Il “comandante” Giorgio Canali da Predappio ha appena dedicato un disco alla rivoluzione (il nuovo Rojo), ma è un profeta delle sconfitte annunciate personali e sociali, un non-poeta ruvido, provocatorio e amaro, che irride ai propri ideali che si sgretolano, così come alle folle oceaniche che fanno numero mediatico e non cambiano niente, che appunta il suo sarcasmo contro i “barbari” del Nord che danno del barbaro a chi rappresenta civiltà preziose e antiche, così come sulla “necessità” di un fascismo. Un antidivo ironico che urla “dentro per non disturbare” il dolore del disincanto antico, eppure ancora fresco, contro un cielo vuoto di dei (Orfani del cielo), sferza gli ascoltatori, vomitando gli orrori del vuoto annoiato del benessere e quelli del nuovo Medioevo xenofobo alle porte. Anche uno dei pochi “lìder” a cui guardare, ormai, beffardo, pensa a divertirsi su spiagge dorate e saluta dal suo windsurf via Skype, freddando i suoi seguaci lontani con un “dovevate svegliarvi quand’era ora, […] quando il fuoco era acceso”. Ecco come Canali, che oggi, 6 settembre, con il suo tributo ai Joy Division con Angela Baraldi e Steve Dal Col sarà sul palco della Festa Democratica di Osnago (LC) al pari dei Diaframma (Polo Fieristico - Via Martiri della Liberazione, ingresso libero), ci racconta un disco oscuro, ringhiante di chitarre nere e nervose e distillato di ballate dense di notti senza luna, che irridono ai topos degli altri cantautori e cantano la vita cruda, annoiata e miseramente bisognosa di “abbracci caldi” in cui guarire “da ogni male”.
Mescalina: Da pochissimi giorni è uscito il tuo nuovo album. Hai dichiarato di aver sentito un po’ il panico da pagina bianca, ma soprattutto di aver incontrato difficoltà a trovare ispirazione, perché, guardandoti attorno, prevaleva una rabbia impotente, il timore di essere costretti quasi alla resa. Cosa soprattutto suscitava in te questa sensazione?
Giorgio Canali: Il problema di un disco è quello che c’è dentro: quando si comincia, bisogna aver bene chiaro in mente dove si vuole andare a finire, altrimenti ci si perde. Probabilmente questo era il problema, non avevo ancora pensato dove andare a parare e questo mi ha fermato per alcuni mesi (5-6-7…). Mi piace, quando parto, vedere che tutto quanto scorre velocemente. Non era tanto un panico da pagina bianca, ma da punto finale!(sorride) Poi è ovvio che ci sono dei momenti in cui tutto ti viene fuori e probabilmente aspettavo un momento di questo tipo. Ed è arrivato: mi sono fissato, come tutti i monomaniaci, su un progetto quasi attratto da tutto ciò che è la rivoluzione. Il punto di partenza è stato quindi quello più “positivo” della rivoluzione francese, che è alla base; poi sono andato a pescare tutte le altre rivoluzioni passate, da quella boliviana a quella bolivariana, da quella messicana fino ad arrivare a quella cubana. E’ stato un viaggetto mentale di getto, ho guardato, ho ascoltato e istintivamente sono cominciate a venir fuori le parole. Niente di particolare!E’ che quando presenti un album, devi spiegare il come e il perché…ma tutti gli album sono uguali!(ridiamo)
Mescalina: Proprio in relazione a quello che dicevi, che valore ha oggi per te la parola “rivoluzione”?
