Se fosse possibile, la musica di Marco Iacampo, alias Goodmorningboy, andrebbe accompagnata alle sue parole: la sua sensibilità, i suoi gesti, le sue numerose risate ruotano come in un gioco acrobatico attorno alla sua musica e alla sua umanità. Quello che manca, nel musicista veneto, sono le soluzione convenzionali: le sue canzoni e i suoi sentimenti nascono e giungono liberi, senza mai dettare codici di lettura.
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Mescalina:
Partiamo dal principio, Marco: dopo la tua esperienza con gli Elle cominci
una parabola musicale tutta tua, un distaccamento completo che dà inizio
alla tua carriera solista ... |
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Mescalina: Hai accennato proprio adesso alla condizione dell'home recording. A proposito di questo, oggi alla tua dimensione lo-fi si aggiunge o meglio sostituisce una componente strumentale di buon livello sia a livello produttivo/esecutivo sia a livello di ricerca e scelta di suoni e strumenti. Cosa ci hai riservato per questa sera? Marco: Rock and Roll!!!!! (se l'aspettava e ha messo in rete il suo calcio di rigore - ride divertitissimo). L'esperienza in studio per questo disco è stata molto diversa, perché venivo da registrazioni casalinghe che mi permettevano di fare quello che veniva. In studio ho sentito il peso piacevole della responsabilità e ho imparato molto, abbiamo lavorato in maniera dettagliata e accurata, su alcuni suoni e passaggi ci siamo ritornati su diverse volte. D'altro canto non c'erano pre- produzioni o cose del genere, quindi ho preferito mantenere ancora molta spontaneità: è stato , come dire, un lavoro sofferto, meditato più che premeditato, dal punto di vista dei suoni. Dal vivo ho bisogno di buttar fuori quello che viene, lasciar perdere proprio la parte più fina del lavoro, andare più al sodo e alla carnalità. Mi accorgo sempre di più che questi pezzi, registrati magari in modo sussurrato, li voglio gridare. “All Is Falling” per esempio è una canzone che canto un’ottava sopra, perché è il modo di innalzare qualcosa che hai dentro, ciò che significa per te quella canzone. Nel disco si ha qualcosa di molto particolare che secondo me è la titubanza. Non so se in tutti i dischi c'è questa cosa, soprattuto se si ascoltano certi dischi, quelli non laccati o super prodotti e magari risalenti ad una certa epoca dove si sentiva ad esempio il tremolio della voce o urlare in lacuni ritornelli e in altri no, dove si tendeva a registrare quello che era nel reale sia per sbaglio che per scelta. Si può far sentire tutto questo nei dischi, rendendoli più umani e nel contempo unici. Mescalina: Nei momenti in cui riesci a far urlare i pezzi sussurrati, soprattutto dal vivo, di solito ne deriva un risultato ancora più forte, però fare in modo che un brano intimo risulti incisivo anche dal vivo non è facile ... Marco: Forse è anche affrontare la cosa meno seriamente, non devi riprodurre le atmosfere del disco dal vivo, vuol dire che si deve seguire più se stessi che quello che si è fatto ... Mescalina: Ora ci devi permettere una domanda dato il nome che ci portiamo addosso col nostro sito: noi abbiamo sempre visto in te l'artista psichedelico, una caratteristica che con “Hamletmachine” finalmente è arrivata, parlo dei brani “Cobwebs in the air” e “Me my sister and John”. Ci confermi questa cosa o è ancora la nostra testa malata che vede "acido" dappertutto? Marco: Può essere, comunque sono due pezzi assolutamente psichedelici, io non sono psichedelico, ma ci sono passato. Sai la psichedelia molte volte è basata sulle droghe, ovvero sugli acidi. Io non mi faccio gli acidi, è una scelta come un'altra farseli o no, penso che il termine psichedelico oggi sia anche qualcosa di ereditario, magari da gente che si faceva un sacco di lsd poi suonava e scriveva quello che l'acido faceva venir fuori. Penso che alla fine sia un linguaggio depositato e nonostante tutto si è abbastanza omologato. L'importante invece è che ogni artista si crei il suo linguaggio. Nei due brani “Cobwebs in the air” e “Me my sister and John” non sapevo cosa avevo scritto e avevo bisogno di un po’ di nebbia per nasconderli, quanto meno, e per metterli in chiaroscuro e per questo ho usato la psichedelia. Oggi c'è Lorenzo Corti che fa della psichedelia sul palco ... (si ferma a riflettere e scoppia in una risata convulsa...) Mescalina: A proposito dei tuoi compagni, ti hanno sempre assecondato, anche ad esempio nell'associare l'uso dell'elettronica con le incursioni strumentali più o meno vintage? Marco: Certo, comando io! Fino a che non sceglierò un comandante sarà così, magari un giorno diventerò solo proprietario della nave e allora mi lascerò guidare. Mescalina: Ci racconti qualche aneddoto avvenuto durante le sessioni di registrazione? Marco: Sì, qualcosa di davvero simpatico è avvenuto: c'è stata una session che non è stata registrata, che è durata più di un ora, alle sei del mattino. Eravamo io, Giovanni Ferrario, Giacomo Fiorenza, Asso e tutti quelli che