Egidio Juke Ingala

Egidio Juke Ingala

Da oltre trent`anni una delle armoniche blues più influenti del vecchio continente.


12/11/2016 - di Gianni Zuretti
Il 19 novembre Egidio "Juke" Ingala si esibirà con i Jacknives a Spazio Teatro 89, luogo ormai diventato uno dei porti più sicuri per la musica di qualità a Milano. Cogliamo l`occasione per incontrare il Bluesman milanese e sottoporgli alcune domande sullo stato di salute della musica che tanto gli ha dato in tutti questi anni di pregevole carriera. Egidio Ingala, infatti, è da almeno trent’anni uno dei portabandiera dell’armonica blues in Italia oltre che tra i massimi interpreti europei dello strumento. La sua coerenza e devozione artistica al blues classico che affonda le proprie radici nella scena di Chicago prima, nel blues roots con i Dirty Hands d’impianto più sudista, texano in particolare e, ormai da parecchi anni, in quei territori in cui il blues si contamina con lo swing, con il jump, con il primo R&B e con il Boogie.
Mescalina:  Egidio come vedi la scena blues contemporanea in Italia? Nei primi anni ’80, quando anche tu sei partito,  c’erano molti giovani che si sono avvicinavano al blues ora, dal tuo osservatorio privilegiato, qual è la considerazione che il genere gode presso le ultime generazioni?

Ingala: Se poniamo la questione da un punto di vista strettamente artistico, il blues in Italia non si è mai potuto esprimere a livelli molto alti, con musicisti di statura internazionale.

Dal punto di vista sociale, anche il mondo del blues ovviamente ha risentito della crisi economica, oltre che di quella culturale, che ha colpito tutto il mondo occidentale da qualche anno. I segnali in quest’ultimo periodo non sono incoraggianti se aggiungiamo che purtroppo oggi i luoghi per proporre la propria musica sono numericamente molto ridotti. Mancano luoghi nuovi per ascoltare la musica e di conseguenza i giovani che vogliono intraprendere una carriera da musicista non hanno degli sbocchi per farsi conoscere.  

Senz’altro si tratta di una situazione generale, ma da noi in Italia, si è fatta sentire di più. Come dicevo la crisi economica è una delle ragioni, ha ridotto i budget che ciascuno di noi può dedicare alla musica, andando ai concerti o comprando i dischi, e di conseguenza ha costretto molti locali storici che prima proponevano del blues a riconvertirsi o a chiudere.

Un’altro motivo è la mancanza di offerta culturale da parte dei media, che ha portato l’ascoltatore comune a considerare poco godibile qualunque genere musicale che non corrisponda a certi parametri commerciali, mediocri e monotoni; infine la crisi dell’industria discografica, che da noi, in un’economia incerta, è ancora più difficile da contrastare.

In Italia pare che il  modello politico prenda spesso il sopravvento anche sulla musica, mi riferisco a quello che vedo spesso intorno alla scena blues italiana, al modo in cui certi eventi vengono organizzati. C’è a volte la sensazione che tra promotori, organizzatori, fondazioni, gli interessi personali siano più importanti rispetto a quello che dovrebbe essere poi lo scopo principale nel promuovere un evento blues. C’è ancora poca onestà intellettuale tra alcune persone che dichiarano di sostenere il blues, questo anche tra musicisti, dove c’è poca voglia a confrontarsi sulle reali tematiche del blues come patrimonio musicale, culturale, storico.

D’altro canto noto comunque una gran voglia a livello generale di tornare a fare ed ascoltare musica di qualità, e il blues come del resto tutti i generi collegati al blues possono diventare un veicolo importante per un cambiamento in questa direzione. Molte delle persone che si avvicinano al blues se ne innamorano, attratte dalla spontaneità, dalla sensualità, dai colori e dalle sfumature del linguaggio. Il blues è una musica che non si presenta già impacchettata, ma varia continuamente, con frasi e strutture che nascono dal feeling del momento.

 

Mescalina:  Tu e la band, i Jacknives, suonate molto all’estero, specie in Scandinavia dove partecipate ad importanti festival, perché ritieni che nel  nord Europa ci sia una maggiore risposta alla vostra musica?