Giorgio Canali: Nessuna. Nell’album spero si noti. Forse sono un po’ troppo fiducioso nei confronti di chi ascolta, ma ogni volta che c’è la parola “rivoluzione”, c’è una grossa auto-derisione dietro questa parola. Ogni tanto vengo scambiato per “barricadiero” da qualcuno degli altri, perché è chiaro che tu sei sul palco, mentre gli altri sono lì in giro a provare a cambiare il mondo…Io no!(sorridiamo) Non sono riuscito a cambiare il mondo, faccio anche molta fatica anche a cambiare me stesso. Perché sono sempre il solito vecchio rincoglionito da almeno 53 anni [n.d.r.: è la sua età!]!Dietro la parola “rivoluzione” c’è sempre nell’album una bella dose, martellante e cospicua, di presa per il culo e ogni tanto questa cosa spunta: uno che ad un certo punto scrive “una piazza da un milione di brioches / è un vero inno alla non-violenza” (Carmagnole) in qualche modo non è che stia cercando di dire “andiamo avanti in un milione a sfasciare tutto”, ma sta prendendo per il culo certe cose…
Mescalina: A proposito di questi versi di Carmagnole, in queste e altre parole della canzone si fa riferimento appunto alle manifestazioni in piazza come ad una forza inconcludente. Ti dà fastidio magari che si enfatizzi astrattamente il successo anche numerico dei cortei, senza cercare di incanalare i sentimenti della piazza verso azioni concrete o in una mobilitazione politica seria?
Giorgio Canali: Sì, tanto per dire “eravamo in tanti, siamo stati fortissimi, che bello, ce l’abbiamo fatta”: a fare cosa? A riempire una piazza?? E’ tristissimo vedere come ci si accontenti del fattore mediatico: d’altronde viviamo in un’epoca in cui i media la fanno da padrone. Si deve andare in piazza, perché chi ci porta più persone è più figo degli altri…(sorridiamo)
Mescalina: Ma secondo te in questi casi la colpa dell’inconcludenza delle piazze è più del qualunquismo che serpeggia pure tra chi manifesta o di chi preferisce “perdere facile”, come recita un verso sempre di Carmagnole?
Giorgio Canali: Mah, non bisogna ritrovare colpe, ma capire come mai c’è una bella fetta di persone che fa sì che certe cose succedano, che certa gente sia al comando. Non se lo sono inventato di avere la maggioranza dei consensi in tasca. Adesso sì, se lo stanno un po’ inventando e cercano di non morire per quello, ma la maggioranza dei consensi ce l’avevano. Il problema non è perché non facciamo abbastanza. Sì, si potrebbe fare qualcosa, il patentino per chi prolifica, e cose simili, ma così arriviamo al fascismo. Le questioni sono quelle, un grosso fascismo, però è rischioso (ridiamo).
Mescalina: Visto che nel disco si parla spesso di rivoluzione, ma non ci sono grandi prospettive positive, cosa pensi sia cambiato attorno a te rispetto ai tempi di Nessun presente (da Che Fine Ha Fatto Lazlotoz, 1998)? E’ cambiato qualcosa?
Giorgio Canali: Beh, io sono qualcosa come 13 anni più vecchio e quindi è cambiato intorno a me che il mondo va più veloce, mentre io sono un po’ più lento, faccio più fatica ad alzarmi dal sedile della macchina o a fare le scale…Questa è la cosa che mi importa fondamentalmente, del mondo obiettivamente non me ne frega un cazzo, perché tanto non si merita nulla (ridiamo). Se fosse un mondo che si merita qualcosa, sarebbe tirato avanti in un’altra maniera!
Mescalina: Come mai hai scelto il titolo Rojo per questo disco?
Giorgio Canali: Perché sono monomaniaco! Rossofuoco, doveva essere l’album rosso, poi ad un certo punto ho riflettuto che è il sesto album a nome mio, ma non poteva chiamarsi “sesto”…Poteva chiamarsi Risoluzione strategica n. 6, ma era un comunicato che veniva lasciato dalle Brigate Rosse nelle cabine telefoniche e mi sembrava fuorviante. Poi Steve Dal Col, che suona con noi da un paio d’anni, è per metà spagnolo, visto che ha vissuto a Cuba, e per metà italiano, e la sua lingua principale è lo spagnano, il che vuol dire che non parla bene né una lingua né l’altra (ridiamo), quando gli ho parlato delle varie idee, mi ha detto “metti questo titolo”: c’è stata tutta una serie di rimpalli che ha portato a questa decisione. Poteva chiamarsi Rouge, ma ormai in pratica non frequento la Francia da almeno 10 anni…
Mescalina: In Risoluzione strategica n.6 accenni a tanti temi, dallo stato di polizia alle forme di censura, alle “ondate di barbari”: a cosa ti riferisci in quest’ultimo caso?
