Donal Hinely

Intervista Donal Hinely

Un cantautore in autostop

09/01/2005  |  di Christian Verzeletti

Abbiamo intervistato Donal Hinely, un cantautore americano che ha alle spalle una storia davvero particolare, a partire dallo strumento che suona fino ai viaggi che lo hanno portato a “We built a fire”, il disco che lo ha confermato e che ce lo ha fatto conoscere…

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    Un cantautore in autostop

       Intervista a Donal Hinely

Abbiamo intervistato Donal Hinely, un cantautore americano che ha alle spalle una storia
davvero particolare, a partire dallo strumento che suona fino ai viaggi che lo hanno
portato a “We built a fire”, il disco che lo ha confermato e che ce lo ha fatto conoscere…


Mescalina: Donal, ho sentito che hai pubblicato un nuovo cd…
Donal Hinely: Sì, è uscito a maggio dell’anno scorso. E anche se non c’è ancora stata una vera e propria promozione, sta andando molto bene.

Mescalina: Dal titolo immagino che il lavoro sia basato molto sull’armonica a vetro …
Donal Hinely: Sì, è un cd di musica strumentale con violoncello, chitarra e ovviamente bicchieri …

Mescalina: Credo che questo strumento ti dia un suono particolare, in bilico tra la musica tradizionale e quella da camera …
Donal Hinely: È a tutti gli effetti un suono unico. Non ci sono poi molti suonatori di bicchieri e per questo non si sente suonare questo strumento tanto spesso. Credo che si collochi a metà strada tra un flauto e un violino, anche se a volte, per il modo in cui lo suono, si avvicina anche all’organo.

Mescalina: Come hai cominciato a suonarlo?
Donal Hinely: Mio fratello Terry Hinely aveva cominciato a suonare i bicchieri all’inizio degli anni Ottanta in Texas. Abbiamo cominciato a suonare assieme e ci siamo trovati a entrare in un circuito di rievocazioni medioevali con un gruppo che si chiamava Glasnots. Io lo accompagnavo alla chitarra e scrivevo molta della musica che facevamo. Suonavamo anche molte ballate irlandesi e parecchia altra roba che ci piaceva come Richard Thompson, Bob Dylan e Leo Kottke. Abbiamo fatto cinque cd che sono andati molto bene. Terry poi rimase ucciso in un incidente stradale a Dallas nel 1997. Ovviamente, fu un periodo molto difficile per tutta la nostra famiglia. Io mi sono trasferito a Nashville e ho cominciato ad imparare come suonare dei bicchieri che avevo trovato in un vecchio negozio. Sono passati sette anni e ho pubblicato ormai tre cd in cui suono i bicchieri. Non avrei mai fatto nulla di tutto ciò senza l’influenza di mio fratello. Lui era una persona molto dotata e molto spontanea.

Mescalina: Perdona la mia ignoranza, ma si tratta di semplici bicchieri o di qualcos’altro?
Donal Hinely: Uso soprattutto bicchieri da vino e da brandy. Qualunque bicchiere abbia un gambo, tu puoi farlo vibrare passandone il bordo con un dito bagnato. Il suono nasce in questo modo molto semplice e non deve essere per forza di cristallo: ogni bicchiere ha una gamma di note che dipende dalla quantità d’acqua che contiene. Più grosso è il bicchiere, più piccola è la gamma di note. Io di solito ottengo una scala in sol maggiore di due ottave e mezza versando delle piccole quantità in modo casuale. E con la sola aggiunta di tre bicchieri al mio set posso suonare “Strawberry fields forever” dal vivo! In tutto, si tratta di ventiquattro bicchieri.

Mescalina: Tu e tuo fratello avete avuto successo con l’armonica a vetro: avete fatto parecchi dischi e partecipato a numerosi festivals …
Donal Hinely: Sì, almeno una volta al mese ci sono dei vecchi fans che mi contattano perché vogliono i cd dei Glasnots o perché vogliono semplicemente dirmi quanto è stata importante per loro quella musica. Era qualcosa di davvero speciale. Poi il fatto di essere fratelli rendeva la nostra comunicazione ancora più immediata.

Mescalina: So che tuo fratello ha suonato anche su “True stories” di David Byrne …
Donal Hinely: Sì, David Byrne volle Terry a San Francisco per registrare l’ultima traccia del disco, che si chiamava “Glass operator”. È davvero un bel pezzo. Terry ha avuto la sua occasione e l’ho giocata al meglio: diceva che per lui David Byrne era stato una vera esperienza.

Mescalina: Tu poi hai suonato l’armonica a vetro anche nel tuo disco “We built a fire” …
Donal Hinely: Sto cercando un modo per unire le mie due identità, quella di cantautore e quella di musicista di armonica a vetro. Ho suonato i bicchieri in tre pezzi di quel disco e credo che il risultato migliore sia stato in “Easier”: in quella canzone sono riuscito a dare una vibrazione davvero sinistra.

Mescalina: Quindi si può dire che hai due carriere: una come cantautore e una come suonatore di bicchieri?
Donal Hinely: Sì, anzi potresti dire che ho addirittura una doppia personalità!

