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Rodolfo Montuoro è un artista anomalo nel panorama italiano:
per l'utilizzo della voce, per la scrittura delle musiche,
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MESCALINA.
Cominciamo entrando subito nel vivo. Proprio come ti avevo
chiesto chi era Ulisse - quando presentasti il tuo album "A_Vision"
nel 2006 - e chi era Hannibal, quando parlammo del tuo ultimo
lavoro discografico ("Hannibal. Mythologies I"), ora devo
chiederti da subito: chi è Orfeo? |
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MESCALINA. La figura di Orfeo è molto complessa. Come mai hai deciso di misurarti con un personaggio del genere? RODOLFO MONTUORO. Credo che, per chi ha a che fare seriamente col pandemonio della propria immaginazione, prima o poi sia inevitabile misurasi con Orfeo. Questo spiega anche perché, nel corso dei secoli, questa figura impressionante abbia fulminato una corte infinita di poeti, musicisti, filosofi, narratori, scultori, pittori, cantanti confidenziali e cabarettisti… Di ogni genere e stile. In tutte le epoche. In ogni presente. Così che Orfeo è sempre vivo: la sua testa mozza e le sue incantevoli lamentazioni continuano a rotolare lungo i secoli. Sia nelle sfere olimpiche dell'alta cultura che nei bassifondi del varietà. Virgilio, Rilke, Valéry, Martin Buber, Poliziano, Anouilh, Camus, Cocteau, Boezio, Monteverdi, Liszt, Offenbach, Stravinskij, Gluck, Bacone, Shakespeare, Elizabeth Sewell, Edith Sitwell, Carmen Consoli, Tennessee Williams, Marcuse, Nick Cave, Oskar Kokoschka, Blanchot, Platone, David Sylvian.... Mi piace menzionare così alla rinfusa questi cultori di Orfeo, a dispetto delle gerarchie e delle distanze tra le rispettive arti e le rispettive epoche. Questo è il segno, probabilmente, che Orfeo incarna nelle sue innumerevoli e difformi citazioni un paradigma potentissimo. Come Prometeo o come Ulisse. È il modello di un'umanità scheggiata che non si rassegna mai al silenzio e che alla fine riesce comunque a generare musica, poesia e grazia anche tra l'orrore e il lutto, le mutilazioni, le mediocrità, i conflitti, i fallimenti. Tu puoi anche togliermi tutto e farmi a pezzi, ma non puoi fare niente contro il mio potere di produrre e riprodurre la bellezza. Così più o meno ci dice Orfeo. È, insomma, un invito alla "resistenza" nelle nostre vite. Certo, senza mai dimenticare - mentre ti parlo - che qui, nel mio caso, "sono solo canzonette". MESCALINA. Tutte queste figure che abitano il tuo mondo musicale (Ulisse in "A_vision", Eros e Psiche in "Hannibal" e, infine Orfeo), hanno un legame fra loro? RODOLFO MONTUORO. Sì, sono tutte figure irriducibili che non si rassegnano né al destino, né all'ignoto, né al potere, né all'inettitudine e neppure alla morte. Ed è avvincente, almeno per me, farli rivivere in uno scenario rock, elettrico e saturo di perturbazioni. E poi, diciamolo pure, si tratta di un "cast" veramente invidiabile. Una cosa è se ti parla il neosituazionista del Bar Mario di Correggio o il looser casereccio del Roxy Bar, con tutta la simpatia e l'affetto che puoi nutrire per loro. Un'altra cosa è se ti immagini di fare conversazione con Ulisse, con Hannibal Lecter o con Orfeo. Certo, può sembrare una cosa da pazzi. Però devo confessarti che la loro compagnia è più imprevedibile e ti suggerisce sempre qualcosa cui non avevi ancora pensato. MESCALINA. Ci sono dei miti che hanno un po' un sapore stagionale, non so se perché effettivamente storicizzati. Prendiamo Sisifo, il suo mito sembra che abbia atteso silenzioso l'arrivo dell'esistenzialismo novecentesco per poi rinascondersi. Le figure mitologiche che scegli rappresentano dei lati della nostra stretta contemporaneità o dell'uomo in generale? RODOLFO MONTUORO. C'è già il presente che ci costringe a "storicizzare" continuamente noi stessi. A fare i patti con il reale. Non