Giorgio Canali: Non sono quelli che vengono da fuori, ma i barbari che vengono dal Nord, dalle Alpi: sono più barbari loro di qualunque altra civiltà. Quella maghrebina e araba in generale nel Medioevo era molto più evoluta della nostra, i barbari venivano da Nord, con le corna in testa e la pelliccia addosso…I barbari sono quelli di sopra, che stanno facendo tornare il Medioevo…
Mescalina: Come è nata l’idea di questa canzone?
Giorgio Canali: Luca [Martelli], il batterista, è un grande appassionato di certi sport, al punto da saltare alcuni concerti: anche quest’estate ci ha abbandonato per andare alle Canarie a fare windsurf. Mi piaceva in qualche modo regalare a Luca qualche trovata forte e mi è venuta l’idea di questo leader carismatico che, invece di stare a sentire la gente che incita il suo ritorno per una risoluzione strategica, se ne sta tranquillamente a fare windsurf, in un posto da favola e saluta tutti gli altri dalla webcam su Skype!(ridiamo) L’unica maniera per sopravvivere è quella di ridere e prendere per il culo!Invece la parte reale della canzone secondo me è una fotografia molto riuscita della situazione attuale.
Mescalina: Cosa intendi per “noia” in Morire di noja?
Giorgio Canali: La noia è quella che sembra debba essere la vita ideale di tutti, quella che aderisce agli schemi della pubblicità, quella che vedi come ipotesi di vita delle famiglie bene. E’ vivere tranquillamente, senza scossoni, dopo aver procreato e creato altri disadattati che moriranno di noia…Quella è la noia (ridiamo). Quello che vogliamo come conquista e obiettivo è il nulla assoluto, come si nota in qualunque reportage sulle condizioni di vita dei “paesi civili”. E’ un mondo in cui i poliziotti ti impediscono di fare casino alle 11 di notte perché gli altri devono dormire, dormire sembra il bene più prezioso!(sorridiamo)
Mescalina: Come riassumeresti i temi e le atmosfere delle canzoni di questo album che sembrano meno politiche?
Giorgio Canali: Mah, secondo me tutti i brani del disco sono politici in qualche modo: anche quando cerco di stare lontano dal sociale, resto comunque ancorato ad una certa visione delle cose, a un certo modo di guardare il mondo e guardarsi dentro in modo sbilenco e meno convenzionale, trovo sempre il modo di criticare in qualche modo e criticare vuol dire fare politica. Le canzoni che parlano un po’ più di me sono un po’ meno in questo album, perché mi ero sfogato parecchio nel penultimo, Nostra signora della dinamite (2009).
Mescalina: Pensi che ripiegarsi in un intimismo esclusivo possa rappresentare un modo per allontanarsi da ciò che accade fuori? Per te è importante, anche in canzoni che potrebbero sembrare meno politiche, gettare lo sguardo al di fuori della sfera privata in questa dimensione critica?
Giorgio Canali: Bisogna anche capire cosa si intende per politico. Come ti ho detto prima, a me del mondo non me ne frega niente, me ne frega di me: quindi alla fine è una visione molto personalistica della politica.
Mescalina: Per il trentennale della morte di Ian Curtis l’anno scorso hai intrapreso un tour che omaggia i Joy Division, ancora in corso. Come mai? E c’è stata alla base del progetto anche l’intenzione di riportare la new-wave, tanto saccheggiata dai movimenti revival, all’originaria intensità oscura, di ripristinare il senso dell’ispirazione di questo genere? Gli arrangiamenti live sono abbastanza minimali, con due chitarre e due voci…
Giorgio Canali: I motivi sono stati due: i Joy Division hanno fatto parte della mia vita e non ho mai smesso di ascoltarli. E poi volevo e dovevo conoscere Angela Baraldi, a cui da tanti anni gli amici comuni mi dicevano di avvicinarmi, perché lo merita ed è veramente una persona particolare. Poi ho scoperto che anche a lei succedeva la stessa cosa, quindi ci siamo trovati e abbiamo cominciato a fare questa cosa, che doveva essere una tantum, una creazione per i Musei civici di Reggio Emilia il 4 giugno 2010. Poi invece ci siamo talmente divertiti che abbiamo cominciato a portare in giro questo spettacolo. Non c’è nessun impegno di ricerca. I Joy Division sono la mia vita, ora c’è anche Angela che è una grandissima amica…Penso che faremo anche qualcosa di più, lavoreremo al suo nuovo album, visto che sono tanti anni [n.d.r. dal 2003] che non esce con un disco suo. Ci sono delle persone che incroci per strada e dici “oh, qualcosa quest’anno rientra nel bilancio positivo! Ho un amico in più che vale qualcosa”.
