Luf

Intervista Luf

Il Senso Del Branco

22/10/2010  |  di Vittorio Formenti

I Luf sono certamente una delle realtà più importanti della musica folk nazionale. L’ultimo loro ´Flel´ è già stato presentato su queste colonne con il plauso che merita. Abbiamo avuto la possibilità di incontrare il loro leader Dario Canossi in un momento di tranquilla convivialità; quella che doveva essere un’intervista ha preso subito un abbrivio da conversazione libera ed improvvisata che speriamo di aver qui sintetizzato in tutti i suoi aspetti. Difficile contenere l’energia e la ricchezza degli spunti emersi; ci abbiamo provato ed ecco il risultato. Buona lettura.

Mescalina: voi avete un nome e soprattutto un logo stupendo. A chi si devono queste meritevoli ideazioni?
Dario: il nome è una mia invenzione. Ad un certo punto della mia carriera ho deciso di cambiare dal rock al folk… sai, per certe cose occorre avere il fisico. L’idea del branco mi ha sempre attirato ed il lupo è un animale che mi piace molto, per cui il passo per arrivare al nostro nome è stato breve. Per il logo occorre ritornare alla fine degli anni ’90, quando spesso ci capitava di aprire i concerti di Davide Van De Sfroos in Svizzera. Una sera eravamo di ritorno e ci fermammo in un bar a bere il classico bicchiere della staffa; lì incontrammo un personaggio particolarissimo, vecchio ma neanche tanto, con cui attaccammo bottone. Alla fine gli regalammo un paio dei nostri dischi e restammo in contatto nel tempo, così che quando lo informammo della nostra idea dei Luf lui si propose per farci il logo. La storia è pubblicata sul nostro libro ´Peace and Luf´ dove abbiamo riportato il disegno originale, in bianco e nero; i colori vennero poi aggiunti da me. È un logo che certamente ci ha portato fortuna, è individuabile ovunque e veramente sfonda lo schermo, tanto che ormai è per noi impensabile cambiarlo; così è e così resterà.

Mescalina: ottimo, ci auguriamo che abbia una lunghissima vita. Tu sottolinei l’idea del branco ma il gruppo pare molto ben organizzato, con contributi strumentali che vanno anche al di là del folk nostrano. Come mai avete optato per il ricorso a voci come, ad esempio, quella della cornamusa o del banjo?
Dario: potrei farti un discorso dotto ed elaborato ma la verità è molto più prosaica; come diceva Gaber ´..noi non andiamo di testa, andiamo molto di corpo´ e le scelte sono nate così, sulla base delle impressioni. Il banjo per esempio era una fissa mia; una sera l’abbiamo provato e l’abbiamo adottato semplicemente per come suonava. Inoltre è capitato che il nostro bassista precedente, a seguito di una collaborazione avviata con Flavio Oreglio, non potesse partecipare ad alcune serate per cui dovemmo cercare un sostituto. Questo sostituto, Matteo, si inserì talmente bene che ci dispiaceva lasciarlo andare e quindi al suo rientro il vecchio bassista prese in mano il banjo, che nell’ultimo lavoro ha in effetti una certa presenza. In definitiva è nato tutto in modo molto casuale.

Mescalina: Quindi queste scelte non sono dovute ad interessi specifici o a ricerche verso altri patrimoni musicali?
Dario: direi di no. Noi suoniamo senza riferimenti particolari anche se, ovviamente, ognuno porta quella che ha dentro di sé e che può avere le origini più disparate. Si va dai Clash ai Pogues, dai Tower of Power ai Floggy Molly, da Guccini a De André per i testi, dai Led Zeppelin alla West Coast di CSN&Y. La produzione non è mai studiata a tavolino ed è sempre collegiale; io arrivo con i quattro accordi base e poi quello che ne deriva è generalmente frutto dell’improvvisazione della serata.
Testi e musica sono in generale miei mentre gli arrangiamenti sono collettivi, con interventi da work in progress senza parti scritte, che peraltro quasi nessuno saprebbe leggere.

Mescalina: come decidete allora che, a un certo punto, avete la versione buona da mettere su disco?
Dario: è un’alchimia. Non c’è mai stata una discussione per stabilire la versione da adottare; ci si dà dentro fino a che siamo contenti.

Mescalina: in sala di registrazione allora lavorate in live e continuate fino a che potete scegliere?
Dario: quando andiamo in sala generalmente è perché abbiamo alle spalle un periodo di tre-quattro mesi di lavoro sui pezzi, anche perché sarebbe troppo costoso fare tutto in studio e comunque siamo poveri anche di tempo, avendo ciascuno di noi un suo lavoro. Quando registriamo i pezzi sono già pronti.

