Jimmy Ragazzon

Jimmy Ragazzon

Quattro chiacchiere con Jimmy Ragazzon a proposito del suo album SongBag


07/01/2017 - di Marcello Matranga
Una carriera iniziata oltre trent`anni fa con i Mandolin Brothers, un disco in collaborazione con lo straordinario Maurizio Glielmo "Gnola", ed ora un disco completamente a suo nome dove Jimmy Ragazzon, si dedica a sonorità calde come solo il suono di strumenti veri può produrre. Il risultato è lo splendido SongBag, del quale Gianni Zuretti vi aveva tessuto le lodi poco tempo fa qui su Mescalina. E noi da questo disco siamo partiti in questa amabile conversazione.
Partirei, inevitabilmente, con la domanda più banale: come mai dopo 37 anni insieme ai Mandolin` Brothers hai deciso d’incidere un’album solista?

Ci pensavo da un po di tempo e, visti gli impegni di vario tipo del resto dei MB nello scorso anno, ho deciso finalmente di farlo, sfruttando l’opportunità offertami dalla Ultra Sound Records. Avevo un po di canzoni in mente che ho proposto inizialmente a Marco Rovino e poi ad altri musicisti della scena country e bluegrass italiana, con i quali avevo già un rapporto di stima ed amicizia. Una volta abbozzati gli arrangiamenti ed iniziate le registrazioni, tutto è filato liscio, tra una cena, una prova, un pomeriggio in studio ecc. senza fretta e con molta rilassatezza.


Come è nato SongBag, e perché questo titolo?

Il titolo viene da un saggio di Carl Sandburg, American Songbag, che raccoglie storie, testi e musiche della tradizione popolare americana. Senza voler assolutamente paragonare il mio lavoro a quella vera e propria bibbia della cultura musicale, mi piaceva l’idea di una valigia, una borsa di canzoni un poco ingiallite e spiegazzate, che andavano riordinate
e che dovevano vedere la luce…
SongBag è nato dalla voglia che avevo da molto tempo di fare un album acustico, registrato il più possibile in diretta con canzoni che, a mio parere, sono nate per essere eseguite con strumenti acustici, con un mood spontaneo e non troppo meditato. Anche i testi penso richiedessero un approccio più personale e diretto, essendo spesso autobiografici, senza i filtri e gli inevitabili compromessi che sono necessari per gli arrangiamenti e le stesure di una band elettrica.


Dieci canzoni in totale, otto scritte da te e due cover. Partiamo col cercare di scoprire cosa ti ha portato a scrivere queste canzoni che, a mio giudizio, in alcuni casi sono veramente bellissime e toccanti come la stupenda Dirty Dark Hands? Ci sono elementi autobiografici?

Ci sono certamente diversi elementi autobiografici, aspetti positivi e negativi della mia vita, ricordi, esperienze vissute. Ma in alcuni brani come Dirty Dark Hands e Evening Rain, ho voluto parlare di problemi sociali che da troppo tempo, nell’indifferenza e spesso nel fastidio generale, affliggono la nostra società ed ai quali andrebbe posto rimedio subito. Non credo sia ammissibile che oggi, nel 2017, milioni di persone patiscano ancora la fame, la sete, le malattie, le guerre e la più nera povertà. Quando poi, a rischio della loro stessa vita cercano una pericolosa e minima via di salvezza, vengono lasciati al loro destino, trattati come spazzatura o additati come “invasori”. Oppure che ci siano sempre più senzatetto, gente che dorme in bidonville, androni, stazioni ferroviarie o sopra una grata di sfogo, giusto per sentire un poco di calore. Queste e molte altre cose mi fanno ribrezzo e penso sia giusto parlarne anche attraverso le canzoni e cercare di sensibilizzare chi ascolta. Purtroppo la musica non può cambiare il mondo, anche se molti grandi artisti hanno provato quantomeno a renderlo un posto migliore, ma di certo può contribuire ad esporre certi problemi ad una più amplia platea.


Due cover. Una inusuale di Dylan, come Spanish Is The Loving Tongue, e l’altra di Guy Clark, la stupenda The Cape. Perché proprio questi due autori e queste due canzoni?