Mescalina: A proposito del tuo essere cantautore … il tuo disco è stato prodotto da David Henry e inoltre ci hanno suonato Will Kimbrough, Kim Richey e Ken Coomer … ti sei fatto un nome a Nashville e nel circuito dell’Americana?
Donal Hinely: Guarda, credo di essere stato solo fortunato ad imbattermi nelle persone giuste. Ho lavorato con David Henry su uno dei miei cd, "Ghost Fiddle Suite”, e da allora siamo diventati amici. Lui è una persona molto dotata sia come musicista che come produttore ed è un piacere lavorarci assieme. Quando è venuto il momento di registrare "We Built a Fire", lui ha cominciato a portare tutta una serie di contributi man mano andavamo avanti. La verità è che la maggior parte di questi musicisti amano lavorare in studio e sono ben felici di fare la loro parte per un progetto in cui li ha coinvolti qualcuno di cui si fidano. È stato un onore per me avere una tale squadra di collaboratori su questo disco. E a rendere tutto questo possibile è stato David.

Mescalina: Al di là di come la si voglia chiamare, la tua musica è fatta di buone ballate e ognuna di queste sembra portarsi dietro una storia …
Donal Hinely: Sì, credo di aver sempre avuto una predilezione per le canzoni che narrano una storia. Per un qualche motivo questa è una cosa che i cantautori texani hanno nel sangue. Comunque quello che io cerco di fare è di basare le mie canzoni sull’esperienza o di usare qualche fatto come punto di partenza.

Mescalina: Beh, c’è dentro una storia fatta anche di influenze, no?
Donal Hinely: Certo, io poi ascolto davvero molta roba. Ho avuto una formazione più che altro country e folk: Willie Nelson, Steve Fromholz e Townes Van Zandt, tanto per fare qualche nome. Crescendo mi sono trovato con mio fratello Terry che suonava i pezzi di Bob Dylan in un angolo della nostra camera e mia sorella Susan che ascoltava i Monkees dall’altra parte. Non male come combinazione, eh? Poi ho visto i Cheap Trick dal vivo nel 1979 e mi sono innamorato del rock’n’roll. Al college ero in una rock band che si chiamava Agents of Kaos e facevamo cose nostre, più o meno come i R.E.M. In questo periodo mi hanno fatto conoscere anche i grandi del folk-rock britannico e irlandese come John Martyn, Van Morrison, Nick Drake e Richard Thompson. Quando poi mi sono trasferito a Nashville, mi ha preso il blues per colpa di un disco di Son House che avevo comprato ad una vendita all’ingrosso. Solo dopo ho cominciato a scavare in quello che chiamo il vero country: Hank Williams, Ernest Tubb e Johnny Cash.
Insomma, come ti ho detto, ascolto davvero molta roba.









Mescalina
: … hai anche una storia e un appproccio tuoi, che in qualche modo rendono personale il tuo suono …
Donal Hinely: Cerco solo di essere onesto. Credo che ogni scrittore abbia una sua voce interiore che gli fa notare quando sta tirando troppo la corda e si sta allontanando dalla sua sincerità.

Mescalina: Credo che in questo siano state fondamentali le tue esperienze di viaggio … so che prima di fare questo disco hai viaggiato in lungo e in largo in Europa e in Asia: è stato come un viaggio d’iniziazione?
Donal Hinely: Sì, è stato fondamentale proprio perché ho avuto modo di crescere facendo esperienza. Ho imparato che posso cavarmela ovunque e fare qualunque cosa che mi pongo come obiettivo. Sai, sono partito dal Texas soltanto con pochi soldi in tasca e con una chitarra e sono stato in giro per più di un anno.

Mescalina: Raccontaci di questa avventura …
Donal Hinely: Per me è stata un periodo incredibile in cui ho davvero vissuto ciò che è la libertà. Credo che tutti da giovani dovrebbero prendersi un po’ di tempo della loro vita per viaggiare. Ho fatto l’autostop lungo tutta la Nuova Zelanda e l’Australia, ho fatto il giro della Tasmania in bicicletta, ho sperimentato cosa vuol dire essere un culturista da spiaggia su un’isola al largo della Tailandia e ho suonato la chitarra per le strade di molte capitali europee. Ho incontrato gente straordinaria, di ogni tipo. Un giorno ci scriverò un libro.

Mescalina: Hai fatto praticamente una vita da vagabondo? E come hai fatto a tornare?
Donal Hinely: Sì, in effetti, in alcuni periodi ho vissuto proprio come un vagabondo. Ho passato molte ore e anche qualche notte per strada ad aspettare qualcuno che mi desse un passaggio. È strano, ma c’è una certa gioia nel riporre la tua vita solo in uno zainetto, in una chitarra e nei capricci della sorte. Molto spesso quando fai autostop, la gente che ti dà un passaggio rappresenta molto di più della possibilità di avvicinarti al luogo dove vuoi arrivare: loro diventano i catalizzatori del tuo futuro, della tua prossima avventura. Io amo questo tipo di libertà, ma la puoi vivere solo in altri paesi: non mi metterei mai a fare autostop negli stati Uniti! È troppo pericoloso!