Mescalina: stai dicendo pertanto che , almeno in studio, è buona la prima?
Dario: generalmente sì, le idee sui giri e sugli interventi degli strumenti sono già decise e state provate prima. Nell’ultimo disco inoltre abbiamo deciso che la registrazione doveva essere come se fosse dal vivo; sovra incisioni ed effetti sono stati usati solo se poi abbiamo la possibilità di utilizzarli anche in concerto.
Ritengo addirittura che dal vivo i Luf siano meglio che su disco proprio per questa coerenza e per il fatto che sulla scena ci metti quell’anima che dal disco difficilmente emerge.
Un altro fatto da sottolineare è che noi in studio registriamo sempre tutti insieme; non incidiamo in modo separato le diverse parti, ad esempio basso e batteria prima della chitarra o della voce; magari utilizziamo più sale contemporaneamente ma la registrazione è realizzata congiuntamente, come se fosse un concerto.

Mescalina: siete stati spesso definiti come banda di ´combat folk´ per via dell’attenzione ai temi sociali e della verve reattiva che manifestate; è un aspetto importante o contingente nella vostra arte ?
Dario: si tratta di una dimensione non secondaria a cui tengo molto. Io nasco come cantautore e, in definitiva, i Luf sono un ´cantau gruppo´; mi sento figlio di Guccini, De André, De Gregori, Bob Dylan e anche del Cat Stevens prima maniera. Nei miei testi c’è spesso e volutamente una componente di parte e una opinione esplicita ed espressa.
Questo è stato per noi sia una fortuna che una sfortuna; fortuna perché il nostro pubblico è un pubblico vero, che ci conosce e ci segue per quello che siamo; per contro questo fatto ti porta lontano dal commercio, ti riduce i passaggi in radio e ti crea qualche barriera da parte di chi la pensa in modo diverso.
Pensa che un assessore di un paese, che preferisco non citare, ci ha telefonato chiedendoci se noi fossimo i comunisti che cantavano in dialetto!!

Mescalina: e tu cosa hai risposto?
Dario: - che effettivamente noi cantiamo in dialetto, per il resto che decidesse lui come stavano le cose.
Non penso che con le canzoni si debba far politica ma sono certo che un brano può avere un effetto più importante di quello di un comizio, potendo toccare corde e sensibilità in modo particolare.
Un momento importante fu per esempio il brano ´Kabul´, composto con Flavio Oreglio e dedicato a Malalai Joya (giovanissima ed eroica esponente dell’opposizione democratica afghana nda); lei venne recentemente a Milano e, saputo di questa nostra canzone, espresse il desiderio di conoscermi. Ci incontrammo in un appartamento a Milano insieme ad una decina di altre donne e io mi misi a cantare il brano teso come un violino per quello che questa persona rappresentava. Alla fine, alzato il viso verso i presenti, mi accorsi che tre o quattro delle ascoltatrici stavano piangendo e in quel momento capii che una lacrima poteva valere di più di tutti gli applausi di San Siro.
Analoga soddisfazione i ha dato il sapere che ´Africa´, pezzo con cui si apre il nostro ultimo CD, è diventato la colonna sonora per un gruppo di ragazze che erano andate là per del volontariato.

Mescalina: visto che hai citato la collaborazione con Oreglio, come collochi nella tua parabola artistica il disco ´Giù´ che avete fatto insieme? Certa stampa l’ha definito un ´dischetto´, personalmente ritengo abbia una sua efficacia dovuta alla sua dimensione di cabaret ragionato e di fruibilità all’ascolto.
Dario: indubbiamente riconosco una sua efficacia tant’è che in ´Flel´ abbiamo riportato due brani di quel lavoro, ´Basta´ e ´Vorrei´, quest’ultimo scritto per Peppino Impastato (politico e radiofonico ucciso dalla mafia nel 1978 contemporaneamente ad Aldo Moro nda). La collaborazione con Flavio è stata un momento per noi importante che ci ha dato molto, non avevamo mai avuto esperienze nei teatri.
Purtroppo il nostro pubblico non ha manifestato una grande approvazione per questa iniziativa, forse perché non cantavamo e quindi il disco non appariva completamente nostro.
La collaborazione con Flavio si è chiusa ma ci capita ancora di fare qualcosa insieme, come l’invito che ci ha rivolto per la Woodstock di Beppe Grillo.
Complessivamente è stata una bella esperienza che, come tutto nella vita, ha avuto un inizio ed una fine.

