Dente

Intervista Dente

...e se i Big sono quasi tutti morti?

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05/12/2011  |  di Annalisa Pruiti Ciarello

Dente, al secolo Giuseppe Peveri si racconta a Mescalina; tra passioni, sogni svaniti ed altri ancora da realizzare si snoda la conversazione.
Io tra di noi è il quarto tassello della fortunata carriera del cantautore di Fidenza; è uscito da poco ed è già ai primi posti nelle classifiche delle “musica che conta”.
Con un romanticismo cinico ed ironico plasmato su sentimenti svincolati dalla retorica delle passioni – come nei precedenti lavori – enigmatico e mai banale, Dente vira verso nuove isole musicali, ma non teme i cambiamenti.

E se i big sono tutti morti a noi ascoltatori degli anni Zero rimane lui e la sua musica.

Molto spesso dietro personaggi estrosi ed egocentrici si nascondono personalità schive e poco inclini alle relazioni con il pubblico. Chi si nasconde dietro Dente? La tua figura e il tuo Io sono omologhi?
Schivo e poco incline alle relazioni con il pubblico mi piace.

Nei tuoi testi cinici ed ironici da poeta romantico e decadente, si scorge la sofferenza, ma suscitano il sorriso e spingono alla riflessione: da cosa nascono? Sono viaggi introspettivi o è il mondo fuori che ti porta spunti da cui partire prima di comporre?
Sono esperienze personali, autobiografiche, che suscitano il sorriso solo agli altri.

Piccolo destino ridicolo recita: “Più che il destino è stata l'adsl che vi ha unito”. Cosa ne pensi dei nuovi mezzi di comunicazione? Cos'è cambiato rispetto al passato, e come si sono evoluti i sentimenti e le modalità di condivisione delle emozioni? Cosa ne pensi dell'Amore ai tempi di internet?
La superficialità ha sempre attratto l’uomo, oggi abbiamo uno strumento perfetto per realizzare questo desiderio.

Com'è cambiato nel tempo Giuseppe Peveri e il suo rapporto con il mondo esterno? Quali sono state le difficoltà e le rivincite che Dente s'è preso?
Per le rivincite è ancora presto, sono ancora nella fase delle difficoltà, quindi non è cambiato niente.

É risaputa la tua popolarità: il pubblico ha espresso un giudizio positivo nei tuoi riguardi sin dal primo album; se questo non fosse accaduto, credi ti saresti arreso?
Credo che avrei continuato a scrivere canzoni e fare dischi, lo dico perché è una cosa che facevo anche prima, prima di pubblicare dischi dico. Poi ci si arrende davanti ad un obiettivo non raggiunto e io di obiettivi non ne ho mai avuti.

Ispirandomi al brano Da Varese a quel paese, chi manderesti in quel luogo tanto popolato?
Tutti quelli che parlano senza sapere quello che dicono.

La storia del punto limite m'ha da sempre commosso: lo sai che due Rette parallele si incontrano in un punto all'infinito? Il tuo brano parla di convivenza o di mondi diametralmente opposti?
Parla di quella maledizione in cui spesso si finisce in una storia d’amore, quando ci si rincorre a suon di intenti opposti. Quando ci si accorge di avere perduto una cosa, è perché si è perduta veramente, e quando torna, se torna, ce ne siamo fatti una ragione e così via.

Citando Marzullo: “la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?”.
Cosa sognavi da bambino: se non fosse diventato un cantautore chi sarebbe stato Giuseppe Peveri? Come ti immagini tra 20 anni, avrai la “dentiera”?
Non ho mai sognato di fare il cantante, non avevo ambizioni artistiche e le idee chiare non le ho mai avute, nemmeno adesso. Se non fossi inciampato in questa opportunità, quella di vivere facendo canzoni, avrei disperatamente cercato un lavoro che mi potesse dare delle soddisfazioni, che mi facesse svegliare felice la mattina; se non lo avessi trovato, forse mi sarei ucciso.

Ormai tutti parlano di crisi, e tutti sono autorizzati ad illustrarci un piano volto alla rinascita: tu cosa proponi? Quali sono gli ostacoli che i musicisti sono costretti ad affrontare?
Il precariato del musicista è amplificato dalla natura del mestiere stesso: oltre a tutti gli agenti esterni (la crisi discografica, i tagli alla cultura, gli spazi che chiudono, la diffusa ignoranza, l’ostracismo dei media ecc.), c’è il fattore umano. Vivere grazie alle proprie idee è meraviglioso e pericoloso al tempo stesso.

I tuoi album sono molto simili stilisticamente – con questo non sto affermando che siano ripetitivi e noiosi: ti spaventano i cambiamenti? Temi che in seguito ad un cambio di rotta, tu possa perdere credibilità ed apprezzamento da parte dei fan, come fu per Lucio Battisti quando scelse la collaborazione di Pasquale Panella?
Non mi spaventano i cambiamenti, anzi credo che cambiare sia umano, intelligente e necessario. C’è chi cambia più rapidamente e chi più lentamente: io sono il secondo caso.

Le tue collaborazioni nel panorama indipendente italiano sono molteplici: con chi tra i tuoi colleghi hai lavorato meglio e chi vedi come un tuo ipotetico rivale?
La competizione e la musica non dovrebbero incontrarsi mai, quindi la rivalità non la contemplo proprio. Una persona con cui mi trovo bene a collaborare è Gianluca De Rubertis de Il Genio, ha una sensibilità artistica e umana fuori dal comune.

Con chi tra i “big” avresti il piacere di collaborare?
Sono quasi tutti morti.

Poche parole per descrivere il tuo ultimo lavoro, tanto atteso quanto apprezzato. Fingi per pochi istanti d'essere un promoter che vuol vendere il suo prodotto.
I ristoranti, gli aerei e i negozi di dischi sono pieni di gente.

Quali sono i risultati che t'aspetti d'ottenere da Io tra di noi? A cosa serve la musica...la tua musica?
La musica è una cosa meravigliosa, aiuta a vivere meglio, non come i sogni. La mia musica mi aiuta a liberarmi dalle cose che ho dentro e che non riuscirei ad esprimere in altro modo. I risultati mi interessano fino a un certo punto, le canzoni le scrivo per altri motivi.

Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

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