23/01/2012 | di Vittorio Formenti
Roberta Alloisio viene da un’annata che pensiamo possa ritenere più che soddisfacente in bilico tra il bellissimo Janua, lavoro di grande spessore sia musicale che storico, e il riconoscimento avuto al Tenco come miglior interprete.
Abbiamo incontrato l’artista vicino alla sua Ovada (Al) e ci siamo intrattenuti in una chiacchierata molto intensa e diretta il cui risultato può aiutare a gustare ancora di più il suo ultimo lavoro, per il quale comunque rimandiamo alla positiva recensione comparsa in testata.
Mescalina: prima di entrare nel merito del tuo nuovo cd dicci qualcosa dell’avventura al Tenco.
Roberta: è stata ovviamente una grande avventura anche perché c’ero stata giovanissima, a tredici anni con l’Assemblea Musicale Teatrale che era la spalla di Guccini; nel gruppo militava mio fratello ed io intervenni vestita da clown, conservando uno strano ricordo di quel palco e di quella presenza.
Col passare del tempo mi auguravo pertanto di poterci tornare in diverso ruolo, tanto che questa volta mi sono messa le paillettes; il mio problema è che anche quando vinco un premio mi sento sotto esame e quindi una certa componente di ansia è stata comunque inevitabile. D’altra parte questo è un inconveniente nel quale molti incorriamo; ti va bene qualcosa, ti costruisci un mondo attorno a ciò e appena esci ti rendi conto che la realtà è ben diversa; in questo senso la presenza al Tenco mi ha impegnato ed è stata benefica.
Mescalina: come hai trovato l’ambito artistico dell’iniziativa?
Roberta: di livello, come me lo aspettavo. E’ ben vero che è un ambiente in cui interventi e contributi sono molteplici ed assai differenziati, per cui ci scappa spesso la polemica o la critica; tuttavia direi che il prendere parte a questa rassegna densa di progetti vari, alcuni stabilizzati da tempo ed altri nuovi, ti mantiene aggiornata la sensibilità a quello che ti sta succedendo attorno, cosa importantissima come dicevo anche prima.
E’ vero che si tratta di un’iniziativa precisa, per certi versi forse un po’chiusa, per cui esistono delle regole da seguire; io ci sono andata con tutto il mio gruppo, tra cui Armando Corsi e Mario Arcari, e quest’ultimo la sera successiva era sul palco con Mauro Pagani; ne sono rimasta impressionata, rendendomi conto che in quel momento andava in scena una parte della storia della musica italiana con la quale ho la fortuna di collaborare.
Mescalina: c’è da dire che, almeno a nostro parere, anche tu hai fatto onore alla storia musicale italiana con il tuo Janua, lavoro che ci è parso in eccellente equilibrio tra progetto e libertà, che non si limita alla filologia o alla canzone di autore tout court. Quale ne sono state le origini?
Roberta: diciamo che tutto nacque in occasione della mia vittoria al premio Teresa Viarengo del 2009 (dedicato alla memoria di questa artista artigiana attiva nel recupero dei canti contadini femminili – nda), evento che mi aveva fatto riflettere su certe mie possibilità di accostarsi davvero ai temi tradizionali della musica ligure. Inoltre ho ben chiari nella memoria momenti canori delle mie nonne o bisnonne, il tutto quindi creando un interesse specifico per questo repertorio storico femminile.
Lo spunto nacque così, poi però occorse del tempo per programmare nella pratica il lavoro che ha avuto una concezione assai diversa dal mio disco precedente (Lingua serpentina – nda), che recuperava antichi testi e manoscritti su musiche di nuova edizione. Per Janua l’approccio al patrimonio canoro voleva essere più rispettoso di certi elementi culturali.
A ciò si è aggiunto l’incontro con Fabio Vernizzi che ha permesso di creare una cornice musicale adeguatamente libera e flessibile, epica e popolare ma anche raffinata.
Genova pare abbia delle origini celtiche, ci sono genovesi che guardano al mare ed altri ai monti; io forse appartengo a questo secondo gruppo e credo di averlo evidenziato in diversi passaggi del disco.
Mescalina: possiamo quindi dire che sei tu la titolare del progetto?
