Omar Sosa

Intervista Omar Sosa

Il Mondo In Musica

26/04/2010  |  di Vittorio Formenti

Incontrare Omar Sosa non è stato solo un piacere ma una vera e propria esperienza umana. L’artista rappresenta al meglio la tendenza contemporanea all’universalità, sonora e spirituale, intesa come ricerca dell’essenza e non come somma di tante parti distinte e spesso anche distanti.
Questa attitudine traspare anche dal modo in cui Omar risponde e tratta dei temi propostigli; lontano da qualunque spocchia divistica ed intellettuale Omar si è prestato volentieri a rispondere alle nostre domande sovente utilizzandole come uno spunto per liberi slanci tematici.
Di seguito l’intervista seguita dal grande desiderio di poterlo rivedere presto.
(Foto di:Massimo Mantovani)


Mescalina: la tua musica è praticamente universale, con radici che vanno dal latino all’africano, dall’europeo all’orientale, tuttavia non pare ci sia un elemento preponderante. Qual è il vero senso che dai al tuo far musica?

*Omar: senza volerlo, o forse volendolo, hai dato già tu la risposta. Viaggiando per il mondo si incontrano parecchie culture apparentemente diverse ma, cercando bene, hanno tutte un elemento comune che deriva dal fatto che siamo tutti uomini su questo pianeta. Dire che io sono di un posto e tu di un altro risponde solo ad un costrutto che l’uomo si è ritagliato per differenziarsi anche solo dal vicino, ma questo non ha senso.
Se vai in Africa ed ascolti la musica delle tribù e poi vai in Mongolia, in Brasile, in Polonia ti trovi con un senso comune, che è poi quello che io cerco di mettere in evidenza con il mio lavoro.
Non voglio dimostrare nulla, semplicemente intendo mettere in risalto quello che sento e vedo; la base è la ricerca dell’essenza dell’esistenza, del Creatore che ci ha portato tutti qui; alcuni lo chiamano Dio, altri Allah, altri Budda, altri Javhé, ma in definitiva parli del motivo ultimo del nostro essere nel mondo.
Con la musica trovo possibile arrivare a questo punto e lo faccio in piena autonomia, essendo oggi libero dai condizionamenti critici che forse una volta sentivo di più.

*Mescalina: vorresti con questo dire che ti lasciavi condizionare dalla critica?

*Omar: più che essere condizionato sentivo un tarlo che nacque nel momento in cui iniziai a inserire del rap o del jazz con le conseguenti reazioni di stupore da parte della critica, che a suo tempo sentivo di più; eravamo attorno alla fine degli anni ’90, quando stavo lavorando a ´Free Roots´. Oggi sono decisamente più libero, non guardo il mercato e le opportunità di vendita, in caso contrario farei solo musica cubana.

*Mescalina: questo è un tema che volevo sollevare. Tu sei cubano ma la tua musica ha poco di latino, giusto qualche richiamo o spunto.

*Omar: vero, sono solo ritocchi, colori, inevitabili essendo io di Cuba; in fin dei conti sarebbe come venire in Italia e non mangiarti una pasta.. Essendo io cubano sento necessario inserire un montuno (stile del Son cubano, con fusioni Afro-Europee – nda) o un tumbao (danza tipica – nda) ma io cerco di andare più in là: la matrice ritmica, così importante nella musica cubana, è poi l’elemento che avviso anche in altre culture ed è quello che mi fa vedere la musica in generale come un fatto universale.

*Mescalina: quindi la tua ricerca va alla radice, al fattor comune?

*Omar: certo; anche con la musica Indù, che è molto matematica ed in apparenza così diversa dalla nostra, un ascolto che va al di là del calcolo apparente rivela sempre questa chiave comune.
Io non sono un esperto di questo genere, che ha molti colori emergenti come le tablas o i droni, ma sempre ci trovo questa base che lo pervade analogamente alle altre culture.

*Mescalina: tu sei spesso collocato nel mondo del jazz anche se a nostro parere non é una classificazione corretta; non ci sembri un musicista jazz, cosa ne dici al riguardo?