c'è alcun bisogno di storicizzare anche il mito. I miti, quelli vecchi e quelli nuovi, quello del dottor Faust o di Narciso, di Marylin, di Jim Morrison o di Heath Ledger, hanno proprio la capacità di incarnare, nella loro assolutezza, dei caratteri e delle condizioni comuni al nostro destino e alla nostra esistenza. Sono figure esemplari, anche quando incarnano il jocker, la donna persa o la gioventù bruciata, in cui ognuno può riconoscere o reinventare se stesso, a prescindere dall'Epoca, e senza ricorrere alle comodità o agli impegni delle ideologie o delle religioni. La vicinanza del mito dà una specie di solennità alle nostre azioni e al nostro sentire, offre una prospettiva al di là del tempo e del momento. Ed è anche un modo per conoscersi meglio e prendere sul serio le proprie scelte. Per riflettersi in qualcuno o in qualcosa. Ma è importante saperle riconoscere queste figure, saperle interrogare e riuscire a intrattenere una "conversazione" feconda con loro. Ed è anche importante scegliere il "proprio" mito, quello che si adatta meglio al nostro carattere. Del resto, la nostra biografia, ogni nostra vita, alla fin fine, è fatta esattamente con gli stessi ingredienti del mito. MESCALINA. Una curiosità: come mai non hai mai scelto fino ad ora di lavorare su figure mitologiche femminili? RODOLFO MONTUORO. In effetti, in tutte le mie canzoni, sin dall'inizio, c'è sempre un'invocazione ininterrotta a Psiche, all'Anima. È onnipresente. C'è anche una specie di pudore, di riserbo. Però devo dirti che, secondo me, le arti più adatte a rappresentare la grazia, il mistero e la "presenza" del mito al femminile sono la pittura e la scultura o anche la fotografia più che la musica. Sono le arti "plastiche" di Dante Gabriel Rossetti, di Canova o di Ewa-Mari Johansson. MESCALINA. Passiamo a parlare dell'uscita del disco. Come mai hai scelto di far uscire solo i brani in digitale per ora? RODOLFO MONTUORO. La dimensione virtuale o digitale è perfetta per la musica. Ci sono voluti millenni per approdare a questo risultato e, infine, ci siamo quasi riusciti. La musica deve vivere in uno spazio immateriale proprio per la sua stessa natura, slegata da ogni fisicità. Abbiamo sopportato, nella storia dell'umanità, secoli in cui la musica è stata appannaggio di pochi privilegiati. Assaporata solamente nei momenti della festa, nelle corti aristocratiche, negli auditorium, nei teatri borghesi, nelle sale da camera e infine - sempre a pagamento e finalmente riprodotta per un consumo individuale - nei megastores, a prezzi comunque sempre fuori dalla portata di tutti. I meccanismi commerciali imposti dalle major e dalle grandi catene distributive hanno provocato negli ultimi decenni un appiattimento della qualità e una desolante uniformazione, creando dei filtri e dei cliché che hanno abbassato il livello della musica di consumo. Ora finalmente la diffusione libera è tecnicamente a portata di mano, anche per effetto dei social network di seconda generazione come Myspace. E credo che per ogni artista il problema di rendere universalmente disponibile la sua opera, sia ormai anche una questione di natura etica. Molti autori e gruppi recentemente hanno manifestato questa istanza, a partire dai Radiohead, tanto per citare l'esempio più clamoroso. Certo, i Radiohead hanno un brand potentissimo e possono permettersi di scavalcare i soliti meccanismi commerciali. Però credo il principio possa valere per tutti. Ci vorranno ancora diversi anni. Ma la strada è questa, senza alcun dubbio. Quindi il mio nuovo progetto esce subito online, alla portata di pochi spiccioli. Solo alla fine diventerà un album "fisico". Ma non si tratta solo di distribuzione e diffusione. Il fatto di non essere più legati ai tempi lunghi della produzione di un disco, permette di essere online subito dopo aver chiuso il lavoro in studio e di ottenere in tempi assai brevi