Mescalina: nella vostra musica ci sono anche momenti meno impegnati, più strettamente folkloristici, come per esempio ´Tira la barba al fraa´. Sono rielaborazione di un patrimonio o sono comunque momenti vostri?
Dario: io ho lavorato molto nel folk e penso di essere un musicista popolare che sa chi è senza porsi il problema di troppi riferimenti; mi piacciono certamente le melodie della tradizione ma quello che facciamo è tutto ex novo. I Luf non rielaborano canzoni; ´Tira la barba al fraa´ è un brano che si poteva scrivere nell’800 così come nel ‘900; è musica senza età che, così come i valzer e le ballate, sono radicate nella nostra storia.
Pensa che quest’anno siamo stati il regalo a tre matrimoni, così come si faceva un tempo; ed è bellissimo vedere la gente che si muove su brani tosti come ´Basta´ oppure su altri pezzi decisamente più svagati, vissuti così proprio perché sentiti dentro.
Per noi è importante divertirci e poi toccare il cuore; se inoltre riusciamo anche ad arrivare alla testa allora è il massimo.

Mescalina: ´Flel´ rientra nei vostri binari più tipici dopo l’esperienza con Oreglio; titolo e grafica sono stupendi, da dove vengono?
Dario: - Flel è un bastone che si usava nel mondo contadino per battere il grano, usato un po’ dappertutto, perfino in Oriente o in Germania. È uno strumento molto semplice; due bastoni di legno, uno lungo poco più di una persona e l’altro corto, legati con una striscia di cuoio così che da poterli far girare per percuotere ed estrarre gli ultimi chicchi de grano.
Chi lo usava andava a tempo, come ricorda mio zio che tra l’altro introduce proprio il disco.
Strumento quindi di aia, evocata nella grafica e nelle foto della copertina, con anche tanti significati indotti; i chicchi di grano sono le pallottole da usare invece di quelle per la guerra, per usare bene il flel bisogna andare in sincronia e quindi essere d’accordo e sapere stare insieme.

Mescalina: anche le foto sono veramente notevoli, in linea col clima che descrivi per il disco
Dario: noi abbiamo sempre tenuto molto alla qualità grafica dei nostri lavori e, nel caso specifico, abbiamo anche potuto avvalerci della collaborazione di un fotografo stupendo come Remo di Gennaro. Ci teniamo a confezionare oggetti che restino, che non si possano semplicemente scaricare; l’apoteosi l’abbiamo certamente raggiunta con ´ Rame e Ottone´ ma in generale abbiamo sempre avuto un una specifica per l’artwork, sostenuti dall’aiuto dello studio Zampediverse che lavora anche per grandi testate e che ci assiste per pura passione.

Mescalina: curare l’oggetto oltre che la musica è davvero un valore aggiunto?
Dario: ritengo certamente di sì. Deve passare il messaggio che un disco è un insieme di elementi che non si esauriscono in un file anonimo scaricato su computer; la dimensione dell’oggetto è quindi importante per trasmettere in modo più completo il fatto artistico. Inoltre una persona quando compra qualcosa ci mette dei soldi; è quindi giusto che gli resti un qualcosa che possa far piacere in tutti i modi. Pensa ai vecchi LP, spesso davvero opere d’arte; noi vorremmo mantenere il più possibile questa dimensione.

Mescalina: ´Flel´ è più un elemento do continuità nella vostra parabola o c’è qualcosa di particolarmente inedito che ti senti di sottolineare?
Dario: è più continuativo che innovativo. Il disco è stato mixato due volte dato che la prima versione non ci piaceva; non ci siamo accontentati ed abbiamo preso un bravissimo fonico, Lorenzo Cazzaniga, che ha determinato il suono definitivo.
In questo senso è stato curato in modo speciale e si può dire che rappresenti l’evoluzione della specie.

Mescalina: il tuo modo di cantare ricorda sovente il timbro di Guccini, pur senza quei passaggi carducciani o leopardiani caratteristici di Francesco. Ti ci ritrovi in qualche modo?
Dario: per me Guccini ha sempre rappresentato una dolce condanna. Quando iniziai a cantare sembravo proprio lui, mi mancava solo la erre moscia. Pensa che una sera cantavo dei brani di De André e mi sentii dire da una persona quanto era bello ascoltare De André cantato da Guccini! Ho passato la vita intera a togliermelo dalle spalle senza riuscirci definitivamente; oggi, dopo trent’anni di onorata carriera ed un ritorno al folk, abbiamo deciso che ´I Luf cantano Guccini´ e stiamo mettendo in piedi un progetto in questo senso, vista la ricorrenza dei suoi settant’anni.