*Omar: sono completamente d’accordo, nemmeno io mi vedo come tale almeno da un punto di vista tecnico; non faccio swing, non suono be bop, non eseguo blues e più in generale quegli elementi che sono normalmente nella cornice standard del jazz. Tuttavia occorre ricordare che la radice del jazz è la libertà e allora in questo senso certamente mi ci riconosco; in effetti non c’é alcuna musica che ti dia le stesse possibilità di volare libero, almeno parlando del jazz classico. Oggi forse si è intellettualizzato troppo ed ascoltare questo genere spesso è come ascoltare Debussy o Stravinski, con composizioni completamente scritte che dimenticano la spinta dei grandi maestri quali Mingus, Coltrane, Jahmal.

*Mescalina: in che percentuale pesa nei tuoi lavori la parte scritta rispetto all’improvvisazione?

*Omar: io cerco un equilibrio in funzione del progetto. In generale per me la libertà è l’elemento principale, però un progetto discografico è una volta per sempre, non ha repliche; quindi la libertà deve basarsi su di una qualche codifica per lasciare il segno del lavoro, i temi devono avere una loro durata ed una loro struttura.
Quando entro in studio cerco questo equilibrio che tradurrei in un 50-50 tra le due parti, o forse meglio un 60% per la sezione scritta ed un 40% per l’improvvisazione.
In questo modo riesco a dare un’identità precisa al progetto, cosa che mi ha aperto porte ma me ne ha anche chiuse, dato che se cambi ogni volta finisci con il deludere chi vorrebbe risentire quello che avevi già fatto.

*Mescalina: anche questo dei progetti è un bel tema. Di fatto la tua produzione nell’ultimo decennio si è distinta più attraverso una sequenza di diverse esperienze che non come un’evoluzione di genere. L’unico elemento che si rileva sempre è l’Africa. Da dove viene questa attenzione?

*Omar: sono convinto che l’Africa sia un po’ la culla di tutto; da lì veniamo, o almeno così ad oggi ci risulta. Inoltre l’Africa è talmente grande, anche musicalmente, che non c’è modo di abbracciarla con un gesto unico. In ogni momento hai la possibilità di trovare cose nuove che ti portano su di un cammino inesplorato; tra Nord, Centro, Sud, Est e Ovest ci sono tante regioni con migliaia di differenze.

*Mescalina: ci dedichi degli studi specifici?

*Omar: non tanto dal punto di vista etnologico quanto dal punto di vista sonoro e musicale. Per esempio nella parte della Tanzania si hanno influenze della marimba, del birimbao che peraltro trovi anche in altre parti con nomi diversi.
Qui il punto è sapere ascoltare ed imparare, proprio per arrivare a quella radice di cui stiamo parlando.

*Mescalina: come avvicini questi generi, tipicamente non scritti?

*Omar: li ascolto cercando di evitare che il musicista si metta davanti alla musica ma piuttosto il contrario, ossia che la musica si presenti al musicista. Al di là quindi di conoscenze particolari io sto con quello che mi prende e lascio quello che non mi prende.
Molto utili sono state le esperienze con musicisti di queste e di altre culture; è come aprire un libro tipo il celebre ´Il Piccolo Principe´, che ogni volta che leggi ti insegna qualcosa di nuovo.
Qui la libertà gioca ancora una volta un ruolo fondamentale; se inizi a dire a un musicista ´...fai così, fai questo e non quello ...´ allora si spegne tutto.
In questo senso ´Ceremony´ (ultimo lavoro di Omar nda) è il risultato di un cammino che viene da lontano e che raccoglie tutto; può forse sembrare strutturato ma c’è anche molta libertà e soprattutto c’è il ringraziamento, cerimoniale appunto, a tutto ciò che ci ha preceduto permettendoci di fare quello che facciamo oggi.