un feedback di ascolto. MESCALINA. È una scelta che in qualche modo è in linea con Orfeo: il disco viene smembrato e le sue parti continuano a cantare per poi trovare una nuova unità sotto forma differente. Condividi il paragone oppure sono io che lavoro troppo con la fantasia? RODOLFO MONTUORO. Sì, è vero. Questo di "Orfeo" (l'ep che contiene i brani "Orfeo", "La svolta" e "Giorni messicani") è il primo brandello di un progetto che si intitola "Nacht": undici pezzi dedicati alle mitologie della notte che escono online, "a puntate" di tre o quattro brani, ogni quattro mesi, a cura di Believe, la label francese attualmente leader in Europa per la distribuzione digitale. Alla fine, tutti i brani online confluiranno, insieme a quattro inediti, nel cd, distribuito questa volta, "fisicamente" in tutti i negozi, da Egea. Così, da qui a un anno, sarò continuamente impegnato insieme ai miei musicisti nella produzione e nella promozione del progetto "Nacht", un work in progress che si sviluppa e trova ispirazione proprio mentre si va avanti nel lavoro. Questa modalità "a puntate" mi permette anche di adattare ogni volta il cast, di concentrarmi meglio su ogni singolo pezzo, di cesellarlo artigianalmente e di proporlo in maniera più percepibile all'ascolto. In un album di dieci o dodici track, di solito riusciamo ad assaporare tre o quattro canzoni al massimo. Le nostre modalità di fruizione, infatti, sono diventate molto più voraci, inquiete e frettolose, per cui è assai difficile dedicare tempo a un intero album. Diluire e concentrare l'ascolto dovrebbe consentire, invece, una ricezione più intensa e finalizzata. MESCALINA. Musicalmente invece, per quanto ho sentito, questi tre brani da un lato mantengono una certa continuità nel suono rock con Hannibal, ma allo stesso tempo sembrano covare parecchie differenze. Posto che la mia percezione sia vera, questa duplicità è stata una scelta? RODOLFO MONTUORO. Questa è una domanda che torna a ogni mio nuovo lavoro. E a me fa piacere, perché mi dà una specie di attestato di esistenza. Vuol dire che non mi sono fermato, che non infliggo ripetizioni ai miei rari ascoltatori. Quando uscì "A_vision" mi si rimproverava amabilmente di non somigliare a nessuno; "Hannibal" sembrava irriconoscibile rispetto a quello che avevo fatto. Ora "Orfeo" produce la stessa impressione di avere a che fare con qualcosa di diverso. Il grumo di continuità, appena sufficiente per rendere riconoscibile uno stile che comunque resta sempre in filigrana, serve a innestare un altro volto, o una nuova maschera. Per me non può essere diversamente e credo che sarà sempre così. Questo dipende immanzitutto dal fatto che sono un ascoltatore onnivoro e vorace. Sono abituato a pensare musicalmente in tutti i generi. Ma molto dipende anche dai contenuti. Ogni grappolo nuovo di parole, ogni nuova tessitura di storie e di concetti chiede un diverso concertato proprio perché per me la musica deve aderire intimamente ai contenuti. Cambiano i contenuti e, inevitabilmente, cambia anche lo scenario sonoro, il mood, i ritmi, gli strumenti. A volte anche il colore stesso della voce. Ma, per fortuna, questo avviene - almeno per me - naturalmente e senza forzature. MESCALINA. In ogni album hai sempre fatto attenzione a mettere uno strumento anomalo, fuori dal panorama comune delle scelte strumentali di un album rock. Questa volta compare un magnifico theremin suonato da Vincenzo Vasi, come mai proprio lui? RODOLFO MONTUORO. Il theremin è uno degli strumenti più difficili. Sono pochi gli esecutori di livello. Ed è per questo che è quasi in estinzione. Inoltre, c'è sempre stato il vezzo di utilizzarlo come un generatore stravagante di effetti (tremolo, vibrato, glissato…) piuttosto che con una precisa partitura. Con degli esiti sgradevolmente kitsch, nei film dell'orrore o di fantascienza. Vincenzo Vasi è un virtuoso, riconosciuto