Roberta: sì, l’impostazione del progetto parte da me; poi è chiaro che mi avvalgo il più possibile della collaborazione di artisti che stimo e che cerco nel novero dei grandi professionisti che conosco. Mi affido alle persone con cui collaboro ma cerco di mantenere comunque sempre il controllo, per cui le decisioni finali tendo a prenderle io fino ad escludere anche brani di qualità laddove mi paia di andare in direzioni diverse da quelle volute. Al contrario posso insistere fino in fondo per inserire canzoni a cui tengo, come è successo in Janua con Al pont de Mirabel, che rispondeva al mio desiderio di avere un brano tirato anche se forse Fabio ne avrebbe fatto a meno.
Mescalina: fino a che punto arrivi nell’impostazione delle musiche?
Roberta: generalmente mi limito a chiarire l’intenzione emotiva e poi mi affido alle proposte, anche perché penso che se qualcuno con cui c’è intesa dà il meglio di se stesso il risultato non può che essere positivo. Io sono nota per non scegliere mai le tonalità, le lascio definire agli altri sulla base del suono cercato. Per me cantare in ogni tonalità è quasi un’esperienza spirituale perché significa cercare l’intesa e la corrispondenza con gli altri.
Mescalina: Janua esprime una grande ricchezza di spunti pur mantenendo una logica di fondo. Si va dalla ballata al tango, dal fado al jazz, dal folk al celtico; a quest’ultimo proposito ci vengono in mente momenti molto intensi quali Lanterna de Zena o E stelle do mae cheu dove, sopra un ceppo nordico, vengono calate coloriture medioevali o jazzy. E’ questa la libertà che lasci ai tuoi musicisti?
Roberta: sì, anche se per esempio in Lanterna de Zena avevo dato indicazioni piuttosto forti su come volevo questo brano, spesso canticchiato troppo leggermente mentre di per sé è tutt’altro che una canzoncina.
Il pezzo ha degli aspetti quasi da film hollywoodiano, probabilmente radicati in quelle immagini forti che la musica popolare conserva dopo che il tempo ha fatto sedimentare tutto l’inutile.
La struttura è significativa; la prima strofa descrive una nave che si allontana dal porto con un marinaio che guarda la lanterna, probabilmente ricordando l’ultima avventura avuta. La seconda strofa descrive una donna che, alle tre di notte, si aggira per la zona vestita da marinaio vendendo fiori: è noto che nel ‘700 c’era una prostituta, di nome Maria, che veniva continuamente arrestata per questo motivo. La terza strofa conclude con un invito a comprarle un vestito da donna, un nastro ed a trovarle un uomo che la faccia ballare.
Pensavo fosse meglio togliere la verve danzereccia dell’interpretazione corrente, e con Vernizzi ci siamo orientati verso una sensibilitа forse più poetica e noir che rendesse bene questa novella struggente.
Quindi, in definitiva, io propongo una mia lettura drammaturgica ed emotiva, il musicista, in risposta, mi trasmette il suo mondo musicale.
Mescalina: interessantissimo questo approccio, ma ciò saputo non ci si aspetterebbe poi un brano scanzonato ed ironico come Morettino, che ricorda certi canti goliardici di montagna.
Roberta: ho sentito il brano cantato da una vecchietta stonata e mi ha colpito immediatamente; l’inizio con “Morettino Morettino tu mi hai rotto il contatore” è semplicemente stupendo. Il brano era e l’ho mantenuto ritmicamente sghembo, intendendo conservarne la forte verve popolare e cercando di valutarne il testo.
Le parole qui sono emblematiche ed affondano chiaramente le radici in tempi andati quando il contatore stava arrivando e anche il riferimento alle tasse in relazione all’amore regala uno spaccato autentico di certo un mondo; direi che questa canzone mette bene in evidenza il mio approccio teatrale.
Mescalina: in prima battuta comunque tutta un’altra cosa rispetto all’intensità della Lanterna di Zena.
Roberta: solo apparentemente. Io vengo da una tradizione di teatro di avanguardia, sviluppata col Teatro della Tosse che oggi è diventata una realtà stabile. Lì ho imparato la tecnica del “rammendo”, che consiste nella capacità di unire cose diverse con quel carattere visionario tipico di certe sperimentazioni; si mescolava di tutto, dalle scenette popolari a Shakespeare.
