24/01/2005 | di Vito Sartor + Christian Verzeletti
Gli A Toys Orchestra sono un gruppo in ascesa, non per la visibilità o per i premi che si sono meritati, ma per la coscienza con cui guardano a sé stessi e alla loro musica: tanto le loro canzoni sono disperatamente attaccate alla vita e determinate a rimanere giovani, tanto Enzo, Ilaria, Fausto, Fabrizio e Raffaele sono pronti a crescere e ad affrontare tutte le contraddizioni che si possono incontrare strada facendo.
Severity: 8192
Message: Function ereg_replace() is deprecated
Filename: interviste/singola-0.php
Line Number: 48
Gli A Toys Orchestra sono un gruppo in ascesa, non per la visibilità o
per i premi che si |
|
Mescalina:
Allora, cominciamo col dire che i Toys Orchestra non sono proprio la tipica
band campana … |
|
|
Mescalina: Questa esasperazione interiore è sottolineata anche negli arrangiamenti perché c’è una continua alternanza tra vuoto e pieno, soprattutto col piano che da più l’idea della fragilità emotiva … Enzo: Hai azzeccato benissimo! Anche perchè noi cerchiamo di ostentare la nostra semplicità piuttosto che il virtuosismo, quindi ci sono momenti in cui siamo più asciutti, quasi trascinati, proprio per fare da contrasto a momenti più isterici: in questo l’omnipresenza del piano è fondamentale per comunicare quel mal d’animo che dicevo … Mescalina: Non credo sia facile sviluppare questo tipo di canzone dal vivo, sono curioso di sentirvi stasera, anche perché rispetto al primo disco questi pezzi sono proprio più canzoni… Enzo: Dal vivo cerchiamo di divertirci e divertire, nel senso che il divertimento non è per forza qualcosa legato all’ilarità, ma piuttosto al coinvolgimento nostro e del pubblico. Ilaria: Il suono è molto più curato anche dal vivo, perché abbiamo dato un’attenzione particolare alla melodia, sia che ci sia un pezzo solo piano e voce sia che ci siano dei momenti più coraggiosi. Di norma prima cercavamo di arrangiare, di strutturare e di allungare i brani in modo di stranirli, invece questa volta eravamo molto sicuri dei pezzi e delle melodie: ci piacevano e sentivamo che potevano rendere anche solo con chitarra e voce … Mescalina: A me è capitato anche di leggere qualche recensione dove vi si descrive come derivativi … Enzo: Guarda, onestamente non ti posso dire che noi siamo gli originali, che siamo quelli che hanno inventato il rock … forse noi siamo derivativi nel senso positivo e normale del termine, nel senso che abbiamo un background, che abbiamo imparato la musica da altre persone e abbiamo cercato di estrapolarne qualcosa che diventasse nostro, cercando di essere il più onesti possibile. Poi non è che abbiamo preso un gruppo e abbiamo detto “noi dobbiamo essere questi”! Io penso che oggi è veramente difficile, se non impossibile, trovare qualcuno che non abbia qualcosa di derivativo: i Radiohead non possiamo dire che non hanno risentito di Jeff Buckley, così come che Sparklehorse non risente di Neil Young … Mescalina: Il fatto è che il concetto di derivativo viene spesso usato dalla critica quando non sa bene che cosa dire: per esempio, è molto facile che venga detto di un gruppo italiano che canta in inglese, meno se invece canti in italiano … Ilaria: È un preconcetto che l’Italia abbia sempre e solo da imparare dall’Inghilterra e dall’America e che non abbia invece una visione della musica sua … Enzo: Facciamo questo esempio: si dice che noi siamo troppo simili ai Blonde Redhead. Ok ci può stare, perché abbiamo mangiato pane e Blonde Redhead per anni, però dei Blonde Redhead si siceva che erano identici ai Sonic Youth! È una cosa normale: loro hanno imparato dai Sonic Youth e noi impariamo dai Blonde Redhead … quello