Mescalina: Dove suonavi? Nella metropolitana? Per strada? Nei club?
Donal Hinely: Più che altro suonavo per strada. Spesso mi è capitato di suonare in cambio di vitto e alloggio in qualche hotel / ristorante. Suonavo per un pranzo e per una pinta di birra nei pub australiani. Ho fatto anche qualche serata nei club, strada facendo. Di fatto ho suonato in qualunque luogo per chiunque e per qualunque cosa, anche per niente.

Mescalina: Quindi ti sei procurato da vivere o in qualche posto ti sei fatto anche un nome? Hai suonato con qualcuno in particolare?
Donal Hinely: No, più che altro mi sono guadagnato da vivere, anche perché allora non avevo ancora abbastanza canzoni nel mio repertorio per passare ad un livello superiore. Però ho avuto un minimo di fama a Praga, perché suonavo tutti i giorni al Charles Bridge e poi di solito tenevo un piccolo concerto in un angolo lì vicino. È capitato più di una volta che ci fossero 50/60 persone sedute ad ascoltarmi mentre suonavo per circa un’ora. Credo che fosse perchè facevo un bel numero con la cover di “Losing my religion” dei R.E.M. che all’epoca andava molto.

Mescalina: Una domanda da un millione: perchè hai deciso di fare un viaggio del genere?
Donal Hinely: Guarda, già avevo fatto un viaggio in Europa con il mio migliore amico dopo aver preso il diploma delle superiori. Avevamo messo da parte dei soldi facendo due e a volte tre lavori e abbiamo girato l’Europa per tre mesi con l’Eurail. Quell’esperienza mi ha fatto scoprire un mondo di possibilità e mi ha trasmesso il virus del viaggio. Così, nel 1991, dopo aver preso la laurea in storia all’Università del North Texas, ero ad un punto della mia vita in cui sentivo il bisogno di staccare da tutto e sono partito.

Mescalina: Eri deluso del cosiddetto “sogno americano”? Te lo chiedo anche perchè molte delle tue canzoni sembrano affrontare l’argomento …
Donal Hinely: Sì, in un certo senso sì, anche se ho sempre considerato il sogno americano più come una strategia di mercato! È molto più che ipocrita vendere questa idea e farla passare anche in altri paesi, quando negli Stati Uniti il divario tra chi è ricco e chi è povero aumenta di giorno in giorno.

Mescalina: Credo che in alcune delle tue canzoni in particolare è come se tu cercassi di portare il tuo personale contributo alla tradizione dell’american music … in “Hey Paul Revere” per esempio …
Donal Hinely: È interessante che quella canzone ti abbia colpito, perché l’abbiamo registrata as a goof, really scaled down. Poi abbiamo continuato ad metterle addosso roba stramba fino a quando è diventata qualcosa di completamente diverso. È uno di quei pezzi che sembrano avere vita a sé e che chiedono loro di essere messi su disco.

Mescalina: A ripensare a quello che mi hai raccontato, mi viene da pensare ad un cerchio perfetto: sei partito dal Texas per andare all’estero e poi tornare a casa e cercare la tua strada all’interno della tradizione americana …
Donal Hinely: Sì, tranne per il fatto che c’è molta più gente che mi segue in Europa!

Mescalina: Senti di aver chiuso questo cerchio e di aver raggiunto la meta con “We built a fire”? In fondo il disco è stato ben accolto anche negli Stati Uniti, ha ricevuto qualche premio nelle categorie di Americana …
Donal Hinely: Sì, credo sia il lavoro migliore che ho fatto finora. Detto questo, mi sento migliorato e sono anche più convinto del tipo di suono che vorrei avere.

Mescalina: Hai già qualcosa pronto per il nuovo disco?
Donal Hinely: Sì … anzi, ho troppe canzoni pronte. Ci sto lavorando di nuovo con David Henry e stiamo cercando di arrivare ad un gruppo di dieci o dodici pezzi. Per ora ne abbiamo finiti otto e sono davvero soddisfatto di quello che abbiamo fatto.

Mescalina: Ehi, a proposito dei tuoi viaggi, non hai mai parlato dell’Italia … non sei mai passato da queste parti?
Donal Hinely: Sì, l’Italia è stata uno dei paesi che più mi ha colpito quando sono venuto in Europa nel 1982. Abbiamo passato molto tempo a Venezia, Firenze e Roma e abbiamo fatto anche un bel po’ di autostop su e giù per il paese. Sono stato in Italia anche nel 1989 per un breve viaggio. Del vostro paese amo l’energia che ha la gente, il vino e soprattutto il cibo!

Mescalina: Magari la prossima volta che fai un viaggio in autostop o che fai un tour …
Donal Hinely: Io preferirei un bel tour con un grande autobus, uno di quelli con un bel bar e uno stereo da far paura!

Mescalina: Bè, allora sarai tu a darmi un passaggio … ci vediamo.
Donal Hinely: Sì, spero di incontrarti un giorno.

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