a livello internazionale. Uno dei pochi ad averne una padronanza assoluta, a suonarlo con la stessa precisione di un violino o di un basso elettrico, a trovare sempre la nota esatta, senza alterazioni e senza "arrampicarsi" sulle scale tonali. La sua presenza è stata molto emozionante e si è innestata perfettamente con le coloriture ormai inconfondibili ed elegantissime che Giuseppe e Gennaro Scarpato hanno saputo costruire anche in questa occasione. C'è stata un'alchimia appassionante in studio, grazie anche alla partecipazione di musicisti straordinari: Naomi Berrill (al violoncello), Ilaria Lanzoni (al violino), Alessandro Gandola (al sax), Francesco Gabbanini (al basso e allo stick), Emiliano Garofoli (al missaggio). Perfino l'artwork di Francesco Marangon (che mi ha seguito in questi anni con delle splendide copertine e delle idee grafiche davvero visionarie) si è intrecciata perfettamente nella nostra "partitura". Anche questa volta, il sodalizio con i fratelli Scarpato ha raggiunto la perfezione ed è stato veramente emozionante lavorare con artisti così sensibili e dotati. Hanno diviso con me l'impresa impossibile di avvicinarsi all'idea del canto di Orfeo, e offrirgli una specie di risarcimento. Per me, è come aver fatto un viaggio sulla luna insieme a loro. MESCALINA. Sembrava che nella tua ricerca musicale avessi intrapreso un percorso a ritroso nelle origini vibratorie degli strumenti, passando dalle uillean pipe al didjeridoo. Io mi aspettavo uno strumento a percussione, come mai invece il theremin? RODOLFO MONTUORO. Orfeo non è come il dio Pan o come Dioniso. Non può esserci soltanto il ritmo ditirambico, la pulsazione cardiaca, la danza sfrenata. Orfeo è il cantore della melodia. Lui importa dei "motivi", delle ragioni, degli scopi e anche dei "misteri" nella musica. E, inevitabilmente, anche delle ambiguità che non si accordano immediatamente all'andamento delle percussioni. Questo è un album che invoca la discesa agli inferi, entra ed esce continuamente dalla sfera del gotico, sempre rasente l'ombra, sempre su una soglia pericolosa che sta per sprofondare. Era per me inevitabile l'uso del theremin. Perché il theremin, pur essendo fatto solo di interferenze elettromagnetiche, è capace di innalzarsi in qualunque momento dal ritmo. Inoltre, simula perfettamente il colore della voce umana e l'intensità degli archi, portandoli a un livello di altissima suggestione che né la voce né lo strumento in sé potrebbero mai raggiungere. MESCALINA. Forse perché il mito di Orfeo, che è legato tanto all'acqua e alle profondità quanto alla dimensione celeste e astrale, non poteva non avere il suono del theremin che è in grado di dare voce a queste due dimensioni e di farlo in modo continuo, glissante, senza interruzioni. Sei d'accordo? RODOLFO MONTUORO. Infatti, è proprio come dici. La vibrazione, eseguita a regola d'arte (così è stato), si adatta perfettamente al grado vertiginoso e sulfureo di inquietudine che corre in tutti i brani. Inoltre, trasmette subito all'ascolto l'impressione di un passaggio continuo tra piani e livelli sonori diversi. Le percussioni incalzanti, le melodie suggestive degli archi e del sax e gli sfrontati accenti rock delle chitarre trovano nel theremin un veicolo che li amplifica, li assorbe, li esalta e crea profondità attorno a essi, con naturalezza. Anche la mia voce si è dovuta adattare e, in un brano (la title-track), canta addirittura in perfetto unisono col theremin. Tutto ciò è stato possibile proprio grazie alla destrezza dei musicisti che hanno saputo entrare subito in questo pandemonio orfico. Così che la "pasta" del disco risulta omogenea, armonica e possente, senza strappi, senza divagazioni. Come una scia sottile e tenace che tiene l'imbastitura tra mondi irriducibili. Quei mondi estranei che Orfeo si era illuso di comporre, per tenere insieme a sé la sua Euridice. |