Amo Dylan da sempre e lo ritengo uno dei più importanti Poeti e Musicisti di ogni epoca.
Dylan ha ripreso Spanish Is The Loving Tongue da un traditional, arrangiandola in vari modi ed in varie versioni. Io ho cercato di immaginarla come mi sarebbe piaciuto sentirla da lui e, con il dolce violino di Chiara Giacobbe, penso di essere riuscito ad avvicinarmi a quella idea.
Per The Cape, c’è poco da dire. Melodia e testo bellissimi in un pezzo che ho amato sin dal primo ascolto. Io e Marco Rovino l’abbiamo riproposta con il massimo rispetto, in maniera minimale, sentendola quasi nostra. Infatti, la versione contenuta in SongBag è la seconda take che abbiamo registrato nel suo piccolo Raw Wine Studio, senza poi cambiare più nulla. Mi spiace solo che sia arrivata vicino alla scomparsa del grande cantautore texano, che rimarrà una perdita incolmabile.


Ti ho visto live sul palco dell’1&35 a Cantù a metà Dicembre, presentare questo bellissimo lavoro. Ed avete iniziato il concerto con una versione straordinaria di Friend Of The Devil (di Grateful Dead), che non è sul disco. Come mai non è stata registrata, e perché apre i concerti?

Essendo al mio esordio solista (per modo di dire) volevo un pezzo che fungesse da mojo, cioè una sorta di portafortuna per aprire il concerto con una nuova band e con un album per la prima volta a mio nome. La scelta è caduta su uno dei brani storici del rock, amato da tutti noi. In sede di prove qualcuno l’ha proposta e, con mio sommo stupore, l’abbiamo arrangiata e suonata abbastanza di getto, senza pensarci troppo. Quindi l’idea è venuta dopo la pubblicazione dell’album, anche se devo dire che difficilmente avrei avuto il muso di pubblicarla ufficialmente: troppo rispetto e timore reverenziale…penso.


Un disco senza batteria. Perché questa scelta?

Forse perché l’album è stato registrato e prodotto da Stefano Bertolotti, che è anche un bravissimo batterista?
A parte gli scherzi, avevo in mente un album di canzoni volutamente scarne ed essenziali, senza fronzoli e, soprattutto, registrate con i musicisti insieme in studio a scambiarsi feeling e idee. Musica strettamente acustica, in cui risaltassero i suoni caldi del legno, le voci e le vibrazioni delle molte corde. Inoltre gli arrangiamenti finali mi sono sembrati già completi, senza la necessità di aggiungere altri strumenti.


Nel disco ci sono musicisti con i quali hai collaborato e lavori tutt’ora. Da cosa è scaturita la scelta di registrare con loro?

Ho conosciuto Luca Bartolini, Paolo Ercoli e Rino Garzia, incontrandoci ai loro concerti, ai festivals ecc. Sono bravissimi ed appassionati musicisti che prediligono la musica acustica ed hanno accettato di collaborare, portando il loro bagaglio di esperienza, cultura musicale, tecnica strumentale, humor e disponibilità. Marco Rovino, Joe Barreca e Riccardo Maccabruni suonano da anni con me nei MB ed ho una lunga e sincera amicizia con Maurizio Gnola, con il quale collaboro da parecchio tempo. Poi attraverso la frequentazione e la stima reciproca con i Lowlands, ho conosciuto Roberto Diana, talentuoso ed eclettico chitarrista - compositore e Chiara Giacobbe, virtuosa violinista. Senza di loro e di Isha, Franco Rivoira e del grande Jono Manson, non esisterebbe SongBag.


Quanto tempo hai impiegato a registrare l’album, e quanto tempo ci hai messo per concepirlo in questo modo?

Molte delle canzoni esistevano già da tempo, su dei demo registrati in casa con il telefono, comodamente sdraiato sul divano. Altre sono si sono completate cammin facendo, con la collaborazione di tutti. Non mi sono posto scadenze o dead line, dato che volevo fare tutto con molta calma. Compatibilmente con gli impegni dei vari musicisti, abbiamo provato e registrato nel corso di 1 anno, più o meno, ma cercando di incontrarci solo quando era tutto tranquillo, senza doverci sbattere per trovare momenti liberi e quindi suonare con la mente serena, rilassati e non stanchi per le incombenze quotidiane.


Hai qualche aneddoto divertente da ricordare, accaduto durante la registrazione del disco ?

Un classico: dopo una cena che avrebbe dovuto essere molto light, ci siamo trovati ad iniziare le prove con lo stomaco troppo pieno di buon cibo e buon vino dell’ Oltrepo.
Quindi prove quantomai surreali, ma che ci hanno dato il coraggio e la faccia tosta di affrontare brani molto particolari come Friend Of The Devil o EMD di David Grisman, con risultati dignitosi…credo…


Quali le prossime date del tour di SongBag?