Mescalina: Che tipo di esperienza è stata quella di questo tour, visto che avete deciso di prolungarla? La voce femminile è anche un elemento in più nella musica dei Joy Division: siete soddisfatti di come portate sul palco queste canzoni e dell’accoglienza che hanno avuto?
Giorgio Canali: Beh, se una cosa non mi piace non la faccio. Lo stesso discorso vale per i pezzi che sono nei miei album: se una mia canzone non mi piace non va nell’album, se un album non mi piace non esce. Ho questa fortuna di poter scegliere, anche a costo di dover comunque sacrificare cento volte il fattore economico. Non è che io viva tranquillamente, tiro la cinghia anche pesantemente, ma per fortuna riesco a tirare la cinghia facendo quello che mi piace. E basta.
Mescalina: Stasera, martedì 6 settembre, a Osnago (LC) condividerete il palco con i Diaframma. Quali pensi possano essere le differenze nel tuo approccio ai Joy Division e in generale alla new-wave rispetto alla band di Federico Fiumani?
Giorgio Canali: I Diaframma sono nati in quel periodo, sono parte dei 5-6 gruppi post-punk/new-wave italiani e quindi è normale che partano dal post-punk per arrivare a un rock molto diverso da quello degli inizi e più attuale. L’approccio è sicuramente diverso. Penso che la serata di martedì sia una cosa abbastanza originale e divertente con due visioni di quel periodo piuttosto complesse, visto che penso che i Diaframma non si metteranno a rifare le cose come le facevano trent’anni fa. Sarà comunque un percorso sghembo.
Mescalina: Un’ultima domanda: per quella che è la tua esperienza, come pensi sia cambiato (se è cambiato) il ruolo della musica nella società, l’attenzione che viene riservata ai testi in questi anni? Che impressione hai anche del peso che ha quello che scrivi nella ricezione del pubblico oggi rispetto a quello che poteva avere ai tuoi esordi?
Giorgio Canali: Mah, sai, con il passare degli anni è chiaro che la gente diventa più smaliziata: alla fine ha visto e sentito di tutto. Non credo che in Italia dal punto di vista politico la musica abbia influenzato più di tanto, tranne in un piccolissimo momento durante gli anni Settanta con dei cantautori pallosissimi che hanno tagliato fuori un sacco di roba. Non penso sia mai stata importante la musica e non penso lo sia nemmeno ora. La gente ha un sacco di cose intorno, autocarri che passano sull’autostrada a 130 km/h, ha un sacco di casino e rumore attorno. Io vedo il mio ruolo lì in mezzo come in una specie di festa di gente urlante e se non mi ascolta, mi va benissimo così. Se mi ascoltassero, spesso mi riempirebbero di botte.
Mescalina: Infatti spesso le canzoni non suscitano neanche polemiche: un brano come Carmagnole doveva già aver suscitato un polverone, invece magari questo non accade proprio perché non c’è l’attenzione giusta anche nelle alte sfere. C’è poca attenzione in generale alla cultura in questo paese…Nessuno si preoccupa di una canzone che, letta e ascoltata con calma, potrebbe essere forte…
Giorgio Canali: Sì, penso anche che quelli che ascoltano, ascoltano solo quello che vogliono sentire, captano solo quello che vogliono interpretare in un testo. Il mio poco pubblico comunque è abbastanza deciso da voler arrivare fondo e mi va bene così, insomma: non cerco maggiori consensi, cerco solo di divertirmi, di trovarmi faccia a faccia con chi apprezza quello che faccio e in uno sguardo capisci quando il messaggio è arrivato. Ed è la cosa più bella.