hanno suonato nel disco e abbiamo fatto un pezzo stoner, praticamente una danza tribale di liberazione ... una cosa potentissima e lo considero il momento più bello capitato in studio, ci alternavamo agli strumenti ed è stato davvero grande, ci siamo sfogati tutti quanti. Mescalina: Spesso ricollego il tuo forte carisma artistico con quello degli artisti di strada ovvero coloro che il pubblico lo devono catturare per forza. Hai mai suonato da busker? Marco: No, mai, però per quanto riguarda il catturare l'attenzione altrui è una cosa che ho imparato a fare, ed ora fa parte del mio bagaglio: facendo molti live da solo chitarra e voce, nei primi tempi di Goodmorningboy, mi capitava di trovarmi davanti a delle audience che non ti ascoltavano, parlavano a voce alta tra di loro e io mi incazzo terribilmente per questa cosa. Avere questi rapporti diretti con la gente, soprattutto in Italia dove, cantando in inglese, non si riceve un'attenzione immediata, impari in qualche modo a fare arrivare la tua musica e quello che stai facendo in molti modi, impari a sviluppare un certo fluido per farti apprezzare. Non so, ormai fa parte di me comunicare alle persone in un modo originale, con i disegni, con dei discorsi tra una canzone e l'altra. Io voglio fare un film ... voglio fare il più bel film della storia del cinema ... Come dicevi tu, è la stessa cosa che fanno i busker quando devono catturare le persone che sono di fretta, è un modo di dire "guarda che quello che sto facendo può interessare anche a te, ascoltami!". Mescalina: E poi un’altra suggestione che mi viene spesso ascoltando le tue canzoni è questa, cioè il folk che suoni, sebbene rifletta passione e irrequietezza, rivela spesso il suo lato semplice forse è lo specchio della terra in cui sei vissuto, in bilico tra industrializzazione e il mondo contadino: ti ha mai ispirato canzoni la piatta e interminabile campagna veneta? Marco: Può essere, fino ad adesso ho trovato molta poca ispirazione nella via bohemienne delle città, ho cercato in passato con gli Elle di fare questo, ma mi sono accorto che stavo iniziando a parlare come altri parlavano, volevo in qualche modo far parte di un modo di vivere che alla fine non era mio. Già con gli Elle provavamo in una casa in aperta campagna e mi piaceva stare li; adesso sto in una città vera e propria, ma non si può dire che io viva, perchè diciamo che, se posso stare in un luogo intermedio tra un grande paese e la natura, ci sto volentieri. Mescalina: Una domanda che se vuoi puoi meditare a lungo prima di rispondermi e non è detto che tu lo debba fare ora ... anche questa una specie di suggestione psichedelica: io ho fatto un sogno, o una specie di film se preferisci, dove tu sei il protagonista, il Veneto più profondo è la tua terra che poi lasci partendo dal mare ... a te la sceneggiatura ... Marco: ... me ne vado per tornarci! All'inizio ci sarò io che guardo il mare, parto per una destinazione ignota, mi giro verso casa mia e scrivo una canzone, giungo in una città e lì comincio suonare in giro questa canzone pensando sempre a quello che ho lasciato e pensando al mare, probabilmente torno al mare alla fine del film. È il mio modo di dire che il mare non fa parte della musica, però serve alla musica. Mescalina: Ora passiamo a qualcosa di più concreto ... leggevo un il resoconto giornalistico dopo la distribuzione tedesca del disco curata dalla Glitterhouse. Noto un non so che di diffidenza nei tuoi confronti o sbaglio? Marco: La diffidenza penso sia ovunque, non penso ci sia una sostanziale differenza di posizione di neuroni nelle teste degli uomini, non riesco a dividere tra stampa italiana e stampa tedesca, quello è un compito più tecnico. Penso che ovunque ci siano persone con le orecchie ai lati e il cervello in mezzo. Potrei citarti anche delle situazioni italiane come in una delle prime recensioni che scrissero, fu molto sbrigativa, si trattava di Blow Up. Mi ricordo altre cose che non sono state positivissime, poi dipende da chi ascolta, da quanta pazienza ha e da quanta voglia ci mette nel proprio lavoro. Se devo parlare della Germania per la mia esperienza vissuta nei concerti dal vivo, sono molto contento, c'è molta attenzione e curiosità della gente nelle sale per concerti, c'è più diffusione che in Italia, sono giusto un passo avanti a noi. A novembre sono stato li per fare dei concerti e mi hanno invitato ad una trasmissione ad una radio bavarese che esiste da trent'anni, quelle con il classico Gotha del rock mondiale, pensa che ero il primo italiano ad aver messo piede lì dentro e questo mi ha fatto riflettere. Adesso a febbraio tornerò in Germania e questo è un buon segno ... ”S'ee ben!” Come si dice da me. Mescalina: Grazie, Marco, ci vuoi lasciare un ultimo messaggio da custodire nelle nostre pagine virtuali? Marco: Andate a vedere più concerti possibili, il rock, finché esisterà e non lo sostituiranno con un'altra sigla, va assorbito nella realtà dei live. Mescalina: Allora ci rivediamo in giro! Marco: Puoi scommetterci!! |