Nel disco ci sono alcuni esempi di questo approccio a collage; per esempio Amore non te dubitare unisce frasi e spezzoni di manoscritti dell’epoca ma di per sé non esiste, è frutto di una mia raccolta compositiva; qui non c’è una parola mia ma, in qualche modo, il testo viene da me in questa classica logica di cucitura teatrale.
Mescalina: da tutto quello che hai detto fino ad ora emergerebbe lampante una fase di composizione dei testi antecedente a quella musicale, poi funzionale agli stessi. E’ così?
Roberta: non necessariamente; con alcuni musicisti posso presentarmi con i testi su cui richiedere la composizione mentre con altri, come con Fabio, succede spesso l’opposto; loro si presentano con un tema ed io ci lavoro sopra.
Mescalina: ma allora chi è il vero autore del progetto? Tu o Fabio?
Roberta: mia è la produzione e l’esigenza di lavorare su questi temi e in questa forma, nei fatti poi il contributo di Fabio, in quanto autore ed arrangiatore, come di tutti gli altri musicisti, è stato assolutamente fondamentale. Ogni ricerca nasce sempre da un’esigenza espressiva personale, dopo anni di gregariato io avevo voglia di costruire un mondo artistico che mescolasse le mie esperienze teatrali e quelle musicali, e mi è pareva che a fianco della grande avventura poetica di De André, ci potesse stare la realizzazione di un progetto sul dialetto genovese che avesse altri presupposti. Nella nostra zona ci sono pochi canti monovocali tradizionali di una certa importanza, se eccettuiamo il Trallallero che è comunque un genere molto particolare; in Liguria prevale un approccio goliardico e danzereccio che non amo molto, al quale si può aggiungere forse solo un certo repertorio cantautorale degli anni ’20 e ’30 che però si basa su sfumature di eccessiva nostalgia che non mi appartengono.
Sapendo dell’esistenza di molti testi storici giacenti negli archivi e mai consultati ho pensato di impostare l’attività partendo da queste basi letterarie; in questo senso il cuore del progetto è mio.
Mescalina: dove cerchi e trovi questi testi?
Roberta: un po’ dappertutto; da mercatini sperduti e polverosi a ricerche sul manoscritto dell’Anonimo Genovese che nel ‘200 genovese creò un’altissima base per la poesia ligure che ebbe poi uno sviluppo notevole, anche se noi in fondo ci siamo sempre un po’ vergognati del nostro dialetto fino a che De André non seppe rivalutarlo nel dovuto modo togliendo malinconia, rimpianto e goliardia.
Mescalina: parlavi di tango e ci viene in mente Ed or n’è chiusa la porta e la persiana. Qui però, data la storia di clausura forzata, si indovinano anche toni di reazione e di protesta forse non tipici del tempo.
Roberta: naturalmente; il lavoro di interpretazione per questo disco è stato molto importante e nella fattispecie di questo brano abbiamo realizzato tre versioni prima di decidere quella da pubblicare. La prima troppo carica, la seconda troppo fredda e finalmente l’ultima. Il rischio da evitare quando si ha a che vedere con la canzone popolare è quello di incorrere in retorica o superficialità oppure, per contro, in freddezze generate dalla distanza del tempo. Il raggiungere l’equilibrio che consentisse di conferire ai brani una certa attualità è stato uno degli aspetti più impegnativi. E poi ricordiamoci una cosa, io canto anche con stile pop, come se dovessi cantare a Sanremo, questa è forse una componente sfuggita ai più.
Mescalina: capiamo perfettamente. In Venditrici di Vento abbiamo trovato elementi alla Guccini, alla canzone francese ma anche leggeri, da Sanremo. Tuttavia questo ci pare più un ingrediente che un aspetto dominante dei brani.
Roberta: sì, è un ingrediente ma rappresenta una parte della mia visione della musica popolare che deve sapere arrivare a tutti in modo diretto. In quanto al paragone che fai con Guccini, che certamente non mi dà fastidio, ritengo che la cosa sia dovuta alla melodia del brano, a una certa epicità, che in diversi momenti porta a sfumature con questi richiami. Riconosco anche degli elementi alla Gaber, soprattutto ne la monaca sposa che richiede un certo rigore caldo tipico della sua arte.
In altri brani, come quello di apertura Gli occhi della mia bella, occorrevano toni diversi, tra il drammatico e l’epico, per i quali ci rivedo Gabriella Ferri. Pensa che Pasolini, in un suo libro sulla canzone popolare italiana, sosteneva la povertà poetica del patrimonio genovese citando solo questo brano; io lo eseguo in una rielaborazione di Tonino Conte, regista del Teatro della Tosse, che ormai canto da vent’anni.