*Mescalina: in ´Ceremony´, peraltro come anche in molti altri tuoi lavori precedenti, ci sono numerosi riferimenti espliciti alla religione Yoruba. Qual è il senso di questo aspetto nella tua arte?

*Omar: è un elemento fondamentale; più che di religione in senso stretto, parola che oggi trovo anzi quasi pericolosa, preferisco parlare di spiritualità. Io credo molto nel senso ancestrale dello spirito e della nostra provenienza; non veniamo certamente dal nulla e le voci del passato ci parlano indicandoci il cammino. Il fatto di ascoltarlo e di esprimerlo è un grande risultato e in questo senso mi ha aiutato molto vivere nell’ambiente della Santerìa (sincretismo tra religione cattolica e riti africani – nda) che mi ha avvicinato ai valori dell’ancestralità, al di là dei parametri materiali con cui si valutano le cose oggi.
Io sono nato in una famiglia cattolica e da adolescente prima e da adulto poi mi sono avvicinato alle radici africane della nostra storia avvertendo il valore di questi sincretismi che fanno emergere le basi comuni e la possibilità di convivenza tra culture e tradizioni diverse.

*Mescalina: come si inserisce ´Ceremony´ in questo tema? Non pensi che la presenza di una big band possa attenuare questa ricerca di spiritualità?

*Omar: ´Ceremony´ in realtà è la conclusione di un periodo della mia vita, che non pensavo arrivasse ora. Rappresenta una fusione con l’aspetto, forse più accessibile, della massa sonora espressa da una grande orchestra; se ascolti i brani di ´Ceremony´ e li paragoni con gli originali ti accorgi che la musica è la stessa ma, per l’orecchio, forse in questa versione risultano più fruibili. Emergono infatti i vari colori aggiunti dalla parte brasiliana, ecuadoregna, afro cubana che possono addirittura dare una sensazione di maggior aggressività.
Inoltre è il mio unico progetto ad oggi esclusivamente strumentale, se tralasciamo una voce di fondo verso il finale.

*Mescalina: sei soddisfatto dall’esito?

*Omar: assolutamente sì, e ancor di più lo è stato nella presentazione dal vivo che abbiamo fatto ad Amburgo ed a Parigi che ci ha permesso di entrare ulteriormente nel progetto. Inoltre la collaborazione con quel grande musicista che è Jacques Morelenbaum mi ha permesso di vedere la mia stessa musica da un punto di vista diverso, nuovo.

*Mescalina:come intendi promuoverlo o presentarlo dal vivo? Di per sé non pare troppo facile visti i presumibili problemi di natura organizzativa.

*Omar: lo vedo come un qualcosa di desiderato, di fatto e che adesso è lì. E’ un po’ come quando hai sete e devi bere un bicchiere di acqua; fino a che non l’hai bevuto non ti senti a posto, ma una volta soddisfatto non hai bisogno di continuare. Comunque la cosa non è ferma. C’è un’opzione di presentare il progetto a Barcellona e con Kino Music si vorrebbe portarlo anche in Italia. Esiste certamente un problema organizzativo ed anche economico, visto che i tedeschi lavorano in modo assolutamente professionale e quando si spostano lo fanno come un grande gruppo pop, con tutti i mezzi ed il seguito che ritengono necessari, e si tratta di 26 musicisti!

*Mescalina: qual è il tuo prossimo passo, se ne hai programmato uno?

*Omar: sì, il prossimo progetto dovrebbe essere una esecuzione della mia musica con un’orchestra di archi arrangiata da Jacques (Morelenbaum) e con testi nuovi, sui quali sto iniziando a lavorare con diversi autori.

*Mescalina: per finire, che dischi tra i tuoi consiglieresti ad una persona che non ti conosce per permetterle un buon approccio alla tua arte?

*Omar: ´Spirit of the Roots´ , ´Bembon´, ´Mulatos´, un lavoro di solo piano che pochi hanno ´Aleatoric EFX´ ed ovviamente ´Ceremony´.

*Mescalina: grazie Omar, conversazione perfetta!!

Omar Sosa


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