Mescalina: all’inizio della nostra chiacchierata hai menzionato anche nomi del punk. Conservi ancora un’eco di queste influenze?
Dario: decisamente sì; dal vivo ci spostiamo sempre di più in questa direzione. Nella vita ci sono stati dei concerti a cui hai assistito che hanno lasciato il segno; per me sono stati quello di Bob Marley a Milano, che mi folgorò letteralmente nonostante la mia scarsa passione per il reggae, quello dei Pink Floyd a Torino, era il periodo di The Wall e di Animals, ma soprattutto quello dei Clash!! Io di loro avevo tutto; mi piaceva come sapevano suonare, i loro contenuti, il loro modo deciso di schierarsi. Quell’anima si è fusa con Guccini e le sonorità celtiche e ne è uscita la musica dei Luf.
Se si pensa al successo di oggi dei Floggy Molly si constata inoltre come certe dinamiche rispondano ad un’aspettativa del pubblico anche giovane, che probabilmente inizia a preferire la musica suonata a quella liofilizzata.

Mescalina: soventi sono anche i paralleli con Davide Van De Sfroos; con lui rappresentate certamente le migliori voci del folk rock della zona e non solo. Lui è anche intervenuto in ´Flel´. Come sono i rapporti?
Dario: considero Davide come uno dei più grandi poeti dialettali attuali, le sue immagini sono fortissime. Abbiamo avuto molte occasioni di collaborare nei suoi periodi iniziali, dopo ´Manicomi´, lavoro che mi impressionò e che ritengo ancora il suo migliore.
Assistetti alla Radio Svizzera alla presentazione di ´Breva e Tivan´ dopo la quale iniziò uno scambio di musicisti che portò alla formazione della sua band nel periodo di ´Per una poma´.
Ci sono pertanto diversi elementi a fattor comune anche se Davide in fase compositiva è sempre restato autonomo; io amo soprattutto il suo lato folk, specie quando lo fa tirato, alla Luf per l’appunto!

Mescalina: cantare in dialetto camuno non vi limita in qualche modo il pubblico?
Dario: Non penso sia una limitazione. Il novanta per cento di noi italiani ascolta musica inglese senza capire nulla dei testi; il problema della lingua è facilmente superabile.
Il problema semmai è l’identificazione; io pago lo scotto di cantare in camuno senza essere della Valcamonica. Là probabilmente avremmo avuto un seguito più ampio, qui invece mi sono dovuto radicare, essendo straniero in terra straniera, cioè né brianzolo né bresciano.
Tuttavia l’universalità di quello che fai resta; i nostri dischi arrivano in Sicilia e in Liguria, siamo stati chiamati in Trentino. Quello che manca è certamente un supporto di produzione.

Mescalina: come fate a promuovervi?
Dario: per le manifestazioni dal vivo non c’è alcuna problema; veniamo chiamati senza che ci si debba sforzare a cercare le occasioni.
Per quel che riguarda i dischi la cosa è certamente più compilata; i rapporti con la stampa ci hanno procurato qualche delusione, se escludiamo una ristretta cerchia di giornalisti di settore che ci ha sempre apprezzato. Per assurdo abbiamo avuto più attenzione in Svizzera, dove il disco ha avuto passaggi su tutte le radio alle quali lo abbiamo inviato.
Alle volte mi viene voglia di andarmene dall’Italia, un paese che non è normale dove hai attenzione solo se hai gli amici o gli amici degli amici, con l’indifferenza più totale per quello che sai fare.

Mescalina: e quindi come va la vendita del disco?
Dario: molto bene per questo ultimo. Abbiamo venduto le duemila copie della prima edizione e l’abbiamo già ristampato; vendiamo ai concerti ed anche grazie all’ottima distribuzione della IRD.

Mescalina: la nostra classica domanda finale: i cinque CD dell’isola deserta di Dario Canossi
Dario: bella domanda… faccio veramente fatica ma non mi ritraggo. Direi:

De André Una compilation - Davide Van de Sfroos - ´Manicomi´ e ´Pica´, Clash va bene tutto
Bruce Springsteen - The River, Floggy Molly - Il live, per ballarci sopra.

Mescalina: bene, termina qui la nostra ´sintesi´ di una piacevolissima quanto torrenziale chiacchierata con uno splendido musicista della nostra zona che ha confermato anche, e soprattutto, il suo essere persona. Nei lavori del suo gruppo queste qualità si ritrovano tutte, pertanto buon ascolto a tutti.


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