Mescalina: chi ha stabilito i colori strumentali, sempre molto efficaci e precisi?
Roberta: lì via libera e onore a Fabio Vernizzi che ha curato gli arrangiamenti. Poi Fabio si è trovato molto impegnato e quindi a un certo punto siamo restati a metà, con problemi per la conclusione del disco. Mia è quindi stata l’idea di coinvolgere Esmeralda Sciascia per l’arrangiamento tutto vocale di Donna che apre riviere mentre per il testo di Venditrici di Vento e il Fado del Santuario ho chiesto la collaborazione di Max Manfredi e l’accompagnamento ad Armando Corsi, che in due ore ha sistemato il pezzo; così come la composizione e l’arrangiamento di Donna Serpente, chiesto a Mario Arcari e l’ultimo pezzo registrato, Al Pont de Mirabel, realizzato con i Birkin Tree su di un arrangiamento base preliminare di Fabio.
La chiusura della scaletta è stata fatta anche con il contributo di Paolo Dossena della CNI del quale voglio evidenziare la felice proposta per il brano di apertura del disco, un pezzo diverso da quelli del lavoro precedente, lì posto per sorprendere il pubblico e chiarire subito che Janua è un’altra cosa.
Mescalina: quanto incide nel cantare la tua base teatrale?
Roberta: molte, forse anche troppo. Certe volte vorrei avere una maggior leggerezza musicale per arrivare più direttamente ma, in qualche modo, ho questo macigno della parola che mi trascino inevitabilmente.
D’altra parte la dicotomia tra parole e musica è assolutamente ricorrente, dalle giovani cantanti alle prime armi fino ad eccellenti artiste come la Mannoia o Giorgia, due interessi e sensibilità opposte.
Mescalina: quali sono le tue radici e, se esistono, le tue influenze principali?
Roberta: io sono sorella d’arte; mio fratello Gian Piero a diciassette anni scrisse il brano Venezia per Guccini e quindi ebbe un certo successo nel settore cantautorale. La mia famiglia era del tutto atipica, rivoluzionaria per i suoi tempi. Mio padre scriveva e mia mamma cantava e ci spinsero subito all’esperienza teatrale. Questo è ciò che mi ha circondato fin dall’inizio; io poi, che ero la più piccola e forse la più frivola della famiglia, mi chiudevo in camera ed ascoltavo Eurytmics, Matia Bazar, Mia Martini, Police, Giuni Russo, Battiato, Talking Heads, Mina…in generale sono sempre stata attratta dal pop e dalla musica leggera e amo soprattutto le cantanti che ho sempre preferito ai cantautori.
Mescalina: come sta andando il disco?
Roberta: le recensioni sono tutte molto positive, per cui da questo punto di vista sono soddisfatta. Inoltre la casa discografica mi dice, complice forse anche il successo al Tenco, che le vendite sono incrementate rispetto al precedente. Abbiamo anche alcune iniziative internazionali ma, in fondo, io sono già proiettata al prossimo progetto. Comunque la distribuzione è nelle mani della CNI, io vendo qualche copia ai concerti; a Radio Popolare è stato fantastico, io una ligure a Milano, ho venduto una quarantina di copie del CD al concerto. Se tieni presente che la sala era per cento persone il risultato è davvero buono.
Mescalina: per chiudere, quali sono i tuoi 5 CD dell’isola deserta?
Roberta: bel problema; direi:
. Energie
di Giuni Russo (e Battiato)
. Lagrimas negras
di Diego Cigala e Bebo Valdés (mix tra son cubano e flamenco)
. Regrets
di Eurytmics
. La voglia, la pazzia
di Vanoni e Toquinho
. La Bella Noeva
di Marco Beasley (una delle più belle voci del canto barocco)
Qui si chiude la conversazione con Roberta Alloisio, a nostro avviso una delle realtà più interessanti nella rielaborazione del patrimonio etnico della sua terra, con la capacità di rendere le sue idee accessibili a chi ascolta. Passione e rigore, idee e libertà, impegno e comunicatività : cercate Janua e vi incontrerete l’ennesima sfaccettatura di qualità della musica genovese.