Per ora io e The Rebels suoneremo il 13 gennaio al Nidaba di Milano, il 14 gennaio uno showcase al Caffè Route 66 di Voghera (PV), il 16 gennaio al Teatro Comunale di Rivanazzano Terme (PV), il 25 marzo all’Hotel La Campagnola di Vairano, in Svizzera. Poi l’ 8 aprile uno showcase alla Libreria Zig Zag di S. Donato Milanese ed il 28 aprile allo Spazio Musica di Pavia. Altre date sono in arrivo.


Dopo tutti questi anni trascorsi on the road con i Mandolin` Brothers ed ora con nuovi compagni di viaggio, cosa ti porti dentro fra i ricordi più belli, e cosa vorresti evitare di ripetere?

Tra i ricordi più belli ci sono sicuramente la partecipazione all’International Blues Challenge a Memphis, TE, nel 2010. Suonare al New Daisy Theater e, per due serate consecutive al BB King Club, è stato davvero esaltante. I Sun Studios, lo Stax Museum, Beale Street con le sue luci al neon e tutti i suoi locali sono, per un musicista, un sogno realizzato: storia e grande musica ovunque, rispetto per il tuo lavoro anche se non ti hanno mai sentito prima, solidarietà tra i musicisti…troppo bello ed indimenticabile.
Oppure realizzare un album ad Austin, TX, con musicisti-amici del calibro di Cindy Cashdollar, Merel Bregante ed altri, ci ha davvero reso molto orgogliosi.
La collaborazione con Jono Manson, persona straordinaria e professionista ineccepibile, che ci ha insegnato molto.
Infine l’incontro con Richard Lindgren, l’album Malmostoso inciso insieme ed una amicizia spontanea e sincera, fatta di musica, poesia, Guinness e vecchie storie di blues e di vita vissuta.
Ed ovviamente questa nuova avventura con i Rebels, che mi stimola parecchio.
Per gli aspetti negativi, a parte un mio brutto vizio durato troppo a lungo, di questi 37 anni di carriera compiuti con i Mandolin’ Brothers, non cambierei quasi nulla, se non alcune line up della band davvero raffazzonate ed improponibili, ma che servivano per andare avanti e continuare a suonare malgrado tutto, con chi era disponibile al momento.
E’ stato, e continua ad essere bellissimo ed appagante, condividere centinaia di serate, palchi, viaggi, battute, scherzi, bevute, album ecc. per così tanto tempo con dei veri amici, che suonano anche piuttosto bene. Senza dimenticare Massimo Visentin, della Fortuna Records, che ha creduto in noi producendo i nostri primi 4 album.


I prossimi progetti con i Mandolin` Brothers? C’è un disco nuovo all’orizzonte?

Si. A febbraio o marzo, dopo i numerosi impegni live di inizio anno, cominceremo a lavorare al nuovo materiale proposto dai vari membri della band, a pensare agli arrangiamenti ed a stendere un canovaccio di quello che sarà, prima o poi, il nostro nuovo album. Siamo sempre stati un poco pigri in questo ambito, ma alla fine riusciamo sempre a cavarcela, anche con l’aiuto di amici e giornalisti come voi, che ci danno una mano sostenendoci e divulgando la nostra musica o aiutandoci economicamente con il crowdfunding ecc. Sentire che quello che facciamo viene apprezzato da chi conosce ed ama la musica, è davvero molto importante.


Immagino che libri ed ascolti di musica altrui siano un bagaglio fondamentale nella tua vita. Ci vuoi dire cosa ti ha colpito di più nell’anno appena trascorso?

Mi scuso, ma ho ascoltato davvero pochissima musica nuova quest’anno. Direi in primis il ritorno al blues degli Stones con Blue & Lonesome, suonato davvero come si deve. Un grande album di jazz come The Epic di Kamasi Washington, Black Star del compianto David Bowie, i nuovi Bob Weir, David Crosby e poi Peace & Groove di Francesco Piu e lo splendido tributo a Townes Van Zandt di Edward Abbiati e Lowlands. Tra i libri Breve Storia di 7 Omicidi di Marlon James, Lo Schiavista di Paul Beatty ed il bellissimo e toccante Tra Me e il Mondo di Ta-Nehisi Coates, che dovrebbe essere letto e spiegato nelle scuole…

Se dovessi citarmi un disco ed un libro imprescindibili nella tua formazione?

Risposta molto difficile, dato che ho avuto la fortuna di ascoltare e leggere molti capolavori, nel corso degli anni. Quindi per il disco direi Highway 61 Revisited di Bob Dylan, per la perfetta fusione di testi e musica. Il libro è Taipi di Herman Melville, che mi consigliò e quasi mi impose mio padre, che ha scatenato la mia curiosità verso mondi esotici e sconosciuti, culture diverse, oceani ed orizzonti lontani.

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