che c’è di marcio è che spesso il giornalista, piuttosto che ascoltare il disco e verificare tutti i passaggi prima di dare un giudizio, fa un uso barbaro della cartella stampa! Te lo dico per certo, perché la mia cartella stampa la conosco e buona parte delle recensioni sono copia e incolla con dei sinonimi diversi … abbiamo messo qualche nome quasi per gioco, tipo Kurt Weil e tutti hanno sentito Kurt Weil! Ilaria: … ma la cosa che desta più ilarità e che dimostra l’assurdo di tutto questo, è che nella cartella stampa li abbiamo messi noi i Blonde Redhead! Se avevamo qualcosa da nascondere o se avevamo paura di essere considerati derivativi, non li mettevamo e se ne sarebbero accorti in molti di meno … Enzo: … ci sono poi molte bands che rispettiamo profondamente e ci sembrerebbe di fare qualcosa di sbagliato nei loro confronti se cercassimo di rifare in modo pedissequo quello che fanno loro! … quindi sicuramente ci sta quella componente di derivativo, ma è tutto in buona fede … Enzo: … ma poi proviamo a chiederci il motivo: perché i Blonde Redhead in fondo? Mescalina: fondamentalmente perché tirano di più adesso rispetto a qualche anno fa … Enzo: Ecco bravo, guarda ti racconto una cosa di cui parlavamo oggi a tavola: con Paolo discutevamo della questione dei Blonde Redhead e lui diceva che forse è per l’uso della voce maschile e femminile, ma poi ci ha ripensato e ci ha detto: “Vuoi scommettere che, se mettiamo in giro la voce che tu e Ilaria siete fidanzati, vi cominciano a chiamare White Stripes?”. (Risate) Ilaria: … comunque non l’hanno inventata i Blonde Redhead la formula voce maschile e voce femminile: è una cosa che esiste da sempre … i Blonde Redhehad ci sono nel nostro background, ma come tanti altri … Mescalina: Come i Grandaddy o come i Beatles … Ilaria: Sì, ci sono, certo. Mescalina: A proposito di collegamenti, “Asteroid” mi ha fatto venire in mente un’immagine di un’artistia milanese, Cattelan, che ha raffigurato il Papa stramazzato al suolo colpito proprio da un asteroide … (Risate) Mescalina: Voi invece siete riusciti a trovare un’intensità ripetendo sempre la stessa frase … Enzo: Era quello lo scopo: diventare un martello, qualcosa che diventa … in dialetto si dice “lu pirc”, un chiodo … Mescalina: Scusa, come si dice? Enzo: “Lu pirc”, pircio insomma, quasi come … Mescalina: Come piercing! Piercing potrebbe derivare dal vostro dialetto “pirc”! (Risate) Mescalina: E invece quel pezzo dove dite “Dio benedica la televisione”? Enzo: Ah, “Modern lucky man”! Sì, “Modern lucky man” è tutta una presa per il culo da “Dio benedica la tv”, a “Ho bisogno di qualcosa per dormire”, quel gioco come se io fossi stato un po’ coglione e avessi frainteso l’anfetamina con i cornflakes, e poi c’è la battuta della cultura generale, “Non ho bisogno di andare a scuola perché tanto la sera sto davanti al National Geographic Channel”. Questo è il pezzo che spezza un po’ a metà l’album … Mescalina: È molto provocatorio … Enzo: È provocatoria già la scelta di metterlo nell’album, non solo la concezione della canzone: tutti dicono che è un po’ fuori, che stacca dall’album e effettivamente è così, però per noi ha senso proprio perché spezza tutto giusto a metà. Mescalina: Ora avete qualche progetto a breve termine? Enzo: Sicuramente faremo un altro video e poi abbiamo un bel po’ di impegni … Mescalina: Primo fra tutti il concerto di stasera! Enzo: Eh sì, quello a momenti! Mescalina: Magari potreste suonare una cover di un pezzo di Kurt Weil! Enzo: Il fatto è che non ne conosciamo nemmeno uno! Mescalina: Ancora meglio: potreste suonare un pezzo vostro o uno qualsiasi e spacciarlo come suo! Giusto per vedere la reazione… |