Ingala: Al nord Europa c’è una maggiore risposta non solo per il blues, ma verso tutti i generi musicali, anche se i miei amici musicisti del Nord Europa si lamentano lo stesso!

Ci sono paesi che hanno da sempre investito nella musica, sviluppando una sorta di cultura musicale di massa. E’ la semplicità, la naturalezza con la quale la gente partecipa e si diverte che ti colpisce, oltre alla competenza musicale

E’ vero che la situazione è andata degenerando in tutta Europa e perfino negli Stati Uniti, patria del blues; ma non quanto da noi. In Scandinavia, nel Benelux, in Francia, esistono ancora sovvenzioni pubbliche per concerti e festival, e le persone hanno qualche soldo in più da spendere per assistere ai concerti. Inoltre direi che c’è una maggiore affezione per la musica come tale, cioè come valore artistico a sé, anziché come puro intrattenimento. Forse, in Italia diversi decenni di televisione commerciale, nonché la folle corsa della tv pubblica ad imitare quella commerciale, hanno contribuito ad abbassare il livello generale di attenzione culturale, oltre a quello percettivo.

Fai conto che in paesi come Francia, Austria, Germania, Danimarca, Olanda già dagli anni 70 e 80 esistevano etichette discografiche che producevano e registravano per musicisti blues americani, senza parlare poi dell’Inghilterra; quindi già da quei tempi si era creato un certo fermento che piano piano ha visto la gente avvicinarsi al blues e ad apprezzare questa musica.

Questo ha di conseguenza creato un certo terreno fertile anche per musicisti che come noi vedono l’Europa come un ottimo palcoscenico per proporre il proprio blues. Se poi aggiungiamo che l’Italia non gode sicuramente di investimenti rivolti in quella direzione, si intuisce il perché di questo fenomeno.

Ci sono Paesi più sensibili del nostro a capire certi argomenti… da noi la politica non ha capito il senso della parola cultura. Ci sono amministrazioni, organizzazioni, che pensano di fare cultura organizzando concerti con i nomi più grandi per assicurarsi le piazze piene. In certi paesi hanno capito che la musica e la cultura sono una cosa seria, è un qualcosa che si pianta oggi e si raccoglie fra molto tempo, la cultura è anche ricchezza.

 

Mescalina:  Tu sei molto stabile nel rapporto con i musicisti che formano le tue band, ora con i Jacknives sono diversi anni che siete insieme, ritieni che questa stabilità sia una componente di valore nella tua musica? Quali caratteristiche apprezzi in un musicista con cui ami lavorare?

 
Ingala: Sono ormai 4-5 anni che siamo insieme e la cosa che ci unisce è sicuramente il fatto che guardiamo tutti nella stessa direzione. Abbiamo le idee chiare su quello che vogliamo fare, su come vogliamo muoverci, che rotta vogliamo prendere. Non esiste un leader, ognuno ha un ruolo, anche se poi quando suoniamo spiccano certe figure, che sono legate allo strumento che si suona, è naturale, ma tutto viene deciso insieme. Il collante che ci tiene insieme è sicuramente la passione comune che abbiamo per il blues, la voglia di esprimerci, di esplorare, di confrontarci, e questo sicuramente arricchisce.

La cosa che apprezzo maggiormente da un musicista blues è sicuramente il fatto di non essere legato a qualsiasi moda o a una tendenza particolare. Noto molto spesso quanto i musicisti si basino sulle tendenze e le mode del momento e questo non mi piace . Apprezzo i musicisti che sono completamente liberi da queste restrizioni artificiali, suonare blues è molto complesso, anche se poi molti musicisti che non lo capiscano vogliono semplificarlo per soddisfare la loro mancanza di comprensione della musica o la propria mancanza di talento. Nel blues non si dovrebbero prendere scorciatoie. Si dovrebbe trascorrere il tempo per conoscere il significato di questa musica. A volte può richiedere anni per imparare il linguaggio del blues ed essere in grado di suonarlo.

 

Mescalina:  Sono ormai parecchi anni che hai impresso alla tua musica una freschezza, energia e una certa gioiosità che viene da contaminazioni Jump, swing e R&B, hai definitivamente abbandonato gli stilemi di Chicago?

 
Ingala: Il Chicago Blues rimane sempre la base e il tappeto sopra il quale mi muovo musicalmente, non l’ho mai abbandonato e sarebbe un errore farlo. Il fatto che mi piaccia contaminarlo con altre forme musicali è dovuto un po’ alla crescita e alla ricerca che ognuno di noi nella musica dovrebbe fare. Personalmente ho sempre avuto un debole per il jazz e per lo swing anche se suono blues. Posso dire che mi piace suonare Chicago Blues con un mix di Swing, quello che molti classificano come West Coast Blues. D’altro canto gli stessi Jimmy Rogers e Little Walter sono stati tra quei musicisti che negli anni 50 hanno messo le basi su questo, poi l’influenza di George Harmonica Smith mi ha permesso di esplorare quel terreno. Al di la di questo mi piace rimanere abbastanza fedele al blues tradizionale.

Molti cercano di suonare l’armonica come Little Walter, Big Walter Horton o qualcun altro, questo va bene, ma a me piace avere il mio modo, il mio stile preciso, che si può distinguere.

Penso che se sei padrone di un determinato linguaggio riferito a un genere musicale, riesci a muoverti a tuo agio entro quei limiti senza problemi. Detto questo, ritengo che tentare contaminazioni è sempre stimolante, ed è in fondo nella natura stessa delle origini del blues, che nasce proprio dall’influenza di varie musiche di origini diverse. Molti vorrebbero fossilizzare la storia del blues in un periodo od un altro, ma in fondo è una musica che si è sempre nutrita di stimoli diversi, e cercare di bloccarla in uno stile unico sarebbe come privarla della sua ispirazione.

 

Mescalina:  Tired Of Beggin’ rappresenta la summa di alcuni anni passati on the road con la band, avete messo su quell’album molte canzoni che avevate proposto e testato nei concerti

 
Ingala: Tired Of Beggin’ voleva essere una combinazione di cose, abbiamo scavato anche tra  materiale meno scontato, poco conosciuto, mettendoci però la nostra impronta. Ci è piaciuto lavorare verso quella direzione.

Nel blues ci sono un bellissimi brani che sono stati ripresi più volte, ma ce sono altrettanti che pochi hanno preso mai in considerazione probabilmente perchè  pubblicati da piccole etichette discografiche e non sono conosciute. E’ su questi brani che ci piace lavorare essenzialmente. In Tired Of Beggin’ ci sono metà brani originali e metà cover degli anni 50 e 60 come la title track che è una nostra interpretazione di un brano di Jerry Leiber e Mike Stoller fatta da Ike Turner nel 1954, o covers Excello e Specialty, oltre che un tributo a George Harmonica Smith. Certamente la maggior parte di questi brani sono stati prima suonati nei nostri concerti.

 

Mescalina:  In passato hai avuto collaborazioni importanti con artisti americani di primo piano, su tutti Lynwood Slim, Anthony Paul e il  grande Alex Schultz, anche attualmente sei in contatto con la scena americana? Hai nuove collaborazioni in vista? State lavorando ad un nuovo disco dopo l’ottimo Tired Of Beggin’ (2013)?

 
Ingala: Certo, sono state tutte collaborazioni importanti. Confrontarsi con certi musicisti ti aiuta a crescere, e in particolare a capire dove devi migliorare. Io ho cercato di attingere il più che potevo da loro. Alex e Slim sono stati tra quei musicisti, insieme a William Clarke, Rod Piazza, Hollywood Fats, Kim Wilson, che già agli inizi degli anni 90 con i loro dischi mi hanno fatto avvicinare a questo filone musicale, mi hanno aperto verso quel blues contaminato di Swing, R&B e Jazz. E’ stata un’esperienza fondamentale, come del resto le prime volte negli Stati Uniti, entrare in contatto diretto con quella realtà è stato davvero importante.

In questo periodo non sto pensando a collaborazioni, abbiano il nostro progetto da portare avanti, col mio gruppo sto lavorando bene e non mancano gli stimoli per proseguire su questa strada, poi si vedrà. Certo che l’idea di collaborare con americani solo per avere più opportunità di suonare non mi piace, sappiamo bene tutti che proporsi ad un festival con un americano fa crescere le probabilità di salire su quel palco, ma quando ci sali con un tuo progetto, con la tua band, ecco è tutta un’altra sensazione e soddisfazione.