hiatt e Marc Cohn e Tom Waits.

Il bluegrass di Norman Blake, Earl Scruggs, Tony Rice.

L’Alt Country di Townes Van Zandt, Gram Parson fino ai più recenti Wilco, Calexico, Steve Earle, Lucinda Williams, My Morning Jacket.

Infine il grandissimo Johnny Cash, immenso, soprattutto quello dell’ultimo periodo

Passando al Blues direi Muddy Waters, Howling Wolf, Albert Collins, Buddy Guy, B.B.King, Pinetop Perkins, Jesse Fuller, Bukka White.

E infine non posso non citare New Orleans, con le sue misture musicali tra Blues, Cajun, Zydeco e Reggae, e i miei ascolti di Doctor John, Zachary Richard e Neville Brothers.

Tra gli artisti italiani quelli che mi hanno più influenzato sono Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Enzo Jannacci, Ivano Fossati, Vinicio Capossela. Ma ho anche ascoltato molto Lucio Dalla, soprattutto la produzione fino al `70 , Pino Daniele (fino a "Musicante"), Edoardo Bennato. Ultimamente ascolto spesso Bobo Rondelli che secondo me ha una grande scrittura e che, nonostante l`aria da "raccattato" livornese, riesce a far passare lo spettatore dalla commozione alla risata con un`ironia magistrale. Come solo i grandi sanno fare.

 

L’album Ferro & Carbone è il tuo terzo lavoro, come nasce questo progetto e quanto è durata la sua gestazione?

Ferro e carbone” nasce da una manciata di canzoni con le quali andai in studio con l’idea di realizzare un disco acustico. Con l’idea di aggiungere poi qualche brano inedito e 2 outtakes di “Goccia a goccia” (“Signorina”, realizzata con Riccardo Tesi, Ellade Bandini e  Giorgio Cordini, ed una mia traduzione/adattamento di “Don’t think twice, it’s alright” di Dylan realizzata in versione bluegrass con il violinista Anchise Bolchi). Dopo le prime sessioni però si andò delineando sempre più l’idea di un CD composto interamente da nuovi brani dei quali avrei curato l’arrangiamento, non limitandomi ad un ambito prettamente acustico.

Iniziai così la pre-produzione del CD nella quale mi avvalsi di campioni di batteria ma suonai tutti gli altri strumenti: chitarre, armonica, mandolino, 5-strings banjo, basso, tastiere e sezioni di fiati campionate. In questa fase sperimentammo molto e Gianfilippo Boni mi dette un grande supporto contribuendo anche agli arrangiamenti. A riprova del clima di grande creatività che vivevamo con Gianfilippo, quasi da “bottega d’arte fiorentina”, considera che circa la metà dei brani sono stati sviluppati o addirittura composti in studio. Comunque, una volta terminata la pre-produzione, il materiale registrato fu inviato a tre musicisti, quelli con i quali volevo costruire l’ossatura del CD: Pippo Guarnera (hammond), Lorenzo Forti (basso) e Fabrizio Morganti (batteria). Iniziarono così le sessioni di registrazione con questi musicisti ed ultimammo una prima stesura. Su questa intervennero successivamente gli ospiti che aggiunsero la propria parte (alcuni rifacendosi ai miei provini, altri sviluppando parti originali) e che contribuirono a caratterizzare i brani con i colori che sentivo più adatti. Vennero poi le sessioni di registrazione delle voci di Silvia Conti e Mascia Anguillesi ed infine la mia. Anche se, per quanto mi riguarda, devo dire che per due brani ho scelto di tenere la voce originale dei provini perché, anche se con qualche imperfezione, mi emozionava di più: “Rita e l’Angelo” e “Verde torrente”.

Se consideri che il CD è stato autoprodotto capisci bene che ho dovuto distribuire nel tempo tutte queste attività per cui la gestazione è durata molto: in tutto due anni.

Quali sono i temi che hai voluto trattare nelle canzoni e, se c’è, quale è il filo diretto che le unisce?

In molte canzoni sicuramente è presente il tema della partenza, del lavoro, del ricordo, della comprensione, fino alla rivelazione,

Direi che, se c’è un filo diretto che unisce le canzoni, forse questo è il movimento inteso come partenza, viaggio ma anche come cambiamento, mutamento interiore, consapevolezza, rifiuto, ribellione. Insomma un movimento inteso come evoluzione.

La fuga per la salvezza dalle macerie di un paese in guerra “La lucciola e il bambino” la partenza da un terra che non ha un futuro “Quattro barche”, il rifiuto di un mondo che ti propone valori effimeri e ti impone un ritmo insostenibile per rivendicare un passo lento ma coerente e sostenibile “Noi camminiamo”, la consapevolezza e la ribellione del partigiano anarchico Silvano Fedi che pagò con la vita il rifiutò di obbedienza ad ogni forma di totalitarismo “Silvano Fedi”.

 

La tua attenzione alla storia del nostro Paese, alle dinamiche intercorse tra gli uomini che hanno contribuito alla  costruzione della sua fragile democrazia e l’indagine storica sulla tua terra, la Toscana, sono sempre una tematica che emerge dalle tue canzoni, credi ancora in questo popolo e in questa nazione?

In “Ferro e carbone” sono due i brani ispirati alla storia recente della Toscana durante il secondo conflitto mondiale. “La lucciola e il bambino” è basata una delle numerose storie di rappresaglia delle quali è stata vittima questa terra al ritiro delle truppe nazi-fasciste. La canzone è ispirata ad una vicenda avvenuta a S. Anna di Stazzema ma potrebbe essere riferita a qualunque luogo dove oggi infuria la guerra che ha sempre, come prime vittime, i più deboli

La seconda è ispirata al partigiano, anarchico libertario, Silvano Fedi, figura leggendaria della resistenza nel pistoiese, scomparso in circostanze ancora oggi non chiare in un’imboscata, poco prima di un mese dalla liberazione della città. La presenza di un forte contingente di soldati tedeschi, ben nascosti ed appostati, nel luogo dell’imboscata e a quell`ora, ancora oggi non trova convincente spiegazione e per questo molti pensano che Silvano sia stato tradito da una delazione. La formazione partigiana, che dopo la morte del suo comandante assunse il nome di "Brigata Silvano Fedi", partecipò alla liberazione di Pistoia, dove entrò per prima all`alba del 8 settembre 1944. Fu il nuovo comandante della “Brigata Fedi”, Artese Benesperi, ad issare sul campanile del duomo di Pistoia la bandiera anarchica nel giorno della liberazione.

Ma il merito della liberazione andò poi ad altri e mentre Artese Benesperi condusse la sua vita nella modestia e nell’onestà del mestiere di netturbino, alcuni dei probabili delatori responsabili per l’isolamento e la morte di Silvano Fedi, ai loro occhi “incontrollabile variabile libertaria” inammissibile nell’ottica stalinista, hanno seduto per anni negli scranni del Comune, della Provincia di Pistoia.

Come dice un proverbio toscano “Da un pero non nasce un melo”. Perciò credo sempre meno in questo popolo e in questa nazione. Una nazione unificata grazie ad una sanguinosa guerra coloniale contro il suo meridione, depredato e oppresso dai Savoia. Una Resistenza, che in qualche modo ci ha redento da un ventennio fascista e che forse costituisce l’unico atto popolare di unificazione del paese, che diventa mera celebrazione retorica  ma della quale oggi non si riesce a raccoglierne i valori e a trasporli nella nostra contemporaneità.

La nostra Resistenza, soprattutto al Nord e al Centro, è stata fatta anche di scioperi. Si è difeso il lavoro e talvolta, anche a prezzo della vita, le macchine nelle officina perché non divenissero preda di guerra dei tedeschi in ritirata o venissero distrutte. Si è difeso un lavoro e i diritti dei lavoratori in contrapposizione all’annullamento dei lavoratori, a un’industria di schiavi, di deportati che lavoravano a costo zero per la Germania nazista.

E l’Articolo 1 della nostra Costituzione dice proprio che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro.

Per questo oggi, quando si attacca il lavoro da ogni lato, non ho fiducia. Ma non è detto che non ne possa avere domani. È necessario un cambiamento. Credo che si debba ripartire da capo. Credo che si debba ripartire mettendo il lavoro al centro di tutto.

 

Ritieni ancora che il cantautore sia oggi latore, come lo fu negli anni ’60 e ’70,  di un messaggio che possa incidere sulla società, specie nelle nuove generazioni? Oppure ormai è un genere autoreferenziale per un pubblico elitario?

Non saprei, non riesco a fare un discorso generale tanto è vasta e variegata la folla di autori che cantano i propri brani. Il principale elemento di novità, la peculiarità che ho colto in alcune canzoni che mi è capitato di ascoltare, è la capacità (perché secondo me ci vuole una certa maestria!) di parlare per 3 o 4 minuti di niente. Parole che “suonano” bene insieme e una superficialità voluta, direi ricercata, quasi come marchio di fabbrica. Siamo il “Primo Mondo”, siamo “smart”, siamo connessi, siamo convinti di essere ciò che vorremmo essere. Ma non siamo più coscienti di chi e cosa siamo veramente.

Credo che dopo il “brusco risveglio” che  questo difficile periodo storico ed economico ci imporrà, torneranno in molti ad aspettarsi dalla musica non solo intrattenimento ma anche un significato.

 

So che preferisci  una modalità di registrazione molto naturale e diretta, quasi live, della tua musica, pochi orpelli e arrangiamenti molto contenuti, anche  per questo nuovo album hai operato così?

In “Ferro e carbone” abbiamo dedicato una grande attenzione al lavoro di ripresa. Molti degli strumenti utilizzati erano acustici o elettrici vintage, per cui era fondamentale restituirne la genuinità del suono. A Gianfilippo Boni, oltre, oltre al contributo alla produzione artistica e agli arrangiamenti, va anche il merito dell’ottimo lavoro di ripresa. Ecco, direi che una delle note peculiari di questo mio nuovo lavoro è l’estrema cura del suono, ulteriormente valorizzato dalla masterizzazione, curata da Giovani Versari.

 

Hai suonato molte parti e con più strumenti? Nei tuoi album ti sei sempre avvalso della collaborazione di musicisti importanti per ottenere il suono che desideravi, anche in questo caso la scelta degli ospiti ha seguito necessità particolari nella di ricerca delle sonorità?

Come sempre ho suonato la chitarra acustica ma stavolta, siccome il mio fido collaboratore e “lead guitar”, Francesco Bocciardi, non era in condizione di suonare a causa dei postumi di un brutto “incidente di percorso”, mi sono occupato io delle elettriche. Ho suonato la mia vecchia Gibson 345 (classe ’68) e la Stratocaster che Francesco mi ha prestato. In questo modo nel CD c’è anche un po’ di lui.

Ho poi suonato il mandolino, il banjo a 5 corde e l’armonica, sia naturale che amplificata in stile Chicago-Blues.

Come ti ho già detto, al nucleo composto da Pippo Guarnera, Lorenzo Forti, Fabrizio Morganti e me si sono poi aggiunti molti illustri ospiti, oltre che cari amici  (Riccardo Tesi, organetto; Franco Santarnecchi, piano; Luca Marianini, tromba; Claudio Giovagnoli, sax; Mirco Capecchi, contrabbasso; Ettore Bonafé, percussioni; Mino Cavallo, quatro; Chris Brashear, violino; Gabriele Savarese, violino; Riccardo Manzi, chitarra e bouzouki; Francesco Cangi, trombone) ciascuno dei quali con il proprio strumento ha dato un contribuito essenziale che ha vivacizzato ed aggiunto i giusti colori alle take.

 

La tua scrittura come si è modificata da Zaccaria per terra (2007) passando per Goccia a goccia (2011, prodotto da Massimo Bubola) sino a questo ultimo lavoro Ferro & Carbone (su etichetta MRM / IRD) ?

"Zaccaria per terra" nacque per caso. Due mesi prima di iniziare le registrazione nemmeno pensavo che avrei realizzato un CD di mie canzoni. Poi, a fine agosto 2006, mentre ero in Sardegna per una breve vacanza, mi svegliò un telefonata della CNA di Pistoia che mi comunicava di avermi selezionato come artista cittadino e di offrirmi, come aveva già fatto in precedenza con altri artisti pistoiesi (Riccardo Tesi, Nick Becattini, per citare i più famosi), la possibilità di presentare il mio "nuovo lavoro" al Teatro Comunale di Pistoia. Risposi testualmente "Ci penso un attimo e richiamo…". Non avevo un "nuovo lavoro" da presentare, avrei potuto rifiutare oppure riproporre uno dei progetti ai quali avevo lavorato. Ma mi resi conto che era un`occasione imperdibile per proporre brani miei e che forse non sarebbe capitata di nuovo. Così richiamai e accettai. Non avevo risorse sufficienti per realizzare il CD ma tra le condizioni c`era la garanzia che la CNA avrebbe acquistato 300 copie del CD. Perciò, basandomi su questo potenziale budget e quello che vi potevo aggiungere, iniziai a cercare un cofinanziamento. Vennero in mio aiuto due cari amici, Raffaello Spiti e Luca Iozzelli (che da anni insistevano perché incidessi le mie canzoni) che si accollarono la produzione. Così misi insieme il materiale che avevo (otto canzoni che consideravo valide, una traduzione di "Deportee" di Woody Guthrie (che ancora oggi molti colleghi mi invidiano) ed un brano di Maurizio Ferretti, "Donna", a cui ero molto legato) e due mesi dopo ero in sala di registrazione. Le mie canzoni erano state composte in momenti diversi negli anni precedenti, quindi abbastanza eterogenee, sia come temi che come stile. Completai invece "Terra" poco prima di entrare in studio e composi il testo di "Caporale" durante le sessioni cantandolo su un blues che avevamo improvvisato per scaldarci prima di una take.

"Goccia a goccia", eccetto "Lentamente" (composta anni prima ma non inclusa in "Zaccaria per terra") e "Ad occhi aperti" (composta durante le sessioni di registrazione appena saputo della improvvisa scomparsa di Maurizio Ferretti), contiene invece canzoni scritte nell`arco di un anno, tra il 2008 e l`inizio del 2009. Quasi tutti i brani sono a sfondo personale, direi autobiografico. Venivo da un periodo complesso e sentimentalmente doloroso. E questa dimensione personale prevale in tutto il disco.

"Ferro e carbone" è fatto invece di storie che, tranne "Qualunque nome dirai", "Verde torrente" e "Ancora da imparare" (che comunque è una bonus track inserita alla fine dei lavori e che cronologicamente e concettualmente appartiene ad un altro periodo), non sono mai a sfondo personale. Un fatto curioso è che forse la distanza da Pistoia (abito a Firenze dal 2007) mi ha anche servita a guardare la mia città natale con occhi diversi e a raccontare la storia di Silvano Fedi e del poeta clochard Remo Cerini. Per quanto riguarda la "veste musicale" dei brani ho cercato di semplificare più possibile la struttura concentrandomi sul suono e valorizzarne le potenzialità evocative.

 

Tu hai sempre coniugato la tua professione di ingegnere che lavora sui satelliti con la passione bruciante per la musica, come e quanto queste due condizioni possono coesistere oggi?

Queste due condizioni coesistono nella misura in cui riesco a coniugarle. Il tempo che posso dedicare alla musica è necessariamente il mio tempo libero. Dal lavoro e dagli impegni familiari. Per me la musica, suonata e ascoltata, ma soprattutto la scrittura sono una dimensione necessaria e appagante ma non posso dedicarvi la totalità del tempo. Scrivo quando posso, quando altri magari si rilassano o si dedicano alle loro passioni. Certamente non posso stare tutto il giorno sui social, a mantenere o a tessere nuove relazioni che mi portino nuove opportunità, al telefono a parlare con organizzatori che mi inseriscano nelle loro rassegne. Per questo motivo alla fine riesco ad esibirmi meno di quanto vorrei e potrei e, in mancanza di un’agenzia, il booking rappresenta per me uno dei nodi principali.

 
Come giudichi la scena musicale giovanile contemporanea, rispetto alla cosiddetta canzone di contenuto?

In qualche modo ho già risposto in parte in una  domanda precedente. Posso solamente aggiungere che non conosco molto la scena musicale giovanile contemporanea ma che, per quello che ho ascoltato, apprezzo molto le formazioni sperimentali, anche estreme, e dimensione del rap. Forse perché vi avverto un urgenza e ne riconosco i contenuti. Che ci sono, eccome, ma che sono espressi in una forma diretta. Certamente non con quell’approccio “colto” che spesso caratterizza una canzone che si definisce "di contenuto".. e che spesso è insopportabile e noiosa

 
Quali sono le difficoltà che un musicista incontra dal momento in cui ritiene di avere un pugno di buone canzoni da incidere sino a quando deve poi portarle live all’ascolto di un potenziale pubblico?

Le prima difficoltà che un musicista incontra dal momento in cui ritiene di avere un pugno di buone canzoni da incidere è quella di reperire i fondi necessari per farlo. Cioè i soldi per pagare lo studio, i musicisti, il mix, la masterizzazione (quando la si voglia fare) e la stampa del CD. Un discorso a parte va poi fatto per la distribuzione. Occorre quindi trovare un produttore del CD oppure tentare e autoprodurlo. È necessario scegliere i musicisti con i quali realizzare il CD e quelli (auspicabilmente gli stessi ma raramente è possibile…) con i quali portare le canzoni live all’ascolto di un potenziale pubblico.

Colgo l`occasione per ringraziare IRD International Records Distribution, che cura la distribuzione del disco, MRM Maremmano l`etichetta che l`ha pubblicato e Macramè - Trame Comunicative, che è il mio ufficio stampa, senza il loro fondamentale supporto questo lavoro non avrebbe avuto l`attenzione che sta avendo